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Dialoghi

Victor Vasilev: la ricerca della semplicità

Una passione per l’Italia, dove ha deciso di vivere e lavorare, e per la storia dell’arte: l’architetto e designer Victor Vasilev ci parla del suo percorso.

Victor Vasilev, classe 1974, completati gli studi a Milano, inizia il suo percorso professionale come architetto e dopo il 2008 si affaccia anche al mondo del disegno industriale con proposte che vengono sviluppate da importanti aziende del settore (Boffi, Living Divani, MDF Italia, Antrax IT, Oluce, Falper) e che gli valgono numerosi premi e riconoscimenti internazionali. Ci accoglie on-line un sabato mattina di giugno, in quel giorno della settimana, così ci aveva preannunciato, meno interrotto dalle telefonate che solitamente invadono la sua casa-studio milanese.
Sbirciamo alle sue spalle alla ricerca di qualche particolare, di qualche dettaglio da commentare magari in un secondo tempo, per esempio il titolo di un libro: nulla, una morbida tenda bianca, di quelle “da architetti”, con il meccanismo di scorrimento occultato da una veletta, offre uno sfondo neutro e contrasta con il nero della maglia indossata.
E se per caso ci avesse sfiorato l’idea di un’immagine stereotipata dell’architetto -designer, questa ha invece preso subito il largo appena iniziata la conversazione: un’ora di viaggio lungo un percorso, sì personale, ma che raccoglie anche la storia dell’umanità, una linea di confine che attraversa il design, la storia dell’arte, l’economia, l’antropologia.
Riflessioni, decise prese di posizione e anche domande lasciate aperte hanno connotato i densi minuti della nostra “chiacchierata”.

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Annamaria Cassani
Nasci in Bulgaria dove resti fino ai 15 anni, poi ti trasferisci con la famiglia in Israele e a 21 anni inizi gli studi architettura presso Politecnico di Milano e alla Royal Danish Academy of Fine Arts di Copenhagen. Quanto è stata importante, nella tua formazione, questa sorta di “nomadismo” (termine molto usato attualmente da esponenti della cultura odierna per descrivere una caratteristica della società contemporanea)?

Victor Vasilev
La nostra professione è molto legata all’esperienza di vita ed è difficile distinguere dove finisce la storia personale e dove inizia quella professionale. Il progettista si occupa di aspetti che sono legati alla quotidianità, che sia quella dell’ambiente domestico o degli spazi pubblici o, ancora, quella degli oggetti che popolano la vita di ogni persona.Il mio “nomadismo”, attraverso Paesi e culture così diversi tra loro, ha avuto sicuramente una grande influenza su di me, anche se penso che in genere non ci accorgiamo del livello di informazione che quotidianamente acquisiamo dall’ambiente in cui viviamo e che poi, in maniera inconsapevole, esprimiamo nel nostro lavoro.

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A.C.
Dopo la laurea hai deciso di fermarti a Milano e di aprire qui, nel 2004, il tuo studio.
Recentemente Stefano Boeri, scelto come curatore dell’edizione 2021 del Salone del mobile, ha ribadito la centralità di Milano come capitale mondiale dell’innovazione creativa. Qual è la tua percezione in merito?  C’è un’altra città in cui ti piacerebbe risiedere e lavorare?

V.V.
Io estenderei l’affermazione di Boeri al Paese intero. Se non erro l’80% del patrimonio artistico mondiale è concentrato in un territorio relativamente piccolo, l’Italia. Questo fa sì che i cittadini di questo Paese siano in contatto sin dalla nascita con una ricchezza unica al mondo, praticamente un intero libro di storia dell’arte davanti agli occhi. Uno come me, invece, ha dovuto viaggiare, imparare le lingue, studiare e fare un certo sforzo per cominciare a cogliere, apprezzare e imparare da tutto ciò.
Questo contesto ricco di tesori artistici, alla portata di tutti, si riflette nella grande concentrazione di creatività presente in Italia e che si percepisce in tutti i settori, dall’imprenditoria alla letteratura e in ogni ambito della vita.
Penso che l’insegnamento di storia dell’arte dovrebbe essere reso obbligatorio sin dalla scuola elementare: un racconto sul patrimonio storico del Paese, affinché i bambini possano, crescendo, farsi promotori della sua valorizzazione in modo naturale e consapevole.
Ritengo altresì che in Italia ci sia un esubero di creatività rispetto alle reali possibilità di espressione: quanto lavoro ci potrebbe essere, ad esempio, per gli architetti?
Tantissimi italiani, sin dal Rinascimento, si sono trovati a progettare palazzi in giro per l’Europa perché in patria di fatto non trovavano sufficiente spazio data la numerosa concorrenza.
Per quanto riguarda Milano confermo che rappresenta un centro su cui si focalizzano non solo i settori dell’architettura e del design, ma anche quello della finanza e delle eccellenze universitarie.
Nel momento attuale non vedo per me un’alternativa a questa città.

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A.C.
Che rapporti hai con i paesi in cui sei vissuto? Hai contatti lì con persone che esercitano la tua stessa professione?

V.V.
Ho tuttora dei contatti con colleghi bulgari, danesi e soprattutto Israeliani.
Sono arrivato in Italia da Israele con un gruppo di ragazzi che, dopo aver completatogli studi presso il Politecnico di Milano, sono quasi tutti ritornati in patria, dove esercitano la professione.
Attraverso il mio lavoro ho poi conosciuto altri architetti israeliani che vengono spesso in Italia per tenersi aggiornati nell’ambito del design.

A.C.
È vero che il progetto del sistema della scaffalatura modulare CTline prodotto da Boffi è nato semplicemente perché hai mandato all’Azienda il tuo progetto attraverso un indirizzo internet trovato sul loro sito web e che essa ti ha risposto nel giro di due ore? Ci racconti com’è andata?

V.V.
La mia storia di collaborazione con le aziende parte dal “totale anonimato”. Architetto come formazione, ho sempre avuto uno sguardo curioso sul mondo del design, amplificato dagli stimoli e dalle opportunità dell’ambiente in cui ero calato.
Dopo la crisi economica mondiale del 2008 mi sono trovato di fatto con meno lavoro e questo mi ha offerto l’opportunità di presentare alle aziende che seguivo, e con le quali mi trovavo in sintonia per quanto riguardava la loro produzione, le idee che nel corso degli anni avevo “accumulato nella testa”.
Il mio primo prodotto andato a catalogo, la libreria Bukva per Living divani, è nato proprio come per la successiva libreria CTline per Boffi: ho mandato i miei disegni via e-mail alle Aziende che hanno prontamente risposto.
Nel caso di Boffi, la mia proposta, così semplice, è piaciuta subito: sottoposta nel mese di febbraio, CTline è stata presentata al Salone del Mobile solo due mesi dopo.
E questo penso sia proprio un grande valore delle Aziende italiane: una flessibilità, una percezione del mondo con una apertura mentale ed una predisposizione al rischio difficilmente ritrovabile in altri contesti.

A.C.
L’aforisma “Chi progetta sa di aver raggiunto la perfezione non quando non ha più nulla da aggiungere, ma quando non gli resta più niente da togliere” di Antoine de Saint-Exupéry – constatata la frequenza con cui viene citato nel web – rappresenta evidentemente un approccio in cui molti architetti e designer si riconoscono. I tuoi progetti sembrano incarnare questa aspirazione verso l’essenzialità formale e materica: nessun elemento può essere sottratto pena la perdita di senso. Ti riconosci in questo? L’essenzialità, un po’ come per la grafica, è un obiettivo cui tendere sempre nel campo del design? Può diventare un vero e proprio linguaggio?

V.V.
A tal proposito si potrebbe anche citare una frase di Leonardo: “La semplicità è l’ultima forma della sofisticazione”. In ogni progetto il mio desiderio è quello di arrivare all’essenziale senza cadere nel banale. E questo rischio c’è sempre perché nel “togliere” si arriva quasi ad annullare il vero motivo per cui si è proposto qualcosa. Si tratta, per me, di ricercare un sottile equilibrio ed è sempre una sfida difficile, si è sempre sul filo del rasoio e ogni volta, nello sforzo, si rischia di sbagliare.

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A.C.
In un momento, nel 2012, in cui si accennava ancora timidamente all’ home office, hai proposto per un concorso indetto da Cristalplant + MDF Italia, vincendolo, la scrivania/mensola Mamba.
A tal proposito hai dichiarato: “Volevo creare una soluzione per l’arredamento dell’home office, che riflettesse lo spirito del nostro tempo. Anche se la rivoluzione digitale sta trasformando gradualmente il nostro mondo, continuiamo a utilizzare la scrivania, i mobili del secolo precedente. Tablet e laptop sono presenti nella maggior parte delle case, ma i mobili che li circondano sono progettati per un foglio di carta e una matita.”A nove anni di distanza, in un momento di pandemia in cui la locuzione smart working è stata tra le più diffuse dai media, come guardi al tuo progetto di allora?

V.V.
La scrivania/mensola Mamba è uno dei miei progetti preferiti. Nel 2012 veniva immesso sul mercato il primo iPad, poi c’è stata la novità dello smartphone e, a cascata, tutto quello che oggi è sotto gli occhi di tutti: cioè quel mondo di applicazioni che poi ci ha travolto. In occasione del Concorso, che aveva come tema la proposizione di un complemento d’arredo con il nuovo materiale innovativo che consentiva la lavorazione a stampo, ho pensato veramente di proporre qualcosa di differente, incentivato anche dal fatto che MDF Italia si proponeva come un’azienda proiettata verso l’ambiente domestico contemporaneo con uno sguardo al futuro.
Questo mi ha spinto a guardare oltre e, a quasi dieci anni di distanza, posso sicuramente dire che a noi progettisti spetta, a volte, il privilegio di anticipare i tempi. È il bello del nostro lavoro!

A.C.
Della tua libreria Bukva prodotta da Living Divani è stato scritto “Una libreria-scultura che ad una prima occhiata appare come un’opera d’arte appesa al muro …”.
Qual è la tua consapevolezza circa la linea di demarcazione che separa un oggetto d’arte da uno di design? È possibile stabilire questo confine inequivocabilmente? Quali sono gli elementi che fanno la differenza secondo te?

V.V.
Il confine non è così netto, ma è sempre molto poroso.
Di fatto le arti figurative hanno un impatto trasversale e comunicano a tutti noi a prescindere dal mestiere che facciamo. La vera opera d’arte ci colpisce indipendentemente dall’età e dalla storia personale.
Il lavoro del designer, legato alla manipolazione della forma, subisce questo fascino in maniera diretta.
La vera differenza è che l’oggetto di design viene prodotto principalmente per svolgere una funzione che non è solamente legata al suo impiego ma che include anche la sua vita nello spazio in cui si trova e che influenza. È quest’ultimo aspetto che lo potrebbe accomunare ad un’opera d’arte scultorea.
Penso tuttavia che su questo aspetto occorra stare molto attenti e personalmente ritengo che quei lavori di Art Design che finiscono nelle gallerie siano molto discutibili

A.C.
Parliamo di materiali: nel lavandino KUB, primo premio Concorso di progettazione DRESSED STONE 2010, utilizzi, dopo averne indagato le possibilità che potevano offrire il marmo e il vetro, due materiali profondamente diversi in un modo che esalta, di fatto, le loro peculiarità specifiche. È sempre questo il tuo approccio nei confronti dei vari materiali con cui ti trovi a lavorare? Forma e materiale sono strettamente legati per te all’atto della progettazione?

V.V.
Io sono curioso per natura e cerco sempre modi di “esprimere nuove cose con i mezzi che abbiamo già a disposizione”.
Mi piace cercare tra quello che già esiste e vedere se c’è spazio per “tirare fuori” qualcosa di nuovo, invece di sperimentare sul confine del possibile.
Il lavabo Kub lo racconta molto bene: il vetro è lavorato nel modo più semplice possibile, con tagli a 45°, e lo stesso vale per le lastre di marmo che vanno a formare un semplice cubo.
Cerco, con gesti semplici, di rendere l’oggetto che acquisisce valore partendo dall’idea che sta alla base e che deve sempre emergere rispetto alla tecnica e alla ricchezza dei materiali.
Questo è evidente, ad esempio, anche nel tavolino B3 prodotto da Living Divani: l’utilizzo di un certo tipo di materiale conta meno dell’idea che sta alla base, cioè quella della moltiplicazione dei piani di appoggio attraverso un’operazione di “sfalsamento” dei piani stessi e che ha dato come risultato una piccola architettura domestica capace di rendere speciali gli angoli morti della nostra casa.

A.C.
A cosa stai lavorando adesso?

V.V.
Sto lavorando al nuovo showroom aziendale milanese di Antrax e ultimando due progetti di architettura a Carrara per un cliente storico.
Continuo a collaborare con le Aziende: stiamo preparando i prodotti che verranno esposti al Salone del Mobile nel 2022. La prossima edizione di settembre mi appare un po’ come una forzatura ma in ogni caso rappresenta sicuramente una “mostra di positività”.
Credo che, a livello di proposte, le aziende si stiano concentrando per l’aprile prossimo, quando, spero, si potrà tornare a viaggiare in sicurezza tra Paesi e continenti e potremo ritrovare tutti gli ospiti del Salone che hanno fatto di questo evento ciò che è diventato per il mondo intero.

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A.C.
Quali sono gli oggetti di design contemporaneo, in produzione, che avresti voluto progettare?

V.V.
Risposta difficile da dare! Ci sono veramente tanti bravi architetti e designers e ad ogni Salone del Mobile ho visto sempre qualcosa che mi ha lasciato stupito. E mi stupisco ancora di più pensando ad un momento, com’è quello attuale, in cui i cataloghi sembrano traboccare. Appare difficile progettare e produrre qualcosa di innovativo mantenendo anche una caratteristica di semplicità, come piace a me.
Ne cito uno per tutti: le lampade di Anastassiades per Flos sono forse uno degli esempi migliori di come, con delle forme semplici, quasi banali, si sia riusciti a realizzare un prodotto che non solo convince gli addetti ai lavori ma anche quelle persone che, potremmo dire, sono dotate di una normale sensibilità.

A.C.
Sei mai stato plagiato?

V.V.
Non si può parlare di plagio perché il plagio non esiste.
Mi spiego: noi nasciamo e iniziamo a parlare copiando e tutta la vita è improntata sull’azione del “copiare”.
Non è forse vero che quando qualcuno vede qualcosa di utile, la prima reazione è quella di cercare di imitarla?
È la storia stessa dell’Uomo: possiamo ben immaginare che quando un individuo ha visto per la prima volta un suo simile portare agevolmente tronchi d’alberi pesantissimi con l’ausilio di un marchingegno dotato di ruote, la prima cosa che può aver fatto sia stata quella di riprodurne uno simile!
E in questo modo l’informazione si è diffusa, migliorando la vita di tutti.
Penso che nessuno di noi abbia veramente inventato il fuoco: tutte le nostre proposte hanno una storia pregressa di immagini, informazioni e studi.
Anche se una cosa è stata copiata e riprodotta a fini mercantili possiamo ritrovare il senso di tutto ciò nell’opportunità che ci viene offerta di spronarci a fare ancora meglio, perché quello che sta accadendo è che il mondo ci sta ponendo sotto gli occhi quello che è il vero problema.
Se altri riescono a fare il medesimo prodotto e immetterlo sul mercato a costi inferiori ci si deve per forza porre qualche domanda e magari si arriverà alla conclusione che il problema appartiene a noi, magari alle nostre aziende che talvolta non riescono a svolgere perfettamente un lavoro di ricerca e sviluppo tale per cui certi prodotti possano avere una maggiore diffusione con maggiore beneficio per le aziende stesse, per i progettisti, ecc.
Voglio citare un esempio storico e contemporaneamente attuale: la sedia Thonet ha conquistato il mondo sicuramente per il suo aspetto estetico ma anche perché costava come due cassette di uova.
Il genio di Thonet NON è stato, quindi, quello di aver trovato una soluzione formale e tecnologica innovativa a qualsiasi costo.

A.C.
Il tuo punto di vista sul plagio è molto interessante e, per certi versi, inaspettato, con le tue affermazioni molto decise. Approfondiamo?

V.V.
Penso che rivendicare a tutti i costi il primato sulle opere di ingegno sia un atteggiamento infantile, come quello di uno scolaro che copre con il braccio il problema che sta risolvendo durante il compito in classe per non farlo vedere al compagno di banco.
Occorre andare oltre e cercare di capire perché in taluni casi non si riesca a realizzare un prodotto migliore.
Un prodotto non muore dal momento in cui lo si presenta al Salone: c’è tutto un lavoro da fare a posteriori per il miglioramento di quei processi che riguardano la distribuzione, il contenimento dei costi, ecc.
In Italia abbiamo, in tal senso, un atteggiamento un po’ presuntuoso di chi pensa che il prodotto si debba cristallizzare una volta centrata l’idea e si tende a trascurare la fase che implica la successiva ricerca di continuo miglioramento.
Ritorniamo all’esempio della sedia Thonet, che viene attualmente prodotta dalle aziende Ton , Gebrüder Thonet e Thonet: le tre aziende hanno anche altre produzioni ma il grande fatturato lo fanno ancora con questa sedia che è stata progetta nel XIX secolo.
La domanda che dobbiamo farci è: come mai?

A.C.
Quali libri stai leggendo e cosa ci puoi consigliare in merito?

V.V.
Ultimamente sono molto attratto dall’economia e mi sto facendo una cultura in merito: penso che l’evoluzione dei suoi processi, accanto a quelli della finanza, si rifletta sull’evoluzione del mondo intero.
L’occasione di riflessione è partita con la lettura di un libro sulla famiglia Rothschild che mi ha portato alla lettura attuale sulla famiglia Morgan, una dinastia di banchieri e finanzieri statunitensi.
Attraverso la loro storia ho trovato la possibilità di comprendere i collegamenti tra i vari fenomeni che si sono succeduti a livello mondiale.
Ad esempio New York non sarebbe mai diventata la capitale dell’arte (comprendendo cinema, teatro, architettura…) a partire dagli anni ’50 del secolo scorso se non fosse prima diventata il centro del mondo finanziario ed economico.
Sono convinto che l’evoluzione dell’economia in un certo senso anticipi tutto ciò che accadrà in un momento successivo nel più ampio ambito sociale.


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