Vasoni in esterno cover
Architettura,  Design,  Dialoghi

Luisa Bocchietto: (progettare) meno oggetti e più soluzioni

È ciò che l’esperienza internazionale dell’architetto biellese suggerisce con forza per l’immediato futuro del design italiano. E non solo.

Luisa living 2014 ph. Cortili Photo sede ADI
ph. Cortili Photo – sede ADI

Dialogare con Luisa Bocchietto è stato sorprendente: non saprei restituire con un’altra parola il privilegio e le sensazioni provate nell’essere di fronte ad un architetto che ha ricoperto le più prestigiose cariche istituzionali in campo professionale e contemporaneamente avere, con lei, la percezione di condividere numerosi punti in comune: interessi che s’allargano oltre gli anni accademici che ci hanno visto frequentare, nello stesso periodo, il Politecnico di Milano; oppure “ritrovarsi” con uguali aspirazioni in una formazione classica ed autonoma, non sollecitata o tramandata per legami o eredità, e poi intraprendere percorsi e scelte professionali dettate da esigenze familiari che l’hanno portata a qualche rinuncia di cui non si è mai pentita.
E’ stato il suo personalissimo modo di intendere la professione dell’architetto, che non ha mai ritenuto dovesse svolgersi unicamente tra le mura del proprio studio, ad averla portata nel corso della carriera a sviluppare progetti ad ampio spettro in campo culturale: presidente della Associazione per il Design Industriale (ADI) per due mandati, nel 2017 è stata eletta presidente della World Design Organization (WDO), un’associazione nata alla fine degli anni ’50 con lo scopo di promuovere la cultura del design a livello internazionale.
Numerosissimi sono i riscontri reperibili sul web che danno conto dell’impegno e delle attività di Luisa Bocchietto come presidente della WDO, per esempio, che l’ha vista impegnata sul fronte della diffusione del design come catalizzatore per un cambiamento positivo del mondo: “dobbiamo assumere un punto di vista originale”, ha detto, “e lavorare non solo con i designer ma anche con i politici, per raggiungere i luoghi in cui vengono prese le decisioni che contribuiscono concretamente alla creazione di un mondo migliore” (Culture Club- Habitat & Benessere, 2018, n. 4).
Un altro pensiero che mi accomuna e che vorrei rimarcare è la sua insofferenza alla distinzione di genere in campo professionale: perché le capacità prescindono dalle condizioni personali, conta l’impegno, le idee, la perseveranza nell’attuarle.

È un pensiero forte e lucido, a tratti fuori dal coro, sviluppato da una donna che ha iniziato il suo percorso a metà degli anni ’80, rinunciando ad una collaborazione con Marco Zanuso per una consapevole scelta familiare e che è arrivata ad essere “…l’architetto e il designer che il mondo ci invidia” (Michele Porta, Biellese Green n.10, 11 luglio 2022).

Annamaria Cassani
Luisa, in un articolo pubblicato on line dal “Sole 24 Ore” parli dei tuoi esordi professionali. A partire dal tuo racconto ho constatato come, a distanza di quasi 40 anni, nulla sia cambiato in termini di rapporto donna architetto/maestranze di cantiere: all’atto di pronunciare il fatidico titolo “architetto”, nel rivolgersi ad una donna direttrice dei lavori, sembra che una semiparalisi colga le corde vocali dirottando le parole verso un generico “Signora”. Sicuramente non sono di per sé tanto importanti i titoli quanto le abilità dimostrate in campo, ma, ti chiedo: è una questione di contesto provinciale, nel quale tra tante meraviglie qualche piccolo problema di inerzia sicuramente vi permane, oppure, secondo te, è qualcosa di ancestrale?

Luisa Bocchietto
Non penso sia una modalità legata ad un contesto provinciale; ritengo, invece, che appartenga ad un aspetto della mentalità sul luogo del lavoro che fa ancora fatica ad accettare una donna in cantiere nel ruolo di direttore dei lavori, in un settore gestito quasi esclusivamente da uomini.
Oggi sorrido quando mi chiamano “Signora” e quando mi capita di sottolinearlo mi sento rispondere dalle maestranze: “Ma io lo faccio per rispetto nei suoi confronti!”.
Il rispetto è dovuto a qualsiasi essere vivente: qui si tratta di riconoscere non tanto un titolo accademico, ma un ruolo ed una funzione ben precisi, perché prima di essere una donna professionista sono innanzitutto una persona si mette in gioco professionalmente per avere determinati risultati.
A distanza di oltre trent’anni dai miei esordi professionali constato che il cambiamento sta avanzando molto lentamente e che il processo di “accettazione” non si è ancora completato, ma ritengo anche che la cosa più importante in assoluto è che non si facciano passi indietro, perché allora sì che mi preoccuperei: in poco tempo si possono cancellare decenni di progressi civili.

A.C.
Non hai ereditato la professione dalla tua famiglia d’origine, come invece spesso accade per alcuni professionisti: quanto è stato importante il contesto biellese per il tuo lavoro? Te lo chiedo perché ho sempre avuto l’impressione, mutuata dai racconti di compagne d’università, che quella parte di provincia piemontese così vicina alle Alpi e quasi a metà strada tra Torino e Milano, abbia sempre saputo valorizzare i talenti dei propri “figli”.

L.B.
Io non ho avuto questa percezione, anzi; già dai miei primi anni di attività posso affermare che è valsa la famosa locuzione latina “nemo propheta in patria”. Amo molto Biella, qui abito, qui ho il mio studio, qui risiede la mia famiglia e qui ho deciso di restare senza alcun tipo di rimpianto.
Appena laureata Marco Zanuso mi aveva offerto la possibilità di collaborare col suo studio: ero già sposata e l’azienda di mio marito [Serralunga, n.d.r.], aveva sede a Biella ed è stato questo insieme di circostanze ad indirizzare la mia scelta.
Niente tuttavia mi ha impedito di ricercare stimoli altrove, di viaggiare molto anche per i miei ruoli istituzionali, di ricevere incarichi che mi portavano a vivere esperienze anche lontano dal mio luogo di origine. I viaggi all’estero mi hanno permesso di conoscere realtà e metropoli così diverse dai luoghi di frequentazione che vivere a Biella o a Milano alla fine non mi è sembrato rappresentare una così grande differenza!

La mia scelta vera, in realtà, è stata di rimanere a vivere in Italia e a quel punto valeva la pena restare nei luoghi familiari, in una provincia che poteva offrire meno opportunità professionali ma una superiore qualità della vita.

A.C.
Nella tua biografia ho contato, e probabilmente per difetto, un numero di sei prestigiose cariche istituzionali nel campo della cultura del design. Ne cito solo due per tutte: Presidente Nazionale dell’ADI – Associazione per il Disegno Industriale (due mandati) e Presidente WDO – World Design Organization.
Ora, se associamo questi incarichi alla tua attività professionale, a cui si vanno a sommare anche i lavori di curatrice di mostre/eventi culturali/libri/ direttrice editoriale di riviste di settore…, viene naturale pensare che tutto questo richieda, oltre ad un’innata, non comune, passione, anche un rigore metodologico non indifferente. Approfondiamo?

L.B.
Innanzitutto occorre avere una buona salute! Poi, sicuramente, ciò che mi anima è una grande passione per questo mestiere che ho sempre inteso in senso allargato: ogni volta ho pensato che il mio lavoro non si dovesse limitare con l’attività dello Studio ma che abbracciasse più aspetti e discipline.

Mi sono sentita di lanciare sul mondo uno sguardo meno ristretto, meno concentrato sull’esclusivo vantaggio personale, considerare una prospettiva un po’ visionaria e, se vogliamo, utopistica che da sempre accompagna la professione dell’architetto.
Credo che ci sia anche un impegno collettivo dietro al nostro lavoro.

Riconosco nella multidisciplinarità, che connota la mia attività, una naturale, indispensabile, capacità di gestione dello stress: mi risulta facile isolare gli ambiti e restare concentrata senza perdere il focus.

A.C.
Un pensiero su Marco Zanuso che è stato il tuo relatore quando nell’85 ti sei laureata presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Che cosa ti ha trasmesso?

L.B.
Marco Zanuso è stato un grande architetto ed un grande designer, con una visione a 360° della professione che mi ha indubbiamente trasmesso. È stato un anticipatore dei tempi perché già da allora il suo approccio al design era legato non solo al consumato binomio forma/funzione ed al corretto rapporto che doveva esistere tra i due concetti, ma anche alle dinamiche sottostanti a tutto il processo industriale che portava alla realizzazione di un prodotto. Questo implicava inevitabilmente di dover percorrere sentieri che aiutavano la comprensione di ciò che si può fare meglio, a minor costo e che serva di più con un determinato tipo di tecnologia.
È questo l’imprinting che ho avuto da lui, un approccio alla disciplina che è poi proseguito con l’esperienza nella World Design Organization e l’evoluzione del design negli ultimi anni: non un design legato solo alla forma esteriore, ma portatore di reale innovazione, piccola o grande che sia, progetti che abbiano le potenzialità di migliorare la vita delle persone.
Sicuramente si tratta di un’operazione più complessa, al limite dell’impossibile talvolta, ma sono veramente convinta che ogni architetto e designer debba affrontare questa sfida ed uscire dall’idea che l’obiettivo debba essere unicamente quello di cucire un bel vestito ad un prodotto al solo scopo di seguire le logiche di mercato.

A.C.
Parliamo del tuo lavoro per l’azienda Serralunga? È vero che quella che potrebbe sembrare ai più solo una brillante intuizione, e mi riferisco alla iconica collezione Vas-One Family, in realtà ha avuto un processo di gestazione molto lungo e difficoltoso, costellato da parecchi rifiuti da parte di aziende del settore?

L.B.
I “Vasoni” si affacciano sul mercato nei primi anni Duemila ma il percorso che porta alla loro produzione inizia decisamente prima, a metà degli anni ‘80, quando la crisi del settore tessile del biellese ha posto la necessità di tentare la riconversione per la produzione dell’azienda Serralunga, allora leader nel campo dell’accessoristica ottenuta, mediante la valorizzazione dell’uso della tecnologia di stampaggio rotazionale della materia plastica.
Per ben 15 anni ho bussato alle porte delle aziende che operavano nel settore del design proponendo la nuova tecnologia che consentiva di ottenere prodotti a costi contenuti:

la finitura opaca che ne risultava tuttavia non piaceva, veniva considerata cheap, dozzinale – a confronto di quella lucida che imperava sin dalla nascita del materiale plastico – adatta solo per prodotti di tipo industriale, ma non per i complementi d’arredo.

Fa sorridere pensare come nel giro di 20 anni i gusti siano cambiati e come adesso oggetti e complementi d’arredo in plastica con finitura opaca si trovino di fatto ovunque!
Ad un certo punto, dopo tanti rifiuti, grazie all’incontro dell’azienda con Paolo Rizzato e Alberto Meda, si decise di fare un salto nel buio progettando ex novo una collezione di complementi d’arredo per la casa che non esistevano sul mercato in quelle fattezze.
Non esistevano di fatto competitors ma era altrettanto vero che non esisteva ancora una rete di distribuzione e nessuna certezza sui possibili quantitativi di vendita! Decidemmo di proporli a vari showroom di arredamento, puntando anche sul fatto che non entravamo in concorrenza con altre aziende data la novità del prodotto, e la prima collezione del 2000 ottenne subito il favore del mercato: nei tre anni a seguire la produzione di Serralunga fu totalmente riconvertita.
Penso che il motivo del successo delle prime collezioni, e anche di quelle successive affidate ai progetti di nomi più che noti del design, sia stato di introdurre innovazione tecnologica che generava economia.      Per quanto riguarda i miei prodotti, inoltre, nel lavorare su forme fuori scala ma appartenenti alla tradizione: il pubblico non è rimasto disorientato o spaventato come accade quando si propongono oggetti che puntano all’originalità estrema ma, al contrario, ha apprezzato la possibilità di vedere il classico vaso in cotto, un oggetto estremamente familiare, in dimensioni mai osate prima.

A.C.
Luisa, da dove nasce questa tua passione per il “fuori scala”? Faccio non solo riferimento ai vasi che hai progettato per Serralunga ma anche al progetto “22 designer per 22 artigiani” che nel 2020 hai curato per la città di Volterra, in un’ottica di connubio tra design e alabastro, materiale che sapientemente viene lavorato dai maestri artigiani di questa città: per l’installazione “Arnioni in piazza” hai voluto che i blocchi di pietre grezze di alabastro, chiamati, appunto, arnioni, fossero di una dimensione più grande possibile.  È un rapporto proporzionale imprescindibile quando si opera a scala urbana oppure deriva da tue particolari suggestioni?

L.B.
La proposta di oggetti di grandi dimensioni deriva da una mia fascinazione, una volontà di suscitare stupore con poco, anche semplicemente aumentando le dimensioni di oggetti comuni.
Nel caso di Volterra penso che mi abbiano affidato l’incarico presupponendo che io facessi qualcosa con i “vasoni” (il tema implicava l’utilizzo di oggetti che potessero essere illuminati): io invece, affascinata dall’alabastro, materiale  che non conoscevo nelle sue potenzialità, nelle modalità con cui si presentava in natura e come veniva cavato, ho dato disposizione di collocare nella piazza dei Priori di Volterra i più grandi arnioni che si riuscissero a recuperare per poi farli scavare ed illuminarli dall’interno.
Intendevo rendere omaggio ad un materiale che meritava di essere riportato in tutta la sua grandezza all’attenzione di tutti, anche di quegli artigiani che nel corso del tempo avevano concentrato la loro produzione solo su piccoli oggetti realizzati su commissione o su gadget come souvenir della città.
Non volevo che il progetto dell’installazione che mi era stata affidata apparisse come il gesto autocelebrativo di un artista, ma come un atto di dovuto rispetto per un materiale antico, che apparteneva da migliaia di anni al sottosuolo di quei luoghi e alle mani di coloro che lo lavoravano con maestria.
Abbiamo inaugurato l’installazione l’8 dicembre del 2020, durante la pandemia, sulle note della canzone “Imagine” di John Lennon: è stata una cerimonia molto molto commovente per tutti i presenti.    

 A.C.
Nel 2008 nell’ambito degli eventi di Torino World Design Capital hai curato con Anty Pansera l’evento “D come Design”, una mostra che ha illustrato i contributi delle donne progettiste dal 1908 al 2008, attraverso un percorso storico e con la partecipazione di oltre 100 designer italiane. Dalle premesse di questa mostra hai co-fondato nel 2010 l’associazione omonima. Ci parli di questo progetto, delle sue premesse e dei riscontri avuti?

L.B.
Il progetto “D come Design” in realtà prende avvio da un omaggio personale che volevo fare ad Anna Castelli Ferrieri, una figura di donna architetto che stimavo moltissimo e che ha rappresentato per me un punto di riferimento: a lei si doveva il fondamentale contribuito al successo di Kartell, creata con il marito l’Ing. Giulio Castelli, nel coinvolgere colleghi architetti e designer che hanno poi firmato le collezioni a noi tutti note.
Mi aveva colpito il fatto che alla sua morte, avvenuta nel 2006, i media non avessero riservato, a mio avviso, un doveroso tributo o, perlomeno, l’analoga attenzione riservata, a parità di circostanze, ai suoi colleghi: eppure era stata, oltre che architetto, designer ed accademica, la prima donna presidente ADI alla fine degli anni ’60 e presidente anche dell’associazione Soroptimist International [Associazione mondiale di donne impegnate in attività professionali e manageriali, n.d.r.].
Mi posi l’obiettivo di realizzare una Mostra sulle donne del design con lei come
: ci tengo a precisare che non era mia intenzione richiedere contributi alla Kartell perché si trattava di un autentico e sentito omaggio personale. Invece ottenni dei fondi dalla Regione Piemonte perché, nel frattempo, con la collaborazione di Anty Pansera, il progetto si era allargato comprendendo non solo altri nomi di architetti donne, quali ad esempio Franca Helg (un’altra figura poco indagata), ma anche il lavoro di donne artigiane, artiste, imprenditrici, giornaliste  che, a partire dagli inizi del secolo scorso, hanno contribuito con “la mano, la mente, il cuore” alla nascita e allo sviluppo della cultura del progetto e del prodotto italiano.
L’inaugurazione è avvenuta l’8 di marzo, esattamente nel giorno del centenario dei tragici avvenimenti che in seguito hanno promosso la festa della Donna.
Dall’esperienza di questa mostra è nata, nel 2010, l’Associazione “D come Design” che è tuttora attiva sul fronte della valorizzazione nell’ambito della cultura del progetto al femminile del lavoro artistico/creativo delle donne.

A.C.
Una domanda un po’ provocatoria: non ti sei trovata in difficoltà nell’intervenire, nel 2018, sulla celeberrima lampada “Cobra di Martinelli Luce” in occasione del 50° anniversario della sua ideazione? Consapevole che sei stata invitata, insieme ad altri noti designer, dall’azienda stessa a progettare un decoro per celebrare l’evento, qual è stato il senso di questa operazione su un prodotto di design di cui non si poteva dire che non fosse già perfetto in sé?

L.C.
Ho accolto la proposta di Emiliana Martinelli per l’amicizia che ci legava da anni e, non nascondo, che ho accettato di intervenire con un decoro sulla lampada Cobra non senza qualche dubbio. Ti confesso che se qualcuno volesse adoperarsi con analoghe intenzioni sui miei “vasoni”, ad esempio, non ne sarei contenta! Ma in questo caso si trattava di rendere omaggio ad un pezzo iconico di design che a 50 anni dalla sua ideazione da parte di Elio Martinelli era ancora in produzione: la lampada Cobra ha un’immagine così forte che né il mio intervento né quello degli altri colleghi al mio pari invitati, l’ha intaccata.

A.C.
Mi ha colpito una frase in cui dici che l’architettura e il design sono i tuoi dei. In quale senso dobbiamo interpretare quest’affermazione?

L.B.
Ho espresso questo pensiero in un momento in cui avevo bisogno di condensare fortemente il mio approccio in ambiti diversi su cui si indirizzava la mia creatività. La professione dell’architetto e del designer si fonda sulla ricerca di armonia a partire dallo stupore generato dalla bellezza della natura che ci circonda, il medesimo stupore che riusciamo a generare quando “creiamo”, quasi fossimo alla stregua degli dei, degli oggetti “significanti” che prima non esistevano. Non rappresenta forse questo un modo concessoci per acquisire un pezzettino di immortalità?

 

A.C.
Luisa, in un’intervista pubblicata on line nel 2018, in occasione della design week milanese, inviti architetti e designer a “non pensare a progettare sempre e soltanto sedie, lampade, mobili, automobili, ma di progettare tutto ciò che permetterà di consumare consapevolmente, di ridurre gli sprechi e di proteggere il pianeta e le risorse che abbiamo”. Secondo te è già stata intrapresa questa strada oppure il mondo del design è ancora concentrato sulla “messa a catalogo” da parte delle aziende di sempre nuovi (ridondanti?) prodotti?

L.B.
Pensavo che la recente pandemia portasse a premere l’acceleratore verso un cambio di paradigma ed a lanciare uno sguardo diverso anche sul mondo del design: io non l’ho riscontrato non abbastanza per il mondo del forniture qui in Italia almeno. All’estero, come presidente della World Design Organization, ho invece constatato che da tempo si viaggia su un binario diverso, che conduce alla realizzazione non più solo di oggetti ma, soprattutto, di soluzioni ai problemi collettivi. Ritengo che sia questo ciò di cui oggi abbiamo bisogno: soluzioni, anche nel campo dei prodotti, per aumentare la durata e per una strategica riduzione dei rifiuti.
Non vorrei più assistere all’immissione annuale sul mercato dell’ennesima sedia che non rivoluziona nulla se non un aspetto formale e puramente incidentale.
Ci salutiamo dopo un’ora di piacevolissima conversazione con l’accordo di risentirci a metà ottobre, dopo il “Design Innovation Award” presso il salone nautico di Genova -un premio suggerito agli organizzatori– cui seguirà immediatamente un impegno a Detroit dove, per il Consolato Italiano parlerà di sostenibilità e design italiano.
Cosa aggiungere d’altro se non augurarle buon lavoro?


s f o g l i a l a g a l l e r i a

intervista a cura di
ANNAMARIA CASSANI

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LUISA BOCCHIETTO architetto
Salita di Riva n.3
13900 Biella (BI) Italy
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MARTINELLI LUCE
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