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Architettura

Il design del non-finito: tra filosofia, conservazione e recupero edilizio

Non sono tanto le capacità o l’ingegno nostrani, quanto le possibilità.

È bello partecipare ai dibattiti di chi sa fare (anche) filosofia intorno ai temi legati all’architettura, al ruolo innovativo ed eretico del design, alle eredità del costruito, ecc.  Per questo ho sfogliato con viva attenzione il libretto (55 pagine molto ben scritte e poco più grandi di un palmo della mano) di Luciano Crespi, architetto e docente al Politecnico di Milano (Manifesto del design del non-finito, Postmedia Editore).
Che cosa ci racconta lo scritto e qual è la ragione di accennare agli aspetti “filosofici” di tali argomenti? Secondo l’Autore il design del non-finito vuole attribuire agli “avanzi, luoghi che hanno smesso di svolgere la funzione per cui sono stati realizzati, un carattere rappresentativo delle condizioni di provvisorietà, precarietà, transculturalità, proprie del secolo da poco iniziato”.

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Si deduce che all’architettura, e ancor più a questa “forma” di design, è affidato il compito di mantenere le opere edilizie abbandonate così come si trovano. Cioè recuperandone, sì, i volumi, gli spazi e il layout per nuove funzioni ma, di fatto, intervenendo il meno possibile sull’oggetto immobiliare. Perciò lasciando le crepe o le demolizioni pregresse, non intonacando i muri ormai consumati dal tempo, assistendo al lento logorio della ruggine che addenta le parti in ferro e, adattabili ai vari locali. Il ripristino dovrà essere meno invasivo possibile, dice.

Sono certamente vittima del mio mestiere e l’indole pragmatica che mi ritrovo non aiuta: quindi non capisco quale sia il valore di un’operazione di tal genere.

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E se “idealmente” posso condividere, appunto, l’impianto filosofico che sta dietro al tema del non-finito, nonché l’originalità dell’atout artistico nell’intervenire su un corpo edilizio ormai sfatto lasciandolo più o meno come lo abbiamo trovato, tuttavia mi chiedo: tutto ciò non va a enfatizzare ancor di più proprio quel senso di provvisorietà e precarietà che contraddistinguono il nostro tempo e quel genere di costruito, gli avanzi?
Tra l’altro, mi chiedo se in questa “ristrutturazione” che marcia ad un passo tutto suo (il non-finito) dovremmo dare per assolta la sequenza di precetti che i vari Uffici Tecnici richiedono riguardo ad abitabilità/agibilità. Possibile?
Di solito, negli anni, ho visto “recuperare” immobili o brani di città in disuso destinando le superfici a nuove utilità: secondo la zona in cui sorgono, la loro conformazione architettonico-volumetrica, la destinazione d’uso più opportuna in quel determinato momento e, non ultimo, il valore economico (anche prospettico). Il tutto ovviamente filtrato dagli aspetti di attualità ancora presenti in quei fabbricati ormai giunti al capezzale, aspetti ancora condivisibili nel presente, altrimenti il rischio è “l’effetto cimelio”.
E in tutti quei casi il progettista considerava, con spiccata sensibilità, l’impatto del suo intervento ed era attentissimo al risultato senza venir meno al suo stilema espressivo, un personale approccio che distingue un professionista (architetto o designer non fa differenza) dall’altro.
La cura dei particolari e la loro rappresentazione estetica non dovrebbero essere fini a se stessi come mi pare di cogliere nel design del non-finito: intravedo un risultato estetizzante, forse una volontà di distinguersi con un’originalità che si compiace.

Villanova del Sillaro ll design del non finito tra filosofia conservazione e recupero edilizio

Negli interventi di recupero che citavo poc’anzi (qualcuno li definisce remodeling, rigenerazione urbana, reinventing cities, ricondizionamento, riqualificazione) l’architetto/progettista proponeva sempre (legittimamente) una personale cifra stilistica, la sua weltanschauung, un’originalità dettata (anche) dal manufatto sul quale interveniva e che esprimeva in una grammatica compositiva diversa per ogni occasione. Ma soprattutto capace di relegare la rappresentazione estetica in un ambito ben circoscritto, come prezioso contributo alla decorazione e alla finitura, come elemento del tutto, aderente alle funzioni e al volume edilizio così da esaltarne le forme, le prospettive, i richiami della memoria.
Non so perché ma ho l’impressione che il design del non-finito faccia appello unicamente a una sorta di “versione artistica” del progetto di recupero. Che peraltro sembra volerlo disattendere perché, dice, snaturerebbe l’identità dell’immobile, rischierebbe di svuotarlo di senso. Sarà. Mi chiedo se non sia una maniera di fare un po’ troppa filosofia a fronte di un patrimonio immobiliare usurato (soprattutto pubblico) fermo da decenni e giornalmente strapazzato da temperie o occupazioni abusive.

E’ vero che riportare a nuova vita questi oggetti immobiliari potrebbe imporre una rivisitazione degli spazi e della loro fisionomia ma, chiedo, l’alternativa?

Non riesco a pensare, come suggerisce il libro, che tutto si risolva facendo leva sul design. E perché non sull’architettura?

Sta nella capacità e sensibilità del progettista regalarci un’emozione, riattivare i ricordi, dare nuova vita alle partizioni interne che permettano nuove utilità, senza con ciò voltare le spalle a tutto ciò che quell’immobile è stato.

Kupari ll design del non finito tra filosofia conservazione e recupero edilizio

Un’altra considerazione che emerge dallo scritto è la storicità di certi edifici a mio giudizio non assimilabile con l’idea degli avanzi. Può ben essere che Giovan Battista Piranesi chiami “avanzi”, nelle sue incisioni, il sepolcro della famiglia Metella sulla via Appia, ma l’intendimento dell’artista e il suo italiano di metà Settecento rimandavano alla rappresentazione di vestigia, a un lacerto archeologico, ad una sopravvivenza della memoria. Rimango perciò col dubbio che quell’appellativo abbia lo stesso significato indicato da L. Crespi.
Ben altro, quindi, rispetto all’idea di recuperare, come faremmo oggi, edifici abbandonati di poco o nullo pregio destinandoli a nuove funzioni e mantenendo, per quanto possibile, quell’aura di memoria che ci appartiene. Nessuno si sognerebbe di metter mano a quelle vestigia, per quanto avanzi, se non con un restauro conservativo che permetta di goderne per i prossimi mille anni.
Un altro aspetto del libro che merita una riflessione è una sorta di idiosincrasia per il recupero/riuso da parte dei privati. E’ evidente che vi siano dinamiche “commerciali” alla base dei loro ragionamenti tuttavia, anche qui, mi chiedo: l’alternativa?
In un mondo ideale questo spazio d’intervento sarebbe meritoriamente promosso dalla mano pubblica.

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Ma le trascorse esperienze di vendita o di gestione di proprietà statali possono essere un modello?

 

Ricordo che le caserme in disuso (anche nel centro città), i fari, le stazioni ferroviarie e via elencando sono state oggetto di numerose aste il più delle volte andate deserte: lo strumento urbanistico comunale non era allineato con i presupposti per un concreto riuso degli immobili. E se sconcertava il privato, disposto ad investire, non ho intravisto percorsi alternativi promossi dalle Amministrazioni pubbliche.
A quel punto, che intervenga il design del non-finito non aggiunge (e non risolve). E menzionare taluni esempi stranieri (St. Miquel 19 a Palma de Mallorca, il progetto Antivilla a Potsdam, un’ex vetreria a Barcellona, e altri) purtroppo non alimenta il desiderio d’imitazione da parte delle funzioni pubbliche del nostro Paese.
Le pagine sostengono una sorta di semplificazione che mi pare difficoltosa da attuare.

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Qui da noi non mancano occasioni, capacità o ingegno. Non ci sono le possibilità.

In ogni caso, altri interessanti spunti sono disseminati nelle dense pagine del Manifesto ma mi fermerei qui.
Recentemente m’è capitata per le mani, per una fortuita incursione del destino, la premessa dei Quaderni di Antonio Gramsci quando annota: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni più svariati”.
In questo tempo liquido, e magari in crisi d’identità, è bello poter pensare che forse non vi sia una risposta a tutti questi discorsi, tuttavia sono proprio queste felici sollecitazioni intellettuali, non sempre condivisibili, che ci spingono a considerare che oggi, o domani, potrebbe essere diverso.
E meglio.


s f o g l i a l a g a l l e r i a


Testo 
Riccardo Grassi

Immagini
Pexels
Pixabay

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