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Design,  Interni,  Office Interiors,  workplaces

Spazi fluidi

(conosciuti e ri-conosciuti): parte prima

Bisogna risalire a Zygmunt Bauman per fare i conti con il concetto di fluidità. E’ lui che nella seconda metà del Novecento parla di “società liquida”, che poi troverà sfumature/interpretazioni varie nel corso dei decenni successivi. Liquidità intesa principalmente nella declinazione, che più ci interessa, di velocità di cambiamento e adattabilità continua della società e dei suoi componenti.
In Italia quest’idea è stata ripresa dallo psichiatra Tonino Cantelmi che introduce il concetto di “tecnoliquidità” per spiegare la contemporaneità e i suoi disagi psicologici, individuando nell’interazione tra società liquida e rivoluzione digitale le determinanti principali.

Tra gli ambiti fortemente interessati da questa interazione rientra anche il luogo di lavoro, che sia la fabbrica o l’ufficio, cornice entro la quale le trasformazioni sono diverse, ma comunque radicali.

La nostra Costituzione attribuisce un ruolo cardine al lavoro (art.1) la cui importanza non è limitata alla sua natura economica ma, attraverso di esso, viene definita l’identità e il ruolo della persona all’interno della società.
Non sempre, però, gli si è attribuito un valore positivo. Nel Medio Evo, ad esempio, era solo la fascia “bassa” della popolazione a dover lavorare. Successivamente, il lavoro iniziò ad acquisire valenze più nobili. Nascono le botteghe di artigiani e commercianti, in seguito, con l’industrializzazione, l’attività professionale assume una dimensione collettiva e organizzata.

In questo contesto, il luogo di produzione è ben delineato e l’unico valore è rappresentato dalla capacità di sostentamento che il lavoro è in grado di dare. La vera rivoluzione, forse, avviene con Adriano Olivetti che riconosce l’importanza del “luogo fisico” della produzione ma soprattutto il ruolo delle persone al suo interno ed il relativo benessere psico-fisico.
Con il successivo sviluppo del settore dei servizi, il lavoratore si conferma pieno protagonista e non mero esecutore. E’ in questo momento che avviene il passaggio dalle fabbriche alle attività in ufficio.

Il lavoro “da una scrivania” pone in relazione stretta il benessere del lavoratore con la sua capacità di produrre.

Si sposta, così, l’attenzione sulla qualità dell’ambiente che deve essere stimolante, favorire la concentrazione e la creatività.

Dai primi del Novecento in poi, sono diverse le tipologie di uffici che si susseguono. E’ Frederick Taylor che per primo introduce il concetto di open space, massimizzando gli spazi e favorendo le interazioni tra i dipendenti. Non trovò grande approvazione inizialmente. Ci pensò poi l’architetto Frank Lloyd Wright ad interessarsi della qualità dello spazio e a curare l’illuminazione, l’arredo, l’isolamento acustico, ecc.
Nel 1964, è l’office designer George Nelson ad occuparsi di funzionalità e riduzione del superfluo.
Verso il 1980 si comincia a parlare di ufficio operativo che, se con la creazione di isole funzionali favorisce l’interazione e il coinvolgimento, dall’altro punto di vista vede nascere anche il “cubicolo”, ovvero il successivo inserimento di “separatori” che hanno come unico risultato la parcellizzazione totale, l’annullamento delle interazioni e la creazione di spazi chiusi, tanto che si ricorda quel periodo come “periodo buio della storia degli uffici”.
A queste tipologie ne seguono altre, come l’ufficio cellulare caratterizzato da piccoli spazi che garantiscono la privacy e la tranquillità, ma che penalizzano l’interazione tra colleghi.
L’evoluzione successiva è l’ufficio combinato, che raccorda gli spazi aperti centrali con le piccole aree personalizzate poste a corollario.

Si arriva, quindi, allo sviluppo del coworking space, ultima evoluzione dello spazio fisico di lavoro: risponde in maniera adeguata alle esigenze dell’epoca contemporanea.

Gli spazi sono condivisi, non ci sono postazioni di lavoro individuali e le aree sono dedicate: questa nuova tipologia presenta i pro della funzionalità, della parità e condivisione degli obiettivi. Tra gli elementi contrari si hanno scarsa concentrazione e poca privacy.
Nascono situazioni ai limiti dell’assurdo con le capsule acustiche (privè, box acustici autoportanti) dove alla flessibilità dell’open space si contrappone un cubicolo insonorizzato nel quale rintanarsi per rispettare la privacy delle telefonate.  
Arrivando alla situazione presente, caratterizzata dalla pandemia Covid19 e relative limitazioni, lo sviluppo o meglio la diffusione dello smart working è l’elemento cardine.
L’epoca è caratterizzata dalla grande diffusione di PC, smartphone e connessioni internet, tutti strumenti in possesso del lavoratore moderno e che si spostano con lui.

Oggi la differenza fondamentale è rappresentata dalla possibilità di accesso all’informazione, al possesso delle competenze individuali per utilizzarla e dalle capacità di connessione, intesa come collaborazione. Il lavoro, oggi, è agile, slegato dal un luogo fisso.

Melvin Webber, urbanista, negli anni ’60, fu tra i primi a ipotizzare il lavoro di ufficio al di fuori di uno spazio fisico definito.
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali definisce lo smart working come “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro: una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.
Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano precisa “Smart Working significa pensare il telelavoro in un’ottica più intelligente, mettere in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario lasciando alle persone maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Tipologia molto interessante, che richiede un alto livello di autonomia nella gestione degli spazi e dell’organizzazione, ma anche delle difficoltà pratiche non indifferenti.

Solo nel 2018 l’Italia si trovava in fondo alla classifica europea dei lavoratori che utilizzano lo smart working. Le società ci credevano poco, l’ufficio e la presenza erano considerati elementi basilari della produttività. Chi poteva svolgere questa tipologia di lavoro erano soprattutto lavoratori autonomi, che svolgevano l’attività nella propria abitazione o presso bar, tanto che sono nati i Coffee Shop Effect.
Lee Sunkee, ricercatore alla Carnegie Mellon University’s Tepper School of Business in Pensylvania, svolge uno studio su tali luoghi e nota come il rumore di sottofondo possa migliorare le abilità di pensiero astratto e come il vedere gli altri lavorare aiuti sia la motivazione sia la concentrazione. Inoltre, il setting in continua trasformazione (visual variety) stimola la creatività, il problem solving e l’informalità che si respirano in questi posti aiutano a rilassarsi in un ambiente accogliente.

Durante la pandemia, e soprattutto in seguito alle forti restrizioni, la digitalizzazione ha subito una forte accelerazione. L’emergenza ha fatto sì che le case venissero adattate a luogo di lavoro, che non erano prima. Nasce così l’Home Working. Colti alla sprovvista, abbiamo dovuto riformulare il concetto di casa.
Ferruccio Laviani, architetto e direttore creativo di Kartell, ci aiuta a capire come ripensare gli spazi. Una parola chiave è versatilità, il tavolo da pranzo deve essere in grado di ospitare anche il Pc. Tavoli allungabili e multifunzionali, séparé che devono garantire la privacy ma anche rimanere in connessione.
L’aggiunta di ruote ai mobili permette di rendere gli ambienti più versatili appunto.
Tra gli aspetti positivi di questa nuova pratica troviamo sicuramente il tempo risparmiato nel viaggio che, per alcune tipologie di pendolari, rappresenta una buona fetta della giornata, soldi e tempo risparmiato da poter dedicare alla famiglia o ai propri interessi; ulteriore vantaggio è dato dalla flessibilità nell’organizzazione.

Il prezzo da pagare, però, non è indifferente.

Sparisce la separazione tra spazio domestico e lavorativo, le case hanno bisogno di una “ristrutturazione” non da poco. Come già affermato in altri interventi, la casa è luogo di affetti e condivisione, quindi bisogna comprendere come conciliare il lavoro. La stanza più utilizzata è il soggiorno, sperabilmente ampio e luminoso, ma spazio comune e “frequentato”. Inoltre, anche gli arredi domestici non sono probabilmente adeguati dal punto di vista ergonomico e della salute. Le difficoltà possono, quindi, essere sia di tipo psicologico sia di tipo pratico.
Le difficoltà psicologiche principali sono:
– gestione del tempo, ovvero imparare a non sforare l’orario di lavoro,

– separare la vita privata da quella lavorativa, facile occuparsi di più ambiti contemporaneamente
– rischio di isolamento e alienazione dal resto della realtà
– difficoltà di comunicazione coi colleghi può rivelarsi come una fonte di stress
– molte distrazioni dell’ambiente domestico possono compromettere la concentrazione.
Le difficoltà pratiche, invece, sono rappresentate da:
– mancanza di privacy

– ambiente acusticamente non ben isolato
– illuminazione, arredo ed equipaggiamento non adatti.
Il contesto in cui lavoriamo e trascorriamo gran parte delle nostre giornate è determinante per stimolare idee. Luoghi poco piacevoli o inadeguati influenzano negativamente la produzione e il raggiungimento dei risultati, viceversa un posto caldo e accogliente fa da trampolino di lancio. A fronte di un investimento economico anche minimo, notevoli sono i benefici che se ne ricavano in termini di salute e efficienza lavorativa: le aziende dovrebbero considerarlo. Il luogo di lavoro ha, infatti, un effetto diretto sulla produzione intellettuale, sulla capacità creativa e di concentrazione, oltre che sul turnover e sull’assenteismo.


s f o g l i a l a g a l l e r i a


testo
Elena Oldani

immagini di repertorio
Caimi
AB+Partners
ph. Oleg Bajura

guest companies
Caimi
Nesite

 

 

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