La nuova cantina Pieropan Grass Pietre3
Architettura,  Interni

La nuova cantina Pieropan

Un suggestivo viaggio tra architettura, paesaggio e storia.

Che peccato che le fotografie digitali che si rincorrono sullo schermo davanti a me non facciano passare anche il leggero venticello che mi ha accolto venendo qui: un alito che s’allarga disinvolto sulle colline e poi scende in punta di piedi, s’infila tra i filari, in mezzo ai grappoli, tra le foglie, scompaginandole un po’. Che peccato.
Però le fotografie parlano ai nostri sensi o, almeno, mi piace pensarlo: restituiscono la bellezza del luogo, il vigore della terra, il paesaggio che sovrasta l’uomo.
Nella cornice delle colline del Soave Classico l’architettura della nuova cantina di Pieropan s’è innamorata, una volta di più, del territorio, rispettandolo ma giocando con lo stesso linguaggio fatto di colori e materiali, di chiaroscuri ed accostamenti che solo la mano delicata dei progettisti di A.c.M.e. studio,  di Verona,  e la visione  dei proprietari potevano rendere concreti valorizzandolo: una grammatica del costruito che insieme alle regole formali e compositive esibisce una sensibilità non comune.
Ecco, le fotografie sollecitano l’immaginazione e pare vogliano condurci per mano verso i profumi della terra, del mosto e del silenzio che lo accudisce nelle cantine, nelle singolari botti “troncoconiche” che ordinatamente prendono posto nell’ala settentrionale della cave, verso l’interno della costruzione e della collina, in uno spazio protetto dalla luce e a temperatura controllata.

Ho spesso pensato che un progettista debba in qualche modo stupire, non col folklore o per esercizi di stile ma coi suoi geniali tratti a matita che abbozzino un’idea cui non sarei mai arrivato, che per sottili agnizioni restituisca un’architettura fatta di rapporti fra stile e cultura del tempo, che promuova forma e funzione, che dialoghi con il luogo e le necessità dell’uomo e del suo lavoro.
Ebbene, questo è il posto e questa la costruzione che mi regalano quello stupore. Il progetto si abbandona alle pendenze di campi e vigneti, riceve le indicazioni dei muri a secco, dell’andamento a curve di colline e terrazzamenti in un’etimologia del territorio che poi si esprime nella costruzione. Perché la cantina viene ricavata “semplicemente sollevando” un lembo sinuoso del pendio per nascondervi le attività del vignaiolo. Stupisce perché l’invenzione ipogea sposta il terreno e lo ricompone nei suoi solchi originari con la stessa perizia che ha usato la natura per ben 60.000 metri cubi. Stupisce perché dell’Azienda Pieropan ne scorgi solo un tratto breve, quello della facciata rivolta a sud-ovest, che si mostra fra gl’inguini delle pendenze morbide della collina: le cantine e le attività sono mimetizzate sotto quella coltre che ne protegge l’operosità quotidiana; sopra, invece, con astuzia e lungimiranza, sono stati messi a dimora i nuovi filari che sentono, dalle radici, gli ansiti del vino che matura nelle botti custodite nella profondità di quella stessa terra.
La facciata ricorre ad elementi lapidei verticali, di fattura volutamente irregolare, ben calibrati nella loro monumentalità: che bello vedere le scanalature del fronte che esaltano il chiaroscuro della Pietra di Vicenza, elemento calcareo locale, molto ben sagomata in forme contemporanee e realizzata tramite soluzioni tecnologiche innovative da Grassi Pietre. La tonalità è in Giallo Dorato con finitura spazzolata: così la scorgiamo ergersi dal terreno nelle sue grandi lastre retinate e pre-assemblate, orgogliose di mostrare la loro forma prismatica che, secondo gli intendimenti dei progettisti, evoca l’antica barriera corallina dello scomparso mare preistorico. Non saprei dire come ma mi ha ricordato una moderna, fantastica Stonehenge: ecco spiegato anche in questo caso il mio, forse ingenuo, stupore.

E poi, ma non è un dettaglio, questa facciata è composta da 2.300 pezzi di pietra tagliati con macchinari che, deliberatamente programmati, ne hanno “estratto” fogge tutte differenti: non c’è un pezzo uguale all’altro, mi spiegano, ed ogni lastra è appesa ad una nascosta struttura in acciaio. Facile supporre che vi siano le “fughe” a vista, dei tagli verticali e orizzontali che ne accompagnano la posa: non è così. Le giunture vengono sigillate con mastici e siliconi appositi, di identico colore della pietra, un’avvedutezza che ripaga il senso di continuità di questo “colonnato” restituendo plasticità e armonia.
La cantina obbedisce all’idea forte di unire forma e funzione perché, non dimentichiamolo, questo manufatto è innanzitutto uno strumento di lavoro. Non solo: il progetto, cioè la forma, segue un pensiero eversivo che riscopre e valorizza il delicato dialogo tra storia e paesaggio, in un’architettura che si ostina, felix culpa, a cercare una luce sul fondo delle convenzioni.
Ecco dunque che gli interni della cave sono cadenzati sull’andatura della produzione: appassimento dei grappoli, vinificazione, imbottigliamento, confezionamento, vendita. A queste fasi vengono dedicati gli spazi percorsi da aria e luce, direzionati verso l’unico prospetto “aperto”, orientato a valle. Anche la scelta di porre tutti gli ambienti su un unico livello così da facilitare gli spostamenti interni e la gestione delle attività ha, per il progettista, il nobile scopo di limitare l’impatto ambientale sulle aree esterne.
Sotto le coltri della collina, invece, si distinguono i luoghi concepiti per l’affinamento del mosto, i depositi, i magazzini dei prodotti finiti. Sempre in questa falda ipogea si allineano le vasche troncoconiche “Tulipe”, in cemento vetrificato, per la maturazione del vino. E poi fusti e botti per il suo lento riposo tra i 18 e i 24 mesi, ma pure lo vediamo adagiato in bottiglie, una “sosta in vetro”, come mi raccontano, prima di uscire dal nido e conquistare il mondo (dell’esportazione).

Davanti, nello spazio-shop che guarda la valle, i materiali impiegati rivelano una volta di più il territorio: il legno dell’arredo, i colori alle pareti, la pavimentazione che richiama la pietra, esaltano l’emozione di trovarsi lì.
Il rimando ad una costellazione di pratiche architettoniche e di vinificazione è l’occasione che anima lo stupore: il sobbollire del mosto, i suoi profumi, il giallo dorato della pietra, la riscoperta del silenzio e della lentezza hanno qualcosa che sconfina tra il carnale e lo spirituale.
E quell’antica arte di mantenere le promesse la ritrovi nel bicchiere di vino che ti offrono, accompagnato da una frase che comprendi appieno stando qui: “Non vi è vino senza paesaggio, né -in questa zona- paesaggio senza vigneti”.


s f o g l i a l a g a l l e r  i a

text
RICCARDO E. GRASSI

project
A.c.M.e.STUDIO
Piazza Isolo (via Seghe San Tomaso, 17/D) 
 37129 Verona, Italia
📞 045 8030323
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