Tuo di Elite
Design,  Dialoghi

ADRIANO DESIGN: una ricerca permanente.

“…ogni singola cosa può essere riprogettata sempre in un modo diverso e migliore”

Adriano Design Ritratto17 novembre 2010, prima del fischio di inizio dell’amichevole tra la nazionale di calcio argentina e quella brasiliana, due famosi campioni, Ossie Ardiles e Carlos Alberto, ex calciatori dei rispettivi schieramenti, si sfidano ad una partita di calcio su un biliardino in cristallo posto al centro del campo da gioco del Khalifa Stadium di Doha, in Qatar: si trattava di “Gold Teckell”, calcio balilla in edizione limitata prodotto in Italia da B.Lab .
28 maggio 2014: l’azienda piemontese FACEM-TRE SPADE si vede assegnare il premio Compasso d’Oro ADI per un oggetto grande quanto una moneta. Si trattava della valvola per sottovuoto “Takaje”, che in piemontese significa “ho fatto centro”. La motivazione della giuria: per aver offerto un soluzione pratica per il riutilizzo di un oggetto quotidiano arricchendone la funzione”.
Settembre 2021, al Supersalone milanese un capannello di persone, in barba al distanziamento sociale, circondava una stationary bike realizzata in legno e vetro: si trattava di “Fuoripista” prodotta dall’azienda veneta Elite.
Cos’hanno in comune questi tre eventi?

Due nomi, un unico cognome, uno stretto grado di parentela ed una medesima professione: i fratelli Davide e Gabriele Adriano, architetti e fondatori nel 1997 dello studio torinese ADRIANO DESIGN.
Pluripremiati (dal 1994 al 2020 si contano circa un’ottantina di riconoscimenti, tra premi e menzioni d’onore, e 56 brevetti), si occupano di product design sin dai loro esordi e, ancora nel periodo degli studi universitari, si erano già fatti notare da aziende quali Giugiaro Design ed Olivetti.

I loro progetti, in collaborazione con aziende nazionali ed internazionali, spaziano in diversi settori del design del prodotto: dalle macchine professionali per caffè espresso ai trattori, dal luxury ludico alle stufe in ceramica assemblabili, dai piani cottura ad induzione che “ruotano, si appendono e si trasportano dove si vuole” alla rotella che si assembla senza uso di viti…
Sono autori di un Manifesto presentato nel 2011 in occasione dei 20 anni del Salone Satellite di Milano nel cui testo, in dieci punti, esprimono le loro riflessioni sul design contemporaneo prendendo le distanze da alcuni aspetti quali l’uso improprio dei concetti abusati di “innovazione”, “design” e “stile”, e (profeticamente) anticipandone altri riguardanti l’etica, la responsabilità e la sostenibilità che sono oggi all’attenzione dell’intera società.

Riportiamo il loro racconto…

L’ambiente torinese.

Torino permane una città ermetica: non manca di manifestazioni culturali ad altissimo livello ma, a differenza di quanto accade per Milano, non c’è ancora una diffusa cultura della condivisione e, talvolta, è più facile leggere su un giornale internazionale quello che ha fatto il tuo vicino di casa piuttosto che partecipare ad un evento cittadino in cui lo stesso venga raccontato.
Tuttavia sul finire degli anni ’90, pur non avendo alcun tipo di legame territoriale (non siamo figli d’arte e all’epoca non avevamo realtà familiari già avviate nel settore) decidiamo di rimanere sordi al fascino del capoluogo lombardo e di avviare la nostra attività professionale proprio nella città in cui abbiamo completato i nostri studi presso la  facoltà di architettura del Politecnico, in un momento storico in cui i nostri stessi compagni di corso erano ancora all’oscuro del significato di “product design”.
Paradossalmente è stata proprio questa sede che per prima ha visto nascere un corso di disegno industriale a livello nazionale”.

Le due eredità: le Langhe e Carlo Mollino.

“Cosa ci ha fatto propendere, nel momento di stabilire una sede per la nostra professione, per il capoluogo piemontese? In generale la certezza di una vita più serena, cadenzata da ritmi più congeniali a quello che era stato fino ad allora il nostro vissuto.
Ma oltre alle nostre montagne (siamo entrambi appassionati scalatori) è stata la cultura dell’insegnamento torinese a tenerci ancorati qui: noi siamo spiritualmente figli di Carlo Mollino, una figura di architetto e designer molto più apprezzata e compresa oggi di quanto non fosse all’epoca in cui ha esercitato la professione e durante la quale si è volutamente tenuto al di fuori dell’ambiente milanese. Se dovessimo stabilire un periodo in cui è nata la nostra passione per quello che oggi viene definito product design diremmo che risale alla nostra infanzia, passata in condizioni di “semi isolamento” presso l’azienda agricola dei nonni, nelle Langhe. Cosa potevano fare nel tempo libero due bambini in quell’ambiente? Aprire la porta di un deposito ed andare alla scoperta di un mondo fatto di pezzi accatastati di mezzi agricoli in disuso e materiali vari cui, con grande impegno, davamo nuova vita riassemblandoli a formare “macchine da discesa”, una vita brevissima perché spesso accadeva che si rompessero al primo utilizzo durante inevitabili fuori pista!”.

Gli anni accademici: i primi concorsi, le collaborazioni con Giugiaro Design e Olivetti.

“Eravamo ancora nel pieno degli studi universitari quando abbiamo deciso di partecipare a concorsi internazionali di design: volevamo subito mettere alla prova le nostre “visioni”, attirati anche dai ricchi premi in denaro messi in palio. Vincere alcuni di questi concorsi ci ha consentito di avere la “benzina” necessaria per poter viaggiare oltre i confini dell’Italia e visitare le più svariate fiere appartenenti a quel mondo sconosciuto ai più ma fondamentale per chi si volesse occupare di prodotti di design: padiglioni sulla lavorazione dei metalli, sul ferramenta, ecc.
Vincere importanti concorsi internazionali ci ha dato subito visibilità e ci siamo trovati catapultati nel mondo del design non ancora laureati saltando quella che per quasi tutti i professionisti è la pratica usuale di “andare a bottega”: siamo stati contattati da Giugiaro Design, che in quel periodo cercava progettisti esterni, e con loro abbiamo iniziato una collaborazione durata due anni. Ancora studenti abbiamo lavorato anche per Olivetti – che allora aveva il proprio centro di design presso lo studio di Michele De Lucchi – conducendo uno studio sul futuro dei calcolatori e con il quale abbiamo ottenuto risultati inimmaginabili per l’epoca.
Eravamo all’avanguardia nello studio della computer grafica e tra i pionieri nell’utilizzo di software che poi sono diventati di uso comune. All’interno dello studio di Michele De Lucchi abbiamo sviluppato nuovi concept per computer realizzandone i modelli. Si cominciava già a vedere una prima traccia di quel sentiero che ci avrebbe potuto condurre ad una collaborazione con Olivetti, ma tutto è sfumato per vicende interne all’azienda”.

I primi lavori individuali, l’approccio progettuale e la scelta di campo.

“Aprire uno studio professionale ha significato per noi andare a “caccia” di clienti e ci è sembrato naturale sottoporre le rispettive tesi di laurea aventi come soggetto una macchina per caffè espresso ed un carrello elevatore a due aziende appartenenti ai rispettivi settori: la trevisana CMA ASTORIA e la piemontese MERLO, industria metalmeccanica che allora produceva solo macchine elevatrici.
Dalla collaborazione con CMA ASTORIA è nata “Sibilla” una macchina da banco per caffè espresso rivoluzionaria per l’epoca, leggera, con la scocca stampata in materiale plastico.
La nostra ricerca ci aveva condotto a constatare come lo sviluppo tecnologico degli anni ‘90 fosse a scapito non solo del design di questi prodotti ma anche di alcune “gestualità” assimilabili a dei veri e propri rituali. Per intenderci: quando al bar sborsiamo un euro per un caffè espresso non compriamo solo la bevanda contenuta nella tazzina che ci viene servita sul bancone ma anche la visione di uno “spettacolo” che è quello dell’uomo che, con precisi gesti sequenziali, rinnova ogni volta il rito dell’estrazione e dell’erogazione.
La tecnologia aveva condotto alla realizzazione di macchine per espresso dalle forme cubiche, cassoni con i quali non si poteva assistere più a nulla se non a gesti frettolosi al di là del banco. Con Sibilla, rimasta in produzione per circa un ventennio a partire dal 2000, abbiamo messo in discussione tutta l’evoluzione del settore: siamo risaliti alle origini e abbiamo studiato una nuova dislocazione delle consolidate parti meccaniche funzionali, coadiuvati dalla tecnologia del momento, riproponendo un design tradizionale che ha consentito di mantenere quei valori gestuali che fanno della preparazione dell’espresso una vera e propria celebrazione del caffè.
E’ con il medesimo approccio, che di fatto caratterizza tutta la nostra progettazione, che è nato agli inizi degli anni 2000 il Multifarmer, prodotto da Merlo: anche qui abbiamo analizzato e messo in discussione le forme e le funzioni  tradizionali con cui il trattore continuava ad essere proposto: è nato un trattore con un nuovo tipo di assetto e dislocazione delle parti meccaniche in grado di svolgere più funzioni, anche contemporaneamente (sollevamento trasporto dei carichi, traino e rimorchio oltre alle operazioni tipiche dei trattori agricoli).
È da questi primi lavori che abbiamo capito di cosa veramente volessimo occuparci: intendevamo metterci in gioco in quel settore in cui uno studio approfondito dell’aspetto tecnologico necessario per produrre reali innovazioni, e sottolineiamo “reali”, potesse materializzare oggetti durevoli nel tempo.
In tutta franchezza non ci ha mai interessato progettare oggetti quali sedie, sanitari, ecc., per i quali ci sembra di poter dire che, arrivati ad un certo livello di saturazione del mercato, la maggiore preoccupazione consista nel cercare di non realizzare copie di copie: non ci interessava questo tipo di sfida!
Ecco perché per noi è molto importante l’attività di ricerca. E ci riferiamo alla ricerca vera, quella che fa emergere aspetti rimasti invisibili o insondati: siamo diventati molto bravi in questo lavoro e riusciamo ad ottenere risultati in poco tempo dal momento in cui iniziamo un nuovo progetto. Pensiamo che l’attività di ricerca non sia una condizione che si possa accendere o spegnere con un interruttore: una volta avviata non la si può più fermare!

L’innovazione aziendale.

Cosa proponiamo alle aziende che ci contattano chiedendoci nuovi prodotti?
Innanzitutto cerchiamo di essere molto trasparenti e sin da subito rendiamo i clienti partecipi della nostra modalità di lavoro: teniamo sotto osservazione l’azienda per almeno un mese attraverso l’analisi a 360° dell’attività per verificarne lo stato dell’arte, perché è solo da qui che possiamo partire, accompagnati dalle indispensabili analisi del mercato, per proporre un prodotto veramente innovativo che possa portare ad un “salto evolutivo”.
È con questo approccio che siamo riusciti ad ottenere 56 brevetti anche in un settore, com’ è quello domestico, in cui apparentemente sembrava non ci fosse più nulla da inventare.
Oltre a questo, per le aziende che ce lo richiedono, assumiamo una vera e propria direzione artistica -anche se noi preferiamo parlare di direzione strategica– che va dallo studio del logo, ai cataloghi, agli stand, ai siti web e tutto ciò che fa parte dell’immagine coordinata.
È quello che è accaduto per aziende quali FACEM-TRESPADE e LA CASTELLAMONTE STUFE.
Nel primo caso siamo stati contattatati nel 2010 dall’amministratore delegato Gian Rolle. L’azienda, con sede nella valle del Canavese nota per la presenza di numerose realtà che svolgono lo stesso tipo di lavorazioni, operava nel settore del forgiato a caldo; TRE SPADE, conosciuta per i tritacarne in ghisa ed i macinacaffè domestici.
L’analisi del percorso storico dell’azienda aveva messo in evidenza come la propensione per “l’innovazione” fosse già nel DNA di FACEM: erano stati gli inventori della lampada a carica manuale nonché pionieri nel campo della meccanica automobilistica, realizzando macchine con il marchio TRESPADE. Nella loro produzione abbiamo individuato un punto di forza nel settore del sottovuoto che in Italia era affidato, in quel momento, all’importazione di macchine dalla Cina che si differenziavano quasi esclusivamente per il colore.
Quale poteva essere il salto evolutivo in questo segmento produttivo? Uno dei punti deboli per la pratica del sottovuoto era allora quello dei contenitori di plastica che accoglievano i prodotti da conservare: la pressione del sottovuoto tendeva a creare fessurazioni o rotture. E’ da qui che è nata l’idea di realizzare un meccanismo che permettesse la messa sottovuoto del classico vasetto in vetro, anche già usato, che poteva venire riutilizzato anziché gettato via: è nata così Takaje, una valvola che come concetto non è molto distante da quello di una puntina da disegno che si inserisce, forandolo, nel tappo metallico del contenitore in vetro e che, collegata ad una macchina, realizza il vuoto.

Takaje è stata premiata nel 2014 con il Compasso d’Oro, un risultato in realtà del tutto inaspettato. Certo, eravamo coscienti della portata innovativa del prodotto ma si trattava pur sempre di un oggetto grande quanto una moneta e noi eravamo stati quello stesso anno selezionati anche per un altro progetto, le stufe Stack prodotte da LA CASTELLAMONTE, che comunque hanno ricevuto una menzione d’onore.
Questa azienda torinese si era rivolta a noi incaricandoci di trovare una soluzione al problema della stagionalità della vendita dei loro prodotti per mitigare i picchi di domanda e consentire una richiesta distribuita lungo tutto il corso dell’anno.
Come si poteva raggiungere l’obiettivo?
Cercando un mercato dall’altra parte del mondo.
 A partire dal 2010 la nostra direzione strategica ha portato alla creazione del marchio STACK STOVES che, accanto alla produzione classica dell’azienda, comprende prodotti ad elevato contenuto tecnologico ma sostanzialmente basati su un concetto molto semplice ed innovativo per il settore, facilmente comprensibile ed esportabile: l’elevata componibilità degli elementi che possono essere combinati tra loro per creare dei sistemi stufa-radiatori altamente personalizzabili.
A tutt’oggi l’80% dei prodotti della divisione STACK STOVES è venduta attraverso il sito web e poiché si tratta di prodotti dai “costi non propriamente popolari” questo restituisce anche la misura di tutto il lavoro che è stato svolto in termini di studio dell’immagine aziendale, dai cataloghi al sito web, ecc.
Di fatto, oggi, per un’azienda non è più sufficiente aver un buon prodotto per ottenere un successo di mercato: occorre che questo prodotto venga anche raccontato molto bene. Le aziende più strutturate in tal senso “se la cavano da sole”, altre si rivolgono a figure esterne”.

Teckell e Impatia: il mondo del luxury e del “fuori serie”.

“Nel 2007 siamo stati contattati dagli architetti Gianfranco Barban e Gregg Brodarick, titolari dell’azienda B. Lab che produceva un particolare tipo di piastrella in plastica che racchiudeva al suo interno un liquido che, reagendo sotto il peso della persona, creava ogni volta una texture diversa. Volevano diventare editori di mobili e ci chiedono di disegnare una collezione da presentare al Salone del Mobile milanese.
Decliniamo l’offerta perché l’azienda, da una prima analisi, non ci sembrava sufficientemente strutturata per poter competere con realtà ben più navigate ed avere qualche speranza di emergere nel corso dell’evento.
Nonostante il nostro deciso e motivato rifiuto i due titolari non si danno per vinti ed insistono per affidarci l’incarico: accettiamo, ma chiediamo carta bianca, consapevoli che non sarebbe stato sufficiente realizzare una collezione di mobili per entrare in competizione con gli altri protagonisti del settore ma che si sarebbe dovuto presentare anche qualcosa di assolutamente esclusivo, mai visto sino a quel momento.
È nata così l’idea di Teckell: abbiamo preso un oggetto che l’immaginario collettivo ha sempre connotato come “povero”, il calcio balilla, e lo abbiamo elevato ad una condizione di lusso ed esclusività.
Il successo presso il Salone del mobile di questo prodotto dalla struttura completamente realizzata in cristallo è stato talmente grande e le richieste di fornitura così numerose che nel periodo immediatamente successivo all’esposizione si sono dovuti cambiare i parametri produttivi, dando vita ad una vera e propria collezione: nel 2012 Teckell è divenuto un marchio aziendale.
Si era, allora, ancora agli albori della vendita on-line di oggetti di lusso ed oltretutto per quel tipo di prodotto non esisteva una tradizionale rete commerciale: è stata l’occasione per noi di sperimentare come, con lo studio accurato di tutti gli aspetti comunicativi aziendali, si potessero vendere prodotti dal costo di qualche decina di migliaia di euro anche solo tramite un sito web.
Nel 2014 Gregg Brodarick lascia Teckell e fonda, con la nostra collaborazione, un nuovo marchio, “Calma e Gesso” diventato poi “Impatia. L’obiettivo rimaneva il medesimo: creare oggetti di lusso dal connubio tra artigianalità e tecnologia, tra tradizione e rottura delle regole.
Il prodotto icona del nuovo brand è “Filotto”, un tavolo da biliardo in cristallo e acciaio, talmente innovativo nella sua struttura e nel piano in ardesia composto da due parti ricomponibili in sede in perfetta planarità, che ha permesso il deposito di brevetto di invenzione.
Con Filotto il biliardo usciva per la prima volta dal mondo dell’ebanisteria, che produceva indubbiamente capolavori ma cui facevano seguito oggettive difficoltà di trasporto in quanto composti da un unico pezzo, tant’è che normalmente venivano realizzati da maestranze del posto.

In sintesi, per noi sono l’invenzione ed il brevetto gli obiettivi da raggiungere per il Made in Italy : significa investire su una reale innovazione per realizzare prodotti in grado di creare una tale affezione da parte di chi li utilizza da non far temere alcun tipo di concorrenza.  Pensiamo ad esempio a cosa hanno rappresentato e rappresentano tuttora prodotti quali la moka Bialetti o la Vespa Piaggio.
Esprimere nuovi concetti: ecco quello che vogliamo fare con i nostri progetti. Con Rotola, prodotta da OgTM ad esempio, non s’è trattato certamente di inventare la “rotella”, ma l’evoluzione è consistita nell’aver realizzato un prodotto i cui pezzi sono assemblati a mano con estrema semplicità, senza l’utilizzo di viti e rivetti. Allo steso modo con “Ordine”, prodotto da Fabita, non siamo intervenuti sulla tecnologia dell’induzione ma abbiamo introdotto il concetto di piano cottura che si appende alla parete una volta utilizzato, lasciando libera la base di lavoro.

Un racconto nel racconto.

Scorrendo le pagine del sito web di Adriano Design ci si imbatte in una storia singolare.
Angiolina, la nonna di Davide e Gabriele, usava riutilizzare le latte da cinque litri di conserva di pomodoro per cuocere la pasta. Questi grandi barattoli facevamo parte degli aiuti alimentari americani che avevano caratterizzato gli anni a cavallo della fine della seconda guerra mondiale e che vedevano coinvolti i paesi maggiormente provati dalle distruzioni belliche.
Era, quella dell’epoca, la cultura del “non buttar via nulla”, del riutilizzo, dell’aggiustare gli utensili che si rompevano o si usuravano, fintanto ad arrivare ad ottenere, con lo scorrere degli anni, degli oggetti impregnati di storie personali, da conservare e tramandare.
È così che nasce la pentola Angiolina, prodotta dall’Azienda brasiliana RIVA.
“ANGIOLINA ® non è semplicemente una pentola, è la dimostrazione di come una buona storia possa diventare un progetto prima, ed un vero prodotto poi. Un modo per raccontare la tua storia.
Il design nasce dalle storie. E dalle buone storie nasce il design che lascia il segno. In una storia si intrecciano luoghi, persone ed un pizzico di magia. Questa storia – che è una storia di design – intreccia produzione, creatività ed una tradizione antica, totalmente italiana. Tutto parte da una pentola, una pentola per la pasta. Sembrerà banale, ma questa è la magia delle storie: si “allargano”, passano di mano in mano, si tramandano…” Adriano Design.


s f o g l i a l a g a l l e r i a

a cura di
Annamaria Cassani

guest
Adriano Design
Via Vittorio Andreis 18 int.16/Q
10152 Torino
tel. +39 0114330117
info@adrianodesign.it

immagini
archivio Adriano Design

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