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Design,  Dialoghi

 RAFFAELLO GALIOTTO: il design del processo. 

“Del marmo non si butta niente”

Raffaello Galiotto“Raffaello Galiotto è uno dei maggiori esperti di design litico. Ma lavora anche con la plastica: che vuole difendere”.
È il sottotitolo dell’articolo che nel settembre scorso il quotidiano “la Repubblica” ha dedicato al designer vicentino. Classe 1967, formatosi presso l’Accademia veneziana di Belle Arti, il lavoro di Raffaello Galiotto sembrerebbe essere diviso tra la passione per i materiali naturali ancestrali, quali sono il marmo e la pietra, e quella per il prodotto artificiale per eccellenza, il polipropilene, inventato dall’uomo circa una settantina di anni fa.
Due facce di una stessa medaglia? No, si tratta in realtà di soli due aspetti d’una poliedrica personalità che vede Raffaello Galiotto impegnato su più fronti col proprio studio fondato nel 1993: product, graphic ed exhibition design, fotografia, insegnamento universitario. Cosa accomuna tutti questi ambiti? Oltre alla passione ed il rispetto per tutti i materiali di cui esalta le caratteristiche peculiari, egli possiede anche una propensione naturale per l’attività di ricerca e sperimentazione che vede l’innovazione il traguardo da raggiungere: è con questo approccio, precorritore dei tempi, che ha realizzato più di 150 prodotti utilizzando le materie plastiche, il marmo, i metalli e il legno e che gli è valsa una quindicina tra premi e riconoscimenti.
Designer ed Art director per Nardi, Galiotto ha disegnato le recenti collezioni in polipropilene di oggetti casalinghi per Blim Plus, oltre che gli accessori per il settore Pet per IMAC, alcuni dei quali realizzati con plastica riciclata derivante da raccolta differenziata post consumo domestico.
La sua attività di curatore e designer nel settore litico è raccolta nelle pubblicazioni “Palladio e il design Litico”, “I marmi del doge”, “Luce e materia”, “Raffaello Galiotto. Design digitale e materialità litica” a cura di Veronica Dal Buono, “MARMO 4.0”.
In quest’ultima, edita da Marsilio, sono raccolte le foto, i disegni e le descrizioni di una quarantina circa di opere in marmo progettate da Galiotto e realizzate con le più evolute macchine a controllo numerico, nel corso della fase di sperimentazione di nuove e straordinarie possibilità per la lavorazione della pietra.
Sulla quarta di copertina si legge: “Il marmo del futuro osservato con gli occhi di un designer visionario che ama sperimentare le tecnologie digitali sulla materia più antica lavorata dall’uomo”.
Ci sembra una sintesi perfetta del lavoro che Raffaello Galiotto svolge in questo campo.

Annamaria Cassani
Raffaello, sei nato, vivi e lavori nel comune di Chiampo, a pochi chilometri da Vicenza, cittadina famosa per le cave di marmo di cui è ricca l’omonima valle. Quanto ha influenzato la tua formazione l’atmosfera palladiana che si respira nel capoluogo e che importanza ha, nella tua professione, disporre di città d’arte come Verona, Padova, Treviso e Venezia a portata di mano?

Raffaello Galiotto
L’ambiente in cui si vive ha per me molta importanza. Anche se mi sento cittadino del mondo, io resto legato al territorio essenzialmente per due motivi: il primo perché ritengo che l’ambiente che ci circonda sia portatore di valori esclusivi che si fanno propri quasi senza accorgersene, il secondo è strettamente legato alla modalità con cui svolgo la mia professione che implica che io possa rispondere prontamente alle richieste delle aziende con cui collaboro e viceversa.
Il mio lavoro non si conclude una volta che il progetto è uscito dallo Studio ma prevede che io segua passo dopo passo la sua realizzazione presso le aziende, soprattutto per i lavori di tipo sperimentale.
Lungi dal rappresentare per me un limite (le aziende con cui collaboro operano a livello internazionale), la territorialità è in questo momento per me una condizione indispensabile: sono soprattutto interessato ai processi che portano alla realizzazione dei prodotti e l’unico modo per “possederli” è entrare nella “stanza dei bottoni”, là dove si testa la bontà del progetto e dove lo stesso prende materialmente forma.
È stata soprattutto Venezia, con le sue pietre, ad avermi influenzato: durate gli studi presso l’Accademia di Belle Arti sono rimasto affascinato da questa città sospesa sul mare ma fatta di pietre, resistenti all’acqua e alla salsedine, lavorate a mano da uomini che nella città lagunare hanno interpretato in modo straordinario questo materiale naturale.

A.C.
Sul tuo profilo Instagram Cino Zucchi ha commentato il centrotavola in marmo “ALVEO” con uno schietto ed invidiabile “Bello”, seguito da quattro punti esclamativi. Qual è il tuo concetto di bellezza?  Cos’è che, secondo te, ha fatto scaturire quel commento che sembrerebbe molto spontaneo da parte del famoso architetto italiano? Sono le forme in cui si presenta l’oggetto oppure anche l’apprendere che ciò che sembra essere finemente cesellato a mano in realtà è frutto unicamente del lavoro di una macchina a controllo numerico senza interventi di finitura da parte dell’uomo?

R.G.
Trovo che ci sia un aspetto “intrigante” che lega la gradevolezza estetica al buon progetto: ci sono cose che sono belle in sé proprio perché sono fatte nel modo in cui appaiono e che, in natura, non è assolutamente casuale.
Anche le lavorazioni basate sul controllo numerico, quali sono quelle di cui io mi occupo per la mia produzione litica, non hanno niente di casuale e per questo mi sento di dire che ci sono dei forti legami con i processi naturali di sviluppo delle forme.
Quindi, secondo me, Cino Zucchi si è espresso con quel “Bello!!!!” perché nella forma del mio portafrutta non ha trovato un capriccio ma ha percepito la logicità razionale numerica del sequenziamento.

A.C.
Qual è il tuo ruolo all’interno di Marmomac, l’annuale Mostra Internazionale di Marmi, Design e Tecnologie che si tiene a Verona, definita come la più importante manifestazione a livello mondiale del settore?

R.F.
Sino alla scorsa edizione di Marmomac ho svolto, in collaborazione con Vincenzo Pavan, il ruolo di curatore delle mostre all’interno della sezione THE ITALIAN STONE THEATRE, nata nel 2015: uno spazio di sperimentazione e punto d’incontro tra aziende e progettisti che ha il supporto di vari Enti tra cui il Ministero per lo Sviluppo Economico.
Negli anni ho cercato di spingere l’organizzazione della fiera a dedicare a questa sezione sempre maggiore spazio espositivo proprio per il suo carattere innovativo e sperimentale.
Il prossimo settembre curerò all’interno dell’esposizione una mostra personale.

A.C.
Ti senti investito di una certa responsabilità sociale anche semplicemente nel pensare di potere, con i prodotti del tuo lavoro, sollecitare comportamenti virtuosi da parte di chi li utilizza? Quali sono, secondo te, le responsabilità morali di un designer?  Sono mutate nel tempo? Sottolinei sempre, ad esempio per i prodotti in marmo, che l’obiettivo è quello di azzerare gli sprechi e ridurre gli scarti

R.G.
Mi sento investito di responsabilità soprattutto come uomo. Il designer non ha le potenzialità per cambiare il mondo ma può contribuire a farlo. In che modo? Suggerendo all’imprenditore, il vero responsabile della produzione, di operare scelte che, in un’economia di mercato, possano portare vantaggi economici soprattutto con un utilizzo responsabile e sostenibile delle risorse.

A.C.
In riferimento all’articolo su “la Repubblica” del settembre scorso, commentiamo la seconda parte del sottotitolo che dice “Ma lavora anche con la plastica: che vuole difendere”?

R.G.
Io difendo tutti i materiali. Anzi, parlerei di “rispetto” nei confronti delle loro qualità intrinseche.
Nel caso della plastica prendo le distanze da coloro che la stanno demonizzando: nata nel 1954, frutto delle sperimentazioni dell’italiano Giulio Natta, Nobel per la chimica, ha cambiato abitudini e stili di vita rappresentando un vero punto di svolta nella nostra società, grazie alle innegabili caratteristiche di resistenza, economicità e durabilità nel tempo.
Se poi aggiungiamo che il polipropilene, materiale diffusissimo nei più diversi settori, è riciclabile al 100% e che può essere modellato e rimodellato senza che le caratteristiche chimico/meccaniche si degradino, allora io non riesco a comprendere l’accanimento verso questo materiale.
E ancora voglio accennare ad un paio di riflessioni.
La prima: se un prodotto ha una lunga durabilità ne deriva che, nelle fasi successive, si dovranno impiegare meno risorse per produrne altri in sostituzione, una volta finito il suo ciclo di esistenza.
La seconda riflessione (ma non voglio entrare in profondità sull’argomento perché necessiterebbe una trattazione a parte): l’impatto della produzione della plastica sul riscaldamento globale in termini di CO2 equivalente, dati alla mano, è molto basso.  
Quindi, quando si mette la plastica sul banco degli imputati occorre capire bene quali siano le accuse mosse a suo carico: è parziale e fuorviante considerare solo quella rappresentata da bottiglie e contenitori vari che vengono abbandonati nell’ambiente a seguito di una irrispettosa attività umana.

A.C.
Il packaging delle tue collezioni di oggetti per la casa disegnate per Blim plus sembrano un perfetto connubio tra l’oggetto e il suo involucro tanto che dispiacerebbe separarli per l’utilizzo. È opera tua?

R.G.
Si, perché ad un certo punto abbiamo capito che anche il packaging doveva rientrare nel progetto più generale delle collezioni per Blim plus.
Volevamo realizzare qualcosa di interessante che andasse al di là di un semplice imballo ed il risultato finale sono stati dei solidi in cartone dalle forme troncopiramidali sulle quali l’oggetto si innesta, compenetrandole. Su ciascuna delle sei facce del prisma sono stampate le informazioni sull’azienda, sull’utilizzo, sul materiale, ecc.
Anche questo progetto è stato sviluppato attraverso l’utilizzo di un software che ha consentito di gestire con molta precisione i tagli delle fustelle.

A.C.
Quanta influenza ha l’obiettivo di riduzione degli scarti sulle forme degli oggetti che progetti? Vorrei prendere come esempio la lampada a sospensione “Genesi”, realizzata in marmo.

R.G.
La lampada Genesi nasce all’interno di un percorso sperimentale che aveva lo scopo di presentare le potenzialità della tecnologia che abbiamo a disposizione: si tratta di un esercizio formale per dimostrare che con il sistema waterjet, che caratterizza le macchine che eseguono tagli con getto d’acqua, si possono realizzare prodotti con un ridottissimo scarto.
Questo può accadere perché anziché operare attraverso un processo di “sottrazione” –per intenderci quello che fa uno scultore quando toglie dal blocco di marmo tutto il materiale che non serve per la sua opera, materiale che va perduto- con i più recenti sistemi hardware e software si riesce ad intervenire attraverso un processo di “separazione”: la materia viene tagliata e divisa e la parte che nei processi tradizionali rappresenterebbe lo scarto diventa, invece, un nuovo elemento che andrà a comporre l’oggetto.
Quindi la forma è legata senza dubbio al processo: proprio perché conosco il funzionamento delle macchine riesco a realizzare forme che possono subire l’influenza dei limiti delle macchine stesse o recepirne i “suggerimenti”.
Penso che occuparsi di design significhi conoscere il “disegno industriale” che, per definizione, implica un processo produttivo ed economico volto ad ottenere un prodotto con un alto valore sul mercato. Senza questo processo ciò che si realizza è un’opera artistica o d’artigianato.

A.C.
GMM S.p.A, produttrice di macchine per il taglio e la lavorazione dei materiali lapidei, in un articolo della loro rivista aziendale riferisce in questi termini la tua opera ACUS, presentata all’edizione 2015 di Marmomac ed in collaborazione con O. M. G. S.r.l. Marmi: “Una macchina ed un’opera per andare oltre ogni limite”. Perché andare oltre ogni limite Raffaello? Non si rischia di cadere in un eccesso di “virtuosismo”? Vorrei approfondire il concetto di “emozionare con la pietra senza la mano dell’uomo” che sembra informare tutta la tua produzione di oggetti in materiale lapideo.

R.G.
Penso che sfidare i limiti sia una delle propensioni più naturali dell’essere umano e che da essa derivi una grande gratificazione nel momento in cui si riescano a superarli.
È questa soddisfazione che io stesso ricerco con i miei progetti di design. Il rischio di cadere nel virtuosismo c’è sempre ma non è quello a cui tendo o che mi interessa:

la mia sfida personale, e quella delle aziende, dei tecnici con i quali collaboro a stretto contatto e che abbracciano la mia visione, è quella di far lavorare le macchine con la tecnologia che abbiamo a disposizione ma seguendo i nostri progetti per realizzare opere innovative, interessanti, stupefacenti.

Siamo solo agli inizi del mondo digitale legato alle macchine utensili: scoprire le potenzialità e poter fare sperimentazione in questo settore esercitano su di me un incredibile fascino.
Non si tratta di far sì che le macchine realizzino un solido dalla perfetta sfericità: l’obiettivo è piuttosto di andare ad interpretare il materiale attraverso le istruzioni che la mente del progettista può impartire alle macchine stesse. In uno dei miei progetti, ad esempio, ho voluto introdurre degli elementi di disturbo sul disegno digitale che, in fase realizzativa, la macchina ha tradotto con una serie di vibrazioni, dei solchi paragonabili a quelle imperfezioni proprie della biologia umana: se il battito cardiaco o semplicemente la respirazione vengono tradotti in impulsi che non consentono all’Uomo di disegnare una riga perfettamente dritta, allo stesso modo le macchine possono incidere la pietra con una sorta di vibrazione “emozionale” seguendo scansioni irregolari dei programmi impostati dal progettista.
È questo il campo esplorativo che mi piace percorrere!

A.C.
E la finitura manuale con il cosiddetto “tocco d’artista”?

R.G.
Io sono un estimatore del lavoro manuale, e non potrei non esserlo data la mia formazione: mi sono diplomato all’Accademia di belle arti di Venezia, corso di pittura, specializzazione in affresco. Tuttavia penso che la qualità del lavoro eseguito esclusivamente dall’Uomo, o anche solo durante la fase finale di finitura, complici probabilmente anche le esigenze di mercato, sia andato scemando nel tempo e che oggi non venga più eseguito a regola d’arte, cioè con quella modalità che ha consentito di realizzare i capolavori del passato.
Mi sono trovato spesso, da solo, a difendere posizioni che invece mi appaiono così logiche!
È noto a tutti che i materiali lapidei non si possano lavorare a mani nude ma che si debbano utilizzare strumenti essenzialmente a percussione, guidati dall’artista o dall’artigiano, il cui lavoro è sostenuto dalla sua stessa forza fisica: i vari tipi di martelli e scalpelli non sono altro che strumenti, un’estensione del pensiero creativo dell’Uomo, nella cui mente risiede tutta la conoscenza.
Questa sequenza e alternanza di forza e ingegno non cambia, di fatto, con la presenza della tecnologia del terzo millennio: è sempre la mente creativa dell’Uomo che progetta non solo le opere, ma anche i software che consentono di vederle e perfezionarle, in anteprima, nella loro completezza tridimensionale. Le macchine andranno materialmente a realizzarle intervenendo sul blocco di marmo attraverso istruzioni precise stabilite dall’Uomo.
Dopodiché sono anni che sostengo che le opere possono essere finite a macchina e con risultati eccellenti e sorprendenti, sicuramente in grado di emozionare: ho avuto modo di presentare una quarantina di opere sperimentali che ho raccolto nel libro “Marmo 4.0”.
Mi chiedo se il cosiddetto “tocco d’artista”, cioè la lavorazione finale eseguita a mano, non sia in realtà un fallimento dell’Uomo che, pur avendo inventato la tecnologia, non riesce a portare le macchine utensili al massimo grado di espressione attraverso la realizzazione di opere che prima non si potevano neanche immaginare.

A.C.
Quali sono le fasi del lavoro che portano all’esecuzione delle tue opere in marmo?

R.G.
Parto ovviamente da un’idea che traccio su carta nei suoi aspetti fondamentali; poi la passo ai miei collaboratori con tutte le istruzioni necessarie per lo sviluppo dell’oggetto attraverso software parametrici che consentono variazioni ed aggiustaggi in tempo reale: il progetto risulta così in continuo aggiornamento, paragonabile alla fase della stesura di schizzi e bozzetti con la differenza che i parametri sono perfettamente calcolati.
Quello che cerco di fare non è l’espressione materiale di un mero esercizio geometrico:

 l’obiettivo è quello di arrivare alla produzione di un oggetto che sia espressione della ricerca e dell’ingegno umano con il supporto della tecnologia digitale che caratterizza il nostro tempo.

Una volta realizzato il progetto attraverso i nostri software parametrici, il tecnico preposto al comando della macchina a controllo numerico, che lavorerà sul blocco di marmo, dovrà tradurre il disegno in linguaggio macchina, una fase che richiede un’ulteriore programmazione.
In realtà i confini tra le varie fasi sono sfumati e, sin dall’inizio, occorre conoscere i limiti della macchina che esegue lavorazioni a controllo numerico che possono portare ad inevitabili correzioni del progetto originario.
E, ancora, occorre seguire ogni singola fase del processo di lavorazione per trovare, in tempo reale, eventuali soluzioni a problemi che si dovessero presentare, dato l’alto livello di sperimentazione con cui opero, o anche semplicemente per evitare che un tecnico possa snaturare il progetto prendendo la libera iniziativa di modificare a seguito dei limiti imposti dalla macchina.
È un lavoro che impone, come si dice, di “sporcarsi le mani”: non è solo una condizione intellettuale, di abile progettazione, ma di sofisticata tecnologia impiegata sui materiali e di manualità che solo l’Uomo e la sua perizia possono trasferire alla pietra.

Per darle anima.


s f o g l i a l a g a l l e r i a

a cura di
ANNAMARIA CASSANI

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