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Architettura,  Dialoghi

Paolo Rava: “il meno per più”.

Intervenire caso per caso e luogo per luogo: è il principio della sostenibilità mediterranea.

Nel 2015 l’AESS, l’Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile di Modena, assegna il Premio Sostenibilità per la categoria ristrutturazione/restauro al progetto di restauro scientifico dell’ex refettorio del convento aggregato alla chiesa di Sant’Ilario, a Faenza, risalente al XVII secolo: si intuisce, leggendo le motivazioni della giuria, che a far da contraltare a talune perplessità circa la reale efficienza e sostenibilità prospettate da tanti progettisti, il lavoro curato da Paolo Rava A+4 Studio è apparso, invece, oltremodo convincente. E lo dichiara la stessa motivazione del Premio: “…il risultato di una progettazione edificio-impianto estremamente accurata e dettagliata”.
ristratto paolo ravaE’ proprio dalle stanze di questo edificio storico, attualmente utilizzate anche dallo stesso Studio di architettura che ne occupa il piano superiore, che l’architetto Paolo Rava si è collegato con noi in videochiamata.
Il sonoro accento romagnolo  anticipa la sapidità della lingua con la quale ci conferma subito, con un sincero e non trattenuto zampillo d’orgoglio, che “si tratta del primo edificio storico e vincolato che funziona solo con energia rinnovabile: il  fotovoltaico”.
Classe 1956, Paolo Rava si occupa di architettura naturale sostenibile e bioclimatica mediterranea dalla fine degli anni ’80, sia come progettista che come divulgatore all’interno delle attività di ANAB, l’Associazione Nazionale di Architettura Bioecologica, di cui ricopre attualmente il ruolo di Presidente nazionale.
A questi impegni ha affiancato, nel corso degli anni, anche quello di docente a contratto presso la Facoltà di architettura di Ferrara e, tuttora, all’università di Bologna nel laboratorio di Advanced Design, strategie e tecnologie per l’adattamento.

Svolge attività di ricerca nel campo del design ecologico, del progetto urbano sostenibile, delle tecniche costruttive a basso impatto ambientale, dei materiali edilizi aventi una valutazione sul ciclo di vita compatibile ecologicamente (LCA).

Annamaria Cassani
Parliamo dell’Associazione Nazionale Architettura Bioecologica (ANAB) e del ruolo che hai
all’interno?

Paolo Rava
ANAB è un’associazione di professionisti e non che da 37 anni si occupa di far conoscere i principi della bioarchitettura attraverso la formazione di figure professionali nonchè della divulgazione di metodi e tecniche, su tutto il territorio nazionale, con il corso Anab-Ibn, il corso architettura naturale mediterranea; tramite incontri, incontri tecnici, visite di cantieri innovativi,  conferenze ed attività di consulenza.
Nata con lo scopo di diffondere in Italia i contenuti e le esperienze di architettura naturale mutuati da istituti d’oltralpe, come il tedesco IBN di cui è partner, ANAB nel corso degli anni ha costruito in autonomia uno specifico know how tecnico/culturale legato al peculiare carattere mediterraneo della nostra penisola ed ai suoi mutevoli microclimi che influenzano territorialmente le scelte progettuali, sia tipologiche che riguardo ai materiali.Come Presidente nazionale dell’Associazione svolgo attività divulgativa e mi occupo della formazione, assieme ai docenti della “Scuola di Architettura Naturale mediterranea” inaugurata nel 2021.

A.C.
Spieghiamo ai non addetti ai lavori cos’è il “sistema edificio-impianto”?

P.R.
Un edificio di qualsiasi natura tipologica e di destinazione d’uso è definibile come involucro o spazio confinato e rappresenta, di fatto, la terza pelle per chi vi soggiorna.
Negli edifici che io definisco “obesi” il comfort ambientale è affidato alla presenza dei vari tipi di impianti che si mettono in funzione a seguito di precise azioni da parte di chi vi soggiorna: si premono gli interruttori e immediatamente si innestano i processi di riscaldamento, raffrescamento, ecc. e si innesta anche il consumo energetico con i conseguenti  costi .
Negli edifici che io definisco “normali”, perché costruiti secondo criteri di antica tradizione, invece, il’70% del benessere ambientale è dato, durante l’arco delle differenti stagioni, dall’involucro stesso, realizzato sulla base della fisiologia dell’essere umano che vuole che circa la metà del calore ambientale percepito sia di tipo “radiante”, cioè improntato sulla differenza di temperatura tra corpo umano e superfici interne di pareti e soffitti dell’edificio.
Questo significa che, per avere un immobile che funzioni come un vero e proprio impianto, occorre lavorare su materiali scelti ad hoc in funzione del microclima cui accennavo prima, e su masse e spessori delle murature in modo da raggiungere temperature superficiali interne adatte al mutare delle stagioni.
Gli edifici costruiti secondo questi criteri consentono un consumo energetico minimo a seguito dell’importante riduzione dell’utilizzo di fonti energetiche che caratterizzano i tradizionali impianti di riscaldamento e raffrescamento.
Faccio un esempio sull’importanza nella scelta dei materiali: il sistema “a cappotto” realizzato con il polistirene funziona molto bene nella stagione invernale ma non funziona in quella estiva. Si tratta di un materiale leggero, con poca massa, quindi con questo tipo di “rivestimento” non solo occorre comunque l’ausilio di un impianto di raffrescamento ma, aggiungo, che i conti non tornano anche in termini di emissioni di CO2: per realizzare questo materiale si emette la stessa quantità di anidride carbonica che si vorrebbe risparmiare tramite il suo utilizzo. Per tali ragioni sarebbe più opportuno impiegare a tal fine la fibra di legno, il sughero, la fibra di canapa ecc.  – che hanno massa e caratteristiche notevolmente superiori – per risolvere il problema freddo, caldo e umido, contemporaneamente.

A.C.
Qual è la tua opinione rispetto agli ecobonus che hanno influenzato il settore edilizio in questi ultimi anni?

P.R.
La misura adottata in Italia, che prevede incentivi fiscali per interventi di efficientamento energetico in caso di ristrutturazione edilizia, sarebbe stata veramente interessante se si fosse basata su reali principi di ecosostenibilità, incentivando l’uso di materiali naturali (sughero, fibra di legno, canapa, terra cruda, canna palustre, ecc.) a scapito di quelli petrolchimici che di sostenibile hanno solo il risparmio energetico nel periodo invernale. Peraltro, il loro utilizzo comporta i problemi cui accennavo poco fa e, non meno importante, la circostanza poco felice del loro futuro smaltimento una volta esaurito il ciclo vitale.
Ora, nei centri storici -e per fortuna- non è possibile utilizzare il sistema del “cappotto esterno”: a tal riguardo voglio comunque far presente che l’Italia è un paese la cui bellezza, universalmente riconosciuta, è fondata proprio sulla diversità dei suoi paesaggi naturali ed urbani. Non dobbiamo cadere nell’errore di venir meno a questa secolare caratteristica intervenendo con opere esterne, neppure in contesti non vincolati: il rischio è che uniformino, impoverendole, le facciate degli edifici con l’utilizzo di materiali artificiali che non fanno parte della tradizione dei luoghi specifici.

A.C.
Come si può intervenire, quindi, nei centri storici per l’efficientamento energetico? Te lo chiedo a prescindere dagli ecobonus ma con un’attenzione al budget.

P.R.
È noto che la superficie attraverso la quale avviene la maggiore dispersione di calore è quella del tetto e pertanto è proprio qui che occorre principalmente intervenire con una coibentazione. L’ideale? Pannelli in fibra di legno o canapa  o sughero per uno spessore di 20 centimetri (per pareggiare tali prestazioni occorrono invece spessori di almeno 45 centimetri di polistirene). Risolto il tetto si può proseguire, se possibile, con l’isolamento delle facciate esterne esposte a nord e ad ovest con 2 centimetri di intonaco termico grazie al quale la muratura migliorerà dal 50 al 70% in termini di prestazioni energetiche.
Ci sono ancora risorse economiche a disposizione? Benissimo, si passa alla realizzazione di un “cappotto interno” di tipo massivo, con una serie di pannelli posati a secco per uno spessore di 7/8 centimetri di materiali naturali già elencati, che non andrà ad inficiare il posizionamento dei serramenti le cui casse matte (controtelai) potranno essere avvitate ai pannelli stessi senza demolizioni murarie, scongiurando la formazione di ponti termici.

A.C.
Paolo, però intervenendo con un cappotto interno si potrebbe andare a ridurre anche sensibilmente la superficie abitabile stabilita dalla normativa che, per alcuni ambienti, quali ad esempio la camera da letto, potrebbe rappresentare un problema.

P.R.
I metri quadrati stabiliti dalla norma derivano da un calcolo in realtà di tipo volumetrico: i mc d’aria che si ritengono sufficienti per il soggiorno di due persone nel locale. Ora se teniamo buoni i mc minimi richiesti e li dividiamo per l’altezza dei locali, che nei centri storici è quasi sempre superiore ai 2,70 mt, avremo una superficie sicuramente inferiore ai 14 mq ma i medesimi mc d’aria, il valore dal quale il legislatore è partito.
È chiaro che questo discorso deve essere recepito dalle ASL di competenza e noi stiamo lavorando anche in questo senso con gli enti territoriali: il comune di Lugo di Romagna, ad esempio, ha preso in considerazione i parametri volumetrici.
Siamo fermamente convinti, dato che l’80 % del consumo energetico avviene all’interno delle nostre città (che per loro natura si presentano “compatte” e per le quali auspichiamo un contenimento all’espansione), che si debba inevitabilmente intervenire anche sugli edifici esistenti, altrimenti non riusciremo mai ad abbassare il gradiente termico urbano con conseguente annullamento del risparmio energetico. Esso è, infatti, la prima energia a basso costo di cui possiamo disporre.
È in quest’ottica che proponiamo interventi atti a mitigare la temperatura estiva delle città, considerate come un unico organismo: impianti fotovoltaici -a servizio anche dei centri storici nei quali non si possono realizzare– collocati sui tetti di fabbriche o di altre strutture edilizie periferiche, ancorati ad una copertura a verde che ne aumenti il rendimento, una sorta di cintura più fredda che consenta di abbassare il consumo energetico estivo derivante da esigenze di raffrescamento. La nuova “comunità energetica urbana” consentirà di avere energia per tutti i residenti, un sistema di energia rinnovabile che poi dovrebbe produrre idrogeno, carburante che genera energia elettrica quando il sole non c’è.
E ancora proponiamo di porre attenzione all’architettura orizzontale della città a partire dall’eliminazione del rivestimento in bitume delle strade, che contribuisce a creare l’isola di calore urbana.

E’ solo con questo sguardo e con una precisa visione del futuro che, a nostro avviso, possono essere messe in atto quelle strategie che consentiranno alle comunità urbane di diminuire i propri consumi energetici e di produrli in autonomia locale. Questa è la filosofia “mediterranea” di ANAB.

A.C.
In una tua intervista pubblicata su “Cronache e Racconti di Architettura” del marzo 2008 hai affermato, a proposito delle tematiche che gli studenti dovrebbero affrontare, che “Sostenibilità è, forse, cominciare a guardare, vedendo. Perché per vedere ci vuole pratica, e bisogna cominciare tutti ad allenarsi, subito. La promessa della salvezza, ottenuta in cambio della natura sconfitta dalla tecnica, porta all’aggravarsi del problema ambientale ereditato dal prometeico pensiero novecentesco”. Qual era questo pensiero?

P.R.
Abbiamo sempre pensato alla tecnica come ad uno strumento che, basandosi sull’applicazione di conoscenze scientifiche, fosse in grado di risolvere i problemi pratici delle nostre società.
Col tempo la natura, i cui processi sono a lungo termine, ha messo in evidenza che quelle che sembravano soluzioni ideali celavano inaspettate problematiche, anche dannose per la salute dell’umanità. Cito un solo caso per tutti, l’utilizzo dell’amianto, materiale sicuramente straordinario introdotto nell’edilizia negli anni ’60 ma i cui effetti cancerogeni dovuti all’inalazione delle sue fibre sono tristemente noti a tutti.  
Oggi siamo ugualmente alle prese con materiali, come ad esempio alcune microfibre non solubili, che possono ugualmente venir inalati e creare danni alla salute ma i cui effetti si vedranno solo tra qualche tempo. Il vero problema è che non tutti i nuovi materiali immessi sul mercato sono testati seguendo le tempistiche corrette. Alla luce di tutto questo penso che non sia più possibile abbracciare il pensiero che vede in ogni campo la tecnica come risolutrice di tutti i problemi.

A.C.
Quindi, sulla base di queste considerazioni, quale dovrebbe essere l’atteggiamento corretto da assumere nel settore edile?
Io lo sostengo da sempre: meno protocolli generali e più attenzione al “caso per caso”, semplicemente osservando quello che accade in natura che ci insegna ad utilizzare l’energia secondo il principio che dobbiamo assolutamente fare nostro pensando al futuro: il “meno per più”, che significa usare la minor quantità di energia possibile per ricavare il massimo beneficio.
Quando insegnavo all’università di Ferrara per spiegare ai miei studenti le tipologie edilizie partivo dal descrivere quello che è “il cantiere” più interessante e funzionale: l’albero, con il suo apparato radicale ancorato al microclima, la sua chioma che rappresenta un perfetto impianto fotovoltaico attraverso il quale produrre materiali per proteggere la vita (i semi), che saranno diversi a seconda della situazione microclimatica in cui quello stesso albero si trova.
Riportavo quattro esempi diversi: il noce, il pesco, il grano e il cotone. Quattro “tipologie edilizie naturali” sviluppatesi per ottenere i massimi risultati per il mantenimento della vita (protezione dei semi) in differenti microclimi impiegando il minor consumo di energia possibile, reperibile ovviamente sul posto.
Mi piace anche dire, con una metafora, che il progettista deve agire come una sorta di “medico della mutua” che ha la possibilità di guardare negli occhi ogni singolo paziente per capire quali problemi lo affliggano: per tale ragione sostengo che non dobbiamo essere ancorati a rigidi protocolli stabiliti a livello europeo perché il nostro microclima è diverso e più complesso.

A.C.
Nella descrizione di un tuo progetto, all’interno della rivista citata precedentemente, si parla del tuo lavoro in termini di “minimalismo naturalista” e si accenna ad un tuo rifiuto del modernismo. In che cosa consiste questo rifiuto?

P.R.
È stata un’affermazione provocatoria che mirava ad evidenziare come in ambito architettonico il movimento modernista abbia avuto come conseguenza un’unificazione estetica dei manufatti edilizi a prescindere dai contesti. Riprodurre le forme di edifici diventati iconici senza prima averne analizzato i principi compositivi, le vere ragioni per cui sono stati realizzati in un modo e non in un altro, riduce la progettazione ad una mera questione di “pelle”: l’edificio, analogamente al corpo di ogni essere vivente, è fatto anche di ossa, di muscoli e di tutti quegli apparati da cui non ci si può sottrarre nel comprenderne il funzionamento.

A.C.
Oggi noi percepiamo gli arazzi e le pitture parietali presenti nelle dimore storiche unicamente nella loro dimensione decorativa ignorandone la funzione originaria: aumentare il confort invernale degli ambienti interni. Approfondiamo?

P.R.
Ho condotto uno studio sulle “fotografie del tempo” cioè sui dipinti dei grandi artisti che dal 1200 in poi avevano come soggetto gli ambienti interni. Con occhio allenato a riconoscere le scelte basate sui principi della naturale sostenibilità energetica -il cosiddetto “minimalismo naturale” – ho constatato che già allora erano ben chiari i principi alla base della percezione del benessere ambientale.
Arazzi tessuti in lana, appesi d’inverno e rimossi d’estate, boiserie ad altezza uomo, pedane in legno … : erano tutti accorgimenti che nella stagione invernale consentivano di elevare la temperatura superficiale delle pareti e dei pavimenti (la tela di Vittore Carpaccio, “Sant’Agostino nello studio”, offre una straordinaria fotografia di tutto questo).
Con il tempo è accaduto che degli apparati tessili posti alle pareti si sia  mantenuto solo l’aspetto decorativo sostituendoli con pitture parietali a tempera o ad affreschi. Tuttavia anche con questa modalità si è constatato che il colore più ricorrente fosse il rosso che, utilizzato come fondale cromatico, oggi sappiamo far percepire il senso di calore del 3/4% in più rispetto a quanto realmente presente nell’ambiente.

A.C.
Tra le iniziative che hanno caratterizzato la design week milanese del giugno scorso ANAB era presente alla Fabbrica del Vapore affiancata al team TMD (TerraMigaki-Design) con l’evento espositivo e un convegno sull’argomento “TERRITORIALITA’ DELLE TERRE”, dedicato ai temi della sostenibilità e della terra cruda. Tu sei intervenuto parlando dei “princìpi del progetto ecologico dell’architettura mediterranea”. Quali sono, in sintesi, questi princìpi?

P.R.
Innanzitutto occorre studiare il microclima del luogo, il che significa quantificare le energie in campo (sole, vento, ecc.) e comprendere, ad esempio nel caso di un edifico già esistente, qual è stata la sua storia, quali sono state le motivazioni che hanno portato all’espressione di quella forma tipologica.

Dopo questa prima fase di raccolta dei dati può iniziare a prendere forma il progetto “sostenibile mediterraneo” per la realizzazione di un edificio-impianto.

Cosa deve implicare questo progetto? Innanzitutto l’utilizzo dei materiali così come la natura insegna, caso per caso, che identifichino una soluzione specifica per lo spazio confinato, attraverso l’utilizzo di colori e superfici che derivano dalla storia di quel luogo.
Ci dobbiamo chiedere: possiamo utilizzare di nuovo materiali prodotti dall’agricoltura, cioè lo scarto, e quelli la cui produzione è a bassissimo consumo energetico?
In base alle risposte allora si costruirà un abaco che contiene tutte le variabili possibili per quel contesto specifico derivanti dalla prima fase di analisi (materiali, energie, cultura del luogo, colori …) e solo a quel punto il pensiero sostenibile del progettista potrà dare forma ad un intervento ecosostenibile.

A.C.
È su questi princìpi che è stato progettato il restauro del tuo studio a Faenza?

P.R.
Sì, certo. Siamo partiti dal concetto di applicare, anche per un manufatto storico vincolato, le medesime procedure di cui parlavo prima: l’uso della modalità “caso per caso”, iniziando da un’analisi dei materiali e delle tecniche costruttive originariamente utilizzate per arrivare ad una serie di scelte che hanno avuto come risultato un edificio con un consumo energetico prossimo allo zero.

A.C.
Ci puoi accennare a come siete concretamente intervenuti in questo progetto di “restauro scientifico”?

P.R.
Innanzitutto con la costruzione di un “sistema stampella”, un manufatto che funziona come serra solare che raccoglie il calore invernale e come distributore dei collegamenti verticali tra i diversi livelli; il tutto integrato da una copertura fotovoltaica che alimenta un sistema ad aria controllata.
Abbiamo utilizzato la canna palustre per il sistema “a cappotto”, applicato su muratura in laterizio intonacata all’interno con argilla cruda e all’esterno con calce idraulica naturale.
Il tetto è stato completamente rifatto perché andato perduto a seguito di un incendio negli anni ‘20 del secolo scorso: sull’intera superficie siamo intervenuti con una coibentazione in fibra di legno.
L’edificio è dotato anche di un impianto di fitodepurazione e non ha pertanto alcun collegamento con la fognatura comunale: risulta quasi completamente autonomo.
Anche le destinazioni d’uso sono state scelte in ragione dell’impianto distributivo originario: lo studio di architettura al piano superiore e gli spazi espositivi e per conferenze ai piani inferiori.


s f o g l i a l a g a l l e r i a

a cura di
ANNAMARIA CASSANI
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PAOLO RAVA
 A+4 STUDIO

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48018 Faenza Ra
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