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Architettura

EMANUELE COCCIA e LA FILOSOFIA DELLA CASA

Spunti di riflessione per il terzo millennio.

Emanuele Coccia è uno stimato intellettuale e nel suo ultimo lavoro “Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità(Einaudi, 2021) affronta il tema della casa che tratta, ripercorrendo i suoi trenta traslochi, con gli strumenti della filosofia e della psicologia, utilizzando uno stile eclettico e originale.
Affrontare l’ultima pubblicazione di Coccia significa addentrarsi in una lettura che richiede molto impegno nel seguire i percorsi mentali del filosofo su argomenti di cui, di fatto, la filosofia non si è mai occupata e che pertanto risultano inediti, inconsueti, ma che hanno il pregio di spingere il lettore ad interrogarsi sul proprio “essere casa”.
Nel testo di Coccia la casa viene innanzitutto intesa come un evento psichico, un’entità morale capace di accogliere tutto ciò che rende possibile il nostro sentirci felici.

Felicità: per lui non è un semplice concetto spirituale che alberga all’interno delle persone, da riconoscere e far emergere, bensì qualcosa che sta “di fronte” alle persone stesse e che per manifestarsi impone sempre una trasformazione, spostamenti di oggetti, costruzioni o abbattimenti di muri.

La casa, quindi, è “un mondo che deve rendere possibile una felicità”.

Non è forse il desiderio di raggiungere una felicità superiore la motivazione che spinge a cambiare casa?

L’Autore parla del trasloco come la versione moderna del giudizio universale, un evento fatto di metamorfosi e riti di passaggio.

“Una casa è la realtà morale per eccellenza: un artefatto psichico e materiale che ci permette di essere al mondo meglio di quanto la nostra natura ce lo permetta”.

Perché da millenni ripetiamo gli stessi gesti e continuiamo a costruire case?
Perché il mondo non è in grado di offrire una felicità come si suol dire immanente,  che “sia già lì presente”: gli esseri umani non possono essere felici semplicemente esistendo, ma hanno bisogno di abbattere muri e spostare pietre perché la felicità è un artefatto così come lo è la casa.

Negli ultimi anni, questo spazio di intimità si è trasformato in maniera significativa e, da privato mai conoscibile dalla società, è diventato, attraverso la TV e i social , spazio pubblico, i cui confini sono ormai sempre più sfumati: la globalizzazione ci ha portato ad aprire i nostri appartamenti.

Nei traslochi è facile trovarsi immersi in una vita altrui e non riuscire a tracciare un limite con la propria, fagocitati dai ricordi e dai vissuti dei precedenti abitanti.
Immediatamente dopo, però, si passa dall’altra parte e si diventa dei ricordi che qualcun’altro troverà, in un intreccio di vite che hanno abitato le stesse case.
Allora, per l’Autore, non si tratterebbe più di architettura ma di “amore”, il “mistero domestico per eccellenza”, un sentimento trascurato da sempre.
Nella sua tappa abitativa a Berlino est nel 1987, Coccia si sofferma a riflettere sui Bagni, inizialmente spazi in comune ma che poi si trasferiscono sempre di più verso il cuore della casa e vicino alla Cucina, tanto che ci parla del Bagnocucina.

Bagno e Cucina non sono solo spazi, ma mondi immaginari e distinti, difficilmente conciliabili.

Si interroga su cosa siano le stanze in una casa, tanto che arriva a parlare di planimetria psichica, l’idea di “riformare il mondo a nostra immagine e somiglianza anatomica per poterlo abitare”.
L’esempio più tipico di questo approccio è il Modulor (modulo + numero d’oro) di Le Corbusier, che riprende lo schema dell’uomo vitruviano e lo modifica: “una macchina o un mobile sono il prolungamento di gesti umani”.
“Ogni casa è un alambicco attraverso cui distilliamo la nostra vita più privata e personale, ne regoliamo l’accesso e la partecipazione agli altri. Il bagno è un alambicco nell’alambicco, che distilla qualcosa di ancora più privato”.

Nel capitolo “Cose di casa” Coccia sostiene che servano case, non spazi, perché senza le case, gli spazi non basterebbero, sarebbero solo vuoti, quindi insopportabili e assordanti.
Noi abitiamo le case, che l’Autore definisce come “quello spazio in cui tutti gli oggetti esistono come soggetti”.

La casa è, quindi, il sintomo più evidente del fatto che la psiche è capace di vivere ovunque e circola tra esseri umani e cose, e viceversa.

Proseguendo nelle riflessioni, ci si imbatte nell’impossibilità che in una casa possa mancare la soffitta, adibita a enorme armadio, contenente di tutto e dove regna l’atmosfera tipica dei migliori film horror, dove strani personaggi, come intrappolati in un gioco, ritrovano un’anima. Soffitte e cantine sono i cimiteri delle case.

Gli abiti stessi sono delle case, la faccia privata e quella pubblica, una mobile e l’altra immobile. L’abito è inteso anche come espressione della coscienza: da qui, egli suggerisce come dovremmo cambiare casa ad ogni stagione, esattamente come faremmo con gli abiti.

Quando Coccia parla di Polvere bianca fa riferimento alla scrittura, un’attività in grado di stimolargli visioni. Scrittura è casa, per lui, e quindi “abitare il mondo significa trasformare la sua struttura, diventare noi stessi la scrittura del pianeta”.

La casa è in continua costruzione ed entrarci è un ininterrotto viaggio nel tempo e nello spazio.

Per questo la casa non può definire una forma unica: entrarci significa iniziare un viaggio nell’anima di chi vi abita.
I social media estendono e proiettano all’esterno lo spazio domestico.

Coccia si chiede: “Cosa sarebbe successo se fossimo stati obbligati a diventare tutti clochard, senza tetto, a liberarci dalle abitazioni?” e “Siamo in grado di immaginare e costruire realtà domestiche modellate da relazioni diverse dalla parentela o dalla solitudine?”.

Che differenza pensate possa esserci tra camere e corridoi, oltre ovviamente alla loro struttura? Per l’Autore le camere sono tutto ciò che può essere accogliente; i corridoi, invece, sono detentori della paura del buio! Sono spazi di cambiamento e trasformazione e, per sua esperienza personale, sono l’origine della sua paura di essere uno spazio vuoto, un posto buio, dove nessuno restava, tutti passavano.
Infine, la cucina, simbolo della nostra relazione col mondo. Cucine come grandi alambicchi, che producono trasformazione. Ritroviamo il concetto affrontato inizialmente con l’ambiente bagno.

 

Nella parte finale del libro Coccia sposta lo sguardo verso il futuro

La nuova era si differenzia dalle altre perché rompe col passato in maniera decisa. Non sono le persone ad essere cambiate, ma è proprio il pianeta che si è trasformato.

L’enorme accelerazione dei cambiamenti, le specie scomparse, hanno determinato un’alterazione degli equilibri conquistati in secoli di evoluzione.
Ci siamo trasformati in Gaia, non c’è più opposizione tra interno ed esterno, ma al massimo tra terrestre ed extraterrestre. La nostra casa non ha più confini, è un unico spazio domestico globale.
La casa del futuro dovrebbe sapersi modificare in pietra filosofale, un processo alchemico in grado di trasformare e generare un nuovo modo di vivere la casa stessa.
Buona lettura!


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