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Dialoghi,  Design

Brianza-Cina: la via del design

A Meda, terra di antiche tradizioni di mastri mobilieri, lo Studio Seveso&Trezzi Architetti racconta l’esperienza con l’altra parte del mondo.

Marco Seveso e Gigi Trezzi lavorano insieme dal 1982, anno in cui vinsero il concorso “Un divano per gli anni 80” con il progetto “Topolino” poi prodotto da Felicerossi.
È l’inizio di una collaborazione dello Studio con marchi italiani di arredo e design  (Saporiti Ycami, Porada, Citterio, Felicerossi)  e di una carriera ricca di premi e riconoscimenti che valgono, nell’anno 2000, l’inserimento dei loro nomi nel libro “Il design in Italia dell’arredamento domestico” edito da Allemandi.

Alla fine degli anni ’90 l’interesse si sposta su progetti di architettura e design urbano e, agli inizi degli anni 2000, inizia la collaborazione con aziende cinesi nel settore dei mobili indoor, outdoor e office, collaborazione che continua a tutt’oggi.
Ci accoglie on-line, nello studio, Gigi Trezzi.
Alle sue spalle, in allineamento perfetto sopra la testa, fa bella mostra di sé l’iconica libreria Bookworm di Kartell e, così, entriamo nel mondo del design…

Annamaria Cassani
Quando un designer progetta per un privato si mette a disposizione di esigenze e desideri espliciti che derivano dalla diretta conoscenza del committente.
Cosa cambia quando, invece, è un’azienda a commissionare un prodotto e rimane sconosciuto il fruitore finale? C’è un approccio diverso alla progettazione?

Gigi Trezzi
Quando ci si approccia ad un prodotto di serie, pur potendo solo fare ipotesi circa i bisogni di un utente finale che non si conosce realmente, si è comunque contaminati da condizioni al contorno, a cominciare dal “DNA” dell’azienda che ricerca un prodotto da collocare in una fascia commerciale individuata in precedenza.
Anche la dimensione temporale, le mode e gusti del periodo storico in cui si opera, sono elementi imprescindibili.
Vi sono indicazioni, poi, che derivano direttamente dalla volontà di ricercare un prodotto commerciale piuttosto che un “flagship”, il prodotto di punta che rappresenta l’identità dell’azienda e che ne determina il prestigio sul mercato.
È su questi elementi che si innesta il lavoro del designer che in taluni casi si adegua ai “dettami” del produttore ma che può certamente proporre idee proprie e svilupparle con il supporto dell’azienda, anche se non perfettamente allineate con la filosofia che la caratterizza.
La nostra esperienza più che decennale come art directors per Felicerossi ci ha portato a proporre sia prodotti “d’impatto” sia prodotti più studiati a tavolino, si potrebbe dire più “tranquilli”, termine improprio ma usato spessissimo dalle aziende per identificare alcune loro richieste.
Con la serie di divani Esprit, ad esempio, proposti a Felicerossi, abbiamo fatto  tabula rasa delle precedenti esperienze. La collezione, presentata per la prima volta alla fiera di Colonia del 1992, ha ottenuto subito il favore del mercato, con esportazioni che hanno raggiunto persino Singapore e Hong Kong, un risultato notevole per quegli anni.

04 ESPRIT Felicerossi 1992 1
05 ESPRIT Felicerossi 1992 1

A.C.
Il pittore catalano Martin Ledesma, con cui abbiamo avuto un’interessante conversazione qualche settimana fa, ha detto che: “Ogni opera deve avere un significato aperto. Se può essere descritta in due righe è un brutto segno.”
Questo probabilmente, può valere per un’opera d’arte, ma non pensi che per un’opera di design valga esattamente il contrario?
Viene alla mente, ad esempio, l’iconica lampada Parentesi di Achille Castiglioni e Pio Manzù per Flos
(un semplice portalampada che scorre su un cavo di acciaio teso tra due contrappesi) oppure la vostra poltrona Relax per Felicerossi in cui la semplicità di lettura del disegno (una curva ergonomica che viene tagliata di netto in senso trasversale dividendo il poggiapiedi dalla seduta) rappresenta un grande valore aggiunto.

G.T.
L’oggetto di design, a differenza dell’opera d’arte, ha la componente d’uso a cui si aggiunge sicuramente anche una componente emozionale che costituisce però un plusvalore, perché alla fine qualsiasi veste si voglia dare al prodotto la funzionalità non deve venir meno o comunque non deve passare in secondo piano. Sostanzialmente: una sedia non deve richiedere tante spiegazioni, deve essere comoda!

 

A.C.
Sul tuo profilo Instagram appaiono parecchie foto raffiguranti dettagli di mobili e di facciate di edifici. La cura dei dettagli fa davvero la differenza? O meglio, l’utente finale è sempre in grado di coglierla e di apprezzarla? Soprattutto perché questo si traduce con un costo sicuramente superiore a quello di altri prodotti simili ma non progettati e realizzati con altrettanta cura.

G.T.
In generale l’utente finale acquista un prodotto di serie secondo una visione “macro” dello stesso, cioè d’insieme.
Occorre però fare una distinzione rispetto i target: l’utente che si rivolge alla grande distribuzione presta poca attenzione al dettaglio al contrario di coloro che invece rivolgono l’attenzione al luxury.
La cura del dettaglio è riconosciuta da un utente più “addestrato” che è in grado di apprezzare in questo senso la capacità artigianale dell’azienda.
Se dovessimo tuttavia progettare per la grande distribuzione, all’interno di determinate fasce commerciali, probabilmente non entreremmo in profondità nello studio dei particolari, proprio per la necessità di contenimento dei costi di produzione. Tuttavia, conoscendoci, non metterei la mano sul fuoco su quanto appena affermato: il “dettaglio” è una tipica “mania”, un tipico “vezzo” da architetti che contribuisce a fare la differenza.

A.C.
Quando e come è iniziata la vostra collaborazione con le aziende cinesi?

G.T.
Nel marzo del 2006 Marco ed io ci trovavamo alla Mostra Convegno, specifica  sull’arredo bagno, un settore che proprio in quegli anni iniziava a farsi spazio nell’ambiente casa rivendicando una propria identità.
Abbiamo notato lo stand di un’azienda cinese che esponeva prodotti che ci sembravano interessanti. Nasce una piacevole chiacchierata con colui che poi abbiamo scoperto essere il direttore dell’azienda stessa; due giorni dopo viene a farci visita in studio e tre mesi dopo eravamo già a Shenzhen, nel sud della Cina. Da allora siamo i designer ufficiali di questa azienda che produce rubinetterie e accessori per il bagno.

A.C.
Una calorosa accoglienza, quindi, da parte dell’industria cinese di settore?

G.T.
La Cina ama il design italiano. Essere designers e provenire dall’Italia è stato un biglietto da visita che 15 anni fa ci ha aperto molte porte e ci ha consentito di stabilire relazioni che durano tutt’oggi. Congedandoci dal nostro primo incontro cui accennavo prima, avevamo lasciato a Shenzen dei bozzetti inerenti una proposta informale per lo showroom che l’azienda stava allestendo a Guangzhou (Canton): ritornati sul posto due mesi dopo per l’inaugurazione abbiamo scoperto con molta sorpresa e altrettanto piacere che era stato realizzato proprio sulla base della nostra proposta.
Da qui siamo partiti con il disegno di una collezione di accessori per l’ambiente bagno, ancora oggi in produzione.

11 BRERA Vokei 2014 Cina

A.C.
Al di là del lavoro in Studio, quale altro impegno, in condizioni normali, richiede il mantenimento delle relazioni con le aziende cinesi?

G.T.
Raggiungiamo la Cina 5/6 volte l’anno e vi restiamo dalle due alle tre settimane in ogni occasione. Durante questi “soggiorni lavorativi” sviluppiamo prodotti e organizziamo le esposizioni fieristiche di Guangzhou e Shanghai per le aziende con cui collaboriamo che appartengono al mondo della casa, dell’ufficio e dell’outdoor.
Questo ha comportato un rallentamento del nostro lavoro in Italia che si rivolge attualmente ai privati.
Nell’ultimo anno, a causa della pandemia, i contatti con la Cina sono stati prevalentemente a distanza, con non poche difficoltà soprattutto quando si trattava di esaminare i prototipi. Siamo comunque riusciti a presentare, alle tradizionali fiere di marzo, due collezioni di prodotti creati on-line.

A.C.
C’è stato un adattamento da parte vostra al gusto di un mercato diverso da quello italiano? Una cultura diversa da quella occidentale vi ha in qualche modo influenzato?

G.T.
Non possiamo negare che qualche influenza ci sia stata, ma a noi è stato chiesto esplicitamente di progettare secondo il nostro stile e la nostra “visione” occidentale.

A.C.
Quali sono gli aspetti di interscambio tra i due mondi? Cosa possiamo trasmettere alle aziende cinesi e cosa possiamo apprendere da loro in un’ottica di reciproco miglioramento?

G.T.
Non dico nulla che non sia già noto se affermo che l’approccio al lavoro da parte del popolo cinese è unico ed encomiabile, anche se ultimamente la generazione dei trentenni sta rivolgendo lo sguardo anche verso aspetti più ludici della vita sociale.
Per contro noi mediterranei abbiamo una capacità di improvvisazione e di avere sempre soluzioni a portata di mano, caratteristiche che potrebbero fare la differenza per la nascita di un design distintivo per la Cina basato su quella necessaria ricerca di elevati standard qualitativi che, secondo noi, si dovrebbe anche rivolgere alle tradizioni di un Paese dalla cultura millenaria.
La strada per diventare brand, ossia l’acquisizione di capacità di influenzare il mercato e di dettare le tendenze, è lunga ma ci sembra di avere visto, anche nelle alte sfere, una volontà in questo senso.
Negli ultimi cinque anni, inoltre, sono apparsi sulla scena una generazione di designer cinesi che guardano alla tradizione restituendola con disegni dalla “mano moderna”. Alcuni di loro lavorano anche per l’Italia.

Si potrebbe quindi dire che il sentiero sia stato tracciato.

Studio Seveso e Trezzi Architetti

Corso Matteotti 22 Meda (MB)

 


s f o g l i a l a g a l l e r i a


a cura di Annamaria Cassani

immagini archivio
Studio Seveso & Trezzi Architetti

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