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Dialoghi,  Design

Bartoli Design: il metodo, innanzitutto!

Radici saldamente ancorate nella storia del design italiano, una forte consapevolezza del presente e uno sguardo attento sul futuro:
Anna e Paolo Bartoli si raccontano.

BartoliDesign Anna Paolo 1

Ci accolgono on-line nella sala riunioni del loro studio monzese i designer Anna e Paolo Bartoli, fratello e sorella: indossano la mascherina e tengono un distanziamento tale che nello svolgere successivamente la registrazione dell’intervista i loro visi si vedono appena, relegati ai lati dell’inquadratura. L’istantanea impressione di professionale rigore sarà confermata in ogni momento del piacevole dialogo che è seguito, un viaggio di due ore nel mondo del design italiano.
Fondato nel 1960 da Carlo Bartoli, venuto a mancare nell’agosto scorso, lo studio Bartoli Design vanta numerose collaborazioni con aziende del settore dell’arredamento tra cui Arflex Bonaldo, Confaloneri, Colombo Design, Enrico Pellizzoni, Fiam, International Office Concept, Jesse, Kartell, Kristalia, Laurameroni Design Collection, Lualdi Porte, Matteograssi, Move, Nodus Rugs, Rossi di Albizzate, Segis, Skipper, Steelcase, Tisettanta e Ycami.
Lo Studio sviluppa altresì progetti di architettura, allestimenti, interni e design urbano.
Il loro costante lavoro di ricerca è valso l’assegnazione di numerosi premi e riconoscimenti.

Ne citiamo due per tutti: XXI Compasso d’oro per la sedia R606 Uno per Segis nel 2008, in collaborazione con Fauciglietti Engineering e, nel 2016, Compasso d’oro ADI alla Carriera per Carlo Bartoli.

Annamaria Cassani
Qual è stata l’eredità morale e professionale di Carlo Bartoli?

Anna Bartoli e Paolo Bartoli
Nostro padre era una persona estremamente rigorosa. L’applicazione di un metodo sistematico lo caratterizzava anche sul versante creativo: fondamentale per lui era il pieno controllo di tutti gli aspetti dell’innovazione e il risultato era il ricercato equilibrio tra l’aspetto formale e quello funzionale del prodotto.
Esercitava una forte autocritica e svolgeva la sua professione con totale apertura nei confronti di tutte le aziende, grandi e piccole, senza distinzione alcuna: riteneva, anzi, che proprio i clienti con minore forza commerciale avessero più bisogno del suo lavoro.
E tutto questo è diventato parte del nostro DNA: abbiamo una clientela eterogena cui ci approcciamo con un metodo rigoroso che ci consente di svolgere un “servizio professionale” ad hoc, privo di qualsiasi imposizione di stili preconfezionati.

A.C.
In tutte le migliori famiglie ci sono contrasti, soprattutto se si opera a stretto contatto nel medesimo ambito professionale. Ci sono mai state tra voi prese di posizioni inamovibili dovute magari alle diverse personalità o ai diversi approcci a ciò che è inerente al mondo del design?

 A.B. E P.B.
Le discussioni in studio con nostro padre erano all’ordine del giorno (sopra le mascherine, Anna e Paolo sorridono amorevolmente con gli occhi, mentre lo stanno dicendo, n.d.r.). Carlo Bartoli, molto attento alle innovazioni tecnologiche, tendeva a voler proporre sin da subito, da profondo conoscitore della materia, la soluzione tecnica al progetto e questo talvolta rappresentava un limite che impediva un approccio creativo “folle” rispetto l’utilizzo di alcuni tipi di materiale.
Probabilmente, all’inizio i nostri progetti sono stati considerati un po’ “naif” e d’altra parte ci scontravamo da neofiti con l’esperienza pluridecennale di nostro padre. Tuttavia questi momenti sono stati fondamentali per noi: quando proponiamo un progetto, già nella fase iniziale, ci preoccupiamo che abbia una realizzabilità tecnica, cerchiamo subito di calare l’idea astratta in un discorso di “fattibilità”

In un’epoca in cui risulta facile autoproclamarsi designer per noi una delle qualità essenziali è rappresentata dall’abilità di tradurre un’idea in un qualcosa di molto concreto.

 

A.C.
Bartoli Design è entrato nella storia del design italiano e continuate a farne parte da più di 60 anni. La poltrona “Tube” prodotta da Rossi di Albizzate viene raffigurata sui francobolli emessi nel 2001 da Poste Italiane nella serie avente come tema “Design italiano per un nuovo paesaggio domestico”.
Immaginiamo che, oltre ad una grande gratificazione, tutto questo comporti anche sopportare il “peso” di notevoli responsabilità circa gli impegni che vi assumete per il mantenimento di elevati standard qualitativi. Come vivete tutto questo?

A.B. e P.B.
Esercitiamo sempre una forte autocritica che ci aiuta ad affrontare quelle responsabilità che ci assumiamo nel momento in cui andiamo a proporre un nuovo prodotto.
La domanda, a monte di tutto il processo, è sempre la stessa: perché introdurre sul mercato una nuova sedia o un nuovo tavolo? La risposta, ovviamente, deve essere sempre soddisfacente.
Nell’epoca d’oro del design, a partire dal secondo dopoguerra, ci sono state aziende che hanno fatto da faro nel campo dell’innovazione e si è venuta a creare una forte sinergia con i progettisti in un momento storico caratterizzato da una spiccata sperimentazione di forme, materiali, funzioni.
L’attuale panorama è invece segnato da un affollamento tale di prodotti che l’unica strada che sembra veramente percorribile nel campo dell’innovazione, anche se non del tutto alla portata delle aziende più piccole, è quella della “sostenibilità”, riferita sia ai materiali che ai cicli produttivi.

A.C.
Come è cambiato nel tempo il ruolo del designer?

A.B. e P.B.
Il ruolo del designer è cambiato molto negli ultimi 20 anni perché da diversi decenni non siamo più nell’era della “necessità” e quindi l’innovazione è principalmente di tipo culturale: la necessità di rinnovare un prodotto deriva dal fatto di non essere più in linea con la cultura corrente.
Di fatto la proposta di un nuovo prodotto si sposta sempre più verso un “progetto di strategia” anche di tipo aziendale; quegli aspetti tecnico/produttivi che ad esempio negli anni ’60 erano totalizzanti adesso sono diventati solo una parte del progetto, non rappresentandone, talvolta, neanche la parte più consistente.

Il lavoro del designer è diventato molto più sofisticato, così come del resto la cultura stessa del design.

A.C.
La sedia R606 UNO, XXI Compasso D’Oro Prize from ADI nel 2008, prodotta da Segis e progettata in collaborazione con Fauciglietti Engineering, realizzata con un mix di materiali altamente prestazionali in termini di stabilità e flessibilità, restituisce nella sua semplicità di forma una straordinaria bellezza: tecnologia (materiali innovativi) e semplicità, è questo il segreto?

P.B.
Il progetto della sedia R606 UNO ha avuto una lunga gestazione, tant’è che l’idea iniziale è molto diversa dal prodotto finale. Ci siamo posti subito una domanda: è sufficiente avere a disposizione un nuovo materiale per proporre una nuova seduta? Dopo le prime proposte progettuali, poco soddisfacenti in termini di risposta alla domanda, abbiamo deciso di azzerare completamente la forma e ripartire con un pensiero ben preciso in testa: dovevamo progettare una sedia con la “S” maiuscola, dalla forma ridotta ai minimi termini, in poche parole, l’archetipo!
La forza di questo prodotto è il fattore sorpresa: ad un’immagine estremamente dura corrisponde una seduta morbida, piacevole e flessibile, assolutamente inaspettata.
La nostra ambizione è quella di far emergere nei prodotti che proponiamo una sorta di “magia”, attraverso la scoperta di “un qualcosa” che vada al di là dell’immagine: prediligiamo un approccio sensoriale al prodotto, che possa andare oltre la semplice percezione estetica.

A.C.
L’esperienza dello Studio è iniziata con Carlo Bartoli nel 1960, in un momento per l’Italia di straordinaria vivacità creativa, in una fase che si potrebbe definire ancora pionieristica e accompagnata da una grande sperimentazione. Leggendo sui primi progetti di vostro padre emerge una sorta di dimensione “artigianale” nella gestione delle iniziali fasi di progettazione dell’oggetto. Esiste ancora questa dimensione oggi?

A.B. e P.B.
Si, esiste ancora una dimensione artigianale di approccio al progetto. Anzi, in alcuni casi, quali ad esempio lo studio di nuove sedie, risulta fondamentale sperimentare il modello realizzato, un prototipo che permetta di testare l’ergonomia delle sedute.
Nel nostro Studio utilizziamo tutte le modalità espressive per arrivare al risulta finale: dai disegni a mano libera su carta, alla modellazione tridimensionale attraverso software complessi che simulano il prodotto finale. In questo momento siamo impegnati in un percorso di ottimizzazione proprio di questo processo, cioè di tutte quelle operazioni che precedono la produzione finale dell’oggetto.

 

A.C.
Analizzando la vostra produzione si passa da sensazioni quali leggerezza e morbidezza derivanti dall’utilizzo di sinuose linee curve e arrotondamenti, a sensazioni di estrema solidità e monoliticità quasi scultorea, ad esempio in alcuni tavoli, in alcuni imbottiti e anche nella madia progettata per Riva 1920. Come nasce questo contrasto? Deriva dall’utilizzo di certi materiali piuttosto che altri o da una volontà di sperimentarsi con differenti linguaggi?

A.B. e P.B.
Si tratta, in realtà, di una questione di metodo. Noi non imponiamo un nostro stile ma ci relazioniamo con i clienti cercando di comprendere quali siano non solo le potenzialità del mercato ma anche quelle del know how delle aziende stesse: ricerchiamo sinergie per sviluppare anche innovazione.
Alcune forme che appaiono “monolitiche” derivano da “spunti” offerti dalle aziende (sarebbe fuorviante chiamarli limiti). Nel caso della madia Mori progettata per Riva 1920 c’era una precisa richiesta dell’azienda di contenimento dei costi di produzione e questo ha portato alla proposta di un elemento dalla forma molto semplice affidando al legno, con lavorazione a spina di pesce sulle ante, l’impatto estetico/decorativo.
Per quanto riguarda gli imbottiti, invece, possiamo portare come esempio la serie di sedute Longway: la loro particolare forma a nastro che si srotola sinuosamente con possibilità di diverse composizioni è derivata dal contesto in cui dovevano essere collocati, cioè gli spazi di transito.

 

Volevamo che queste sedute, oltre a garanzia di solidità e durata nel tempo, potessero avere anche la valenza di “segni” di forte riconoscibilità in ambienti, quali ad esempio gli aeroporti, che sarebbero potuti apparire dispersivi.

A.C.
Anna, hai lavorato per un breve periodo per Cini Boeri. Qual è stata l’occasione e cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

A.B.
Mentre Paolo ha preferito un apprendistato in Germania nell’ambito specifico della progettazione architettonica, in accordo con mio padre ho avuto il mio primo approccio lavorativo, post laurea, nel mondo del design presso lo studio di Cini Boeri. Lì ho potuto fare esperienza di come fosse importante per un designer avere alcune caratteristiche: capacità di dialogare con i tecnici ponendo le giuste domande in modo tale da non precludersi a priori alcune “follie” creative che potevano apparire in prima istanza irrealizzabili; e ancora, capacità organizzative e volontà di delega ai collaboratori scelti.
I progetti dell’architetto Cini Boeri erano innovativi ed eleganti e ricordo bene ancora la sua posizione nei confronti dei clienti privati e delle aziende: sempre decisa e rigorosa, mai accomodante.

A.C.
Come avviene il vostro processo creativo? Ha ricevuto nel corso del tempo una sorta di “educazione”?

A.B. e P.B.
Sicuramente, anche a livello inconscio, il nostro processo creativo è stato educato, e si educa tuttora, in funzione di tutte le esperienze progettuali che affrontiamo. Tuttavia ciò non viene percepito come una “limitazione”: sappiamo, proprio per l’esperienza maturata, che sono tantissimi gli aspetti che dobbiamo tenere in considerazione e a questa consapevolezza contribuiscono anche le esperienze negative. Tra le qualità del designer deve esserci la curiosità: “antenne” sempre pronte a captare nuovi segnali dal mondo.

Abbiamo il privilegio, parlando di creatività, di lavorare immersi in una cultura del design quale è quella italiana e in una realtà fatta di tante aziende che conservano una componente di artigianalità che rappresenta un valore veramente importante.

A.C.
C’è sufficiente spazio per i giovani nel mondo attuale del design? Quali caratteristiche imprescindibili sono oggi richieste?

A.B. e P.B.
Il consiglio per i giovani che si approcciano agli studi accademici in ambito di architettura e design – tra l’altro in una situazione di sovraffollamento dei vari corsi di laurea- è quello di trovare un filone di ricerca personale e di specializzazione in base alle proprie eccellenze e passioni: sembra tramontata l’epoca dell’architetto, singolo professionista, che da solo si occupa un po’ di tutto.
Il tema della formazione professionale è un problema pressante e volendo fare un’estrema sintesi ci sentiamo di consigliare due livelli di preparazione: un primo livello che riguarda la specializzazione in un ambito in cui si possa essere veramente competenti ed un secondo livello che implica, invece, una capacità di “astrazione” mediante l’adozione di un metodo per la risoluzione dei vari problemi che si incontreranno nel corso dell’esercizio della professione.
Questo secondo aspetto risulta oltremodo importante in un momento storico in cui si sente spesso parlare di design thinking cioè di efficacia dell’applicazione di un approccio creativo per la ricerca di soluzioni a problemi inerenti qualsiasi ambito.
Di conseguenza risulta fondamentale avere una “visione”, riuscire a capire che alcuni problemi si possono risolvere meglio lavorando in team – quindi avere capacità/volontà di delegare mansioni secondo specifiche competenze -, riuscire a fare le “domande giuste” agli specialisti di settore.
Ben venga la specializzazione tecnica ma con un occhio anche alle competenze di tipo umanistico.

A.C.
Quali sono i pezzi di design contemporaneo che avreste voluto progettare o che avete nelle vostre abitazioni?

A.B.
Mi piacciono molto i prodotti della serie Mensola Cornice progettate per Vitra da Ronan e Erwan Bouroullec, designers che stimo molto. Si tratta di piccoli ripiani stampati non collocabili di fatto in una dimensione temporale e, a mio avviso, destinati a diventare elementi iconici.

P.B.
Sono affascinato da quegli oggetti dal design “semplice” che riescono a trovare un buon equilibrio tra tecnologia, strettamente legata alla funzione, e rappresentazione stessa dell’oggetto.
Penso che la sfida contemporanea del design sia quella di riuscire a gestire la tecnologia senza tradurla in una realizzazione di “scatole” anonime o dall’apparenza poco amichevole. Mi piace pensare a dei prodotti evoluti ma che abbiano l’apparenza di oggetti familiari, come se dovessero appartenere da sempre alle nostre case.
Penso in tal senso ad alcuni oggetti, tecnologicamente molto avanzati, di Naoto Fukasawa che ha lavorato molto per Muji.
Per quanto riguarda i pezzi di design presenti nella mia casa, ho scelto per il pranzo il tavolo Frate progettato da Enzo Mari per Driade: l’incarnazione dell’essenzialità.

A.C.
Quali sono, oltre al design, le vostre passioni?  Quali letture preferite?

A.B.
Mi piace viaggiare in luoghi remoti ed immersi nella natura, magari un po’ scomodi ma che mi consentono di rilassare la mente. Mi piace la fotografia e anche la lettura anche se ho veramente poco tempo per leggere e di questo sono preoccupata! Attualmente ho tre libri “aperti” sul comodino: uno sul buddismo, un altro sugli oggetti storici di design e infine un libro di Michele De Lucchi che parla degli architetti. Amo la fantascienza, soprattutto come viene raccontata da Philip Dick.

P.B.
Condivido la passione di Anna per Philip Dick che nei suoi scritti riesce a restituire un’atmosfera giocata tra realtà e finzione e che dà luogo a mondi incredibili. In genere sono scostante ma molto curioso e, quindi, quando ho le condizioni ideali, leggo un po’ di tutto: romanzi, in vacanza, e saggi sulla tecnologia e il design nel restante periodo dell’anno.
Ho ereditato da mio padre la passione per la fotografia, sin dall’epoca del liceo (ho una collezione “sterminata” di foto sul PC che puntualmente non stampo!). Di fatto mi piace la “percezione per immagini” e questo si traduce anche in una passione per gli acquarelli, una tecnica difficilissima che da anni, con “caparbia” perseveranza, cerco di perfezionare.


s f o g l i a l a g a l l e r i a

a cura di Annamaria Cassani

immagini archivio Bartoli

partners: Segis, Kartell, Riva1920, Laurameroni, Kristalia, Lago, Rossi di Albizzate, Rexa Design, Penta, Bonaldo, Arflex, Nodus

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