Cosa succede in città.
a cura di Riccardo E. Grassi
Giancarlo Consonni: non si salva il pianeta se non si salvano le città.
Le parole del libro di Giancarlo Consonni assomigliano, così mi piace immaginarle, alle bolle di sapone che liberavo nell’aria da bambino, soffiando dentro un anello di metallo: ritrovo le suggestioni e la leggerezza di quelle sfere trasparenti depositate anche in queste pagine (“Non si salva il pianeta se non si salvano le città” – Quodlibet Editore).
A quel tempo mi chiedevo la ragione di quelle forme, tutte diverse, delle loro sfumature di colore, quali volteggi potessero caratterizzarle, e perché, quando uscivano dal cerchio che poco prima le imprigionava.
Già da allora la mia volontà di concretezza lasciava il segno: mi domandavo soprattutto quale fosse il “meccanismo fisico” che trasformava quel velo di sapone in una danza di sfere che si sfiorano e s’inseguono sospese nell’aria.


Ecco, progredendo nella lettura rivivo l’analogia: mi chiedo che cosa ci sia capitato in questi ultimi trent’anni. Se cioè abbia più senso, oggi, parlare di qualità dell’abitare, di urbanità, di addensamento edilizio, di tessuto urbano ormai sfibrato, quindi di meraviglia e di scoperta contenute in quelle bolle, oppure se non sia meglio interrogarsi sulla concretezza del “meccanismo fisico” che ha prodotto (e continua irriguardosamente a produrre) quello svuotamento di valori legati alla “bellezza civile”: una impasse che promuove un’architettura spesso autoreferenziale, dal carattere solipsistico, lontana dal vivo sentire di noi abitanti che viviamo la città e il manipolo di vie che la segnano, i suoi quartieri fatti di rapporti personali, socialità e “concinnitas” (come magistralmente la chiama l’Autore attingendo da L. B. Alberti).

Ebbene, man mano che scorro le pagine scopro che in realtà non c’è distinguo rispetto alle bolle di sapone di allora, ma anzi coincidenza, sovrapposizione:
il libro ci parla di suggestioni, volteggi, idealità, di visioni col tratto felice dell’umanista che s’è dato alla tecnica, capace di sconfinare tra architettura e urbanistica.
E così mi ritrovo tra le mani anche il relativo “meccanismo fisico” che, esposto con la stessa leggerezza delle bolle di sapone, trasforma quegli argomenti in sollecitazioni, propositi, progettualità affinché non finisca tutto così, come tristemente oggi appare ai nostri occhi, con brani di città senza più momenti/luoghi d’aggregazione.


Le città non sono solo spazi fisici ma anche proiezioni di emozioni, desideri e di paure umane come ci ha mostrato Calvino ne “Le città invisibili” e la bellezza civile richiamata da Consonni, che riporta il pensiero di G. B. Vico, mi fa tornare in mente la famosissima (e credo più citata che letta) riga di Dostoevskij nell’ “Idiota”, secondo il quale “la bellezza salverà il mondo”.
Ecco, non ho capito, e me ne duole, se oggi abbia ancora un senso quell’esortazione. Perché presuppone una sensibilità, una cultura, una partecipazione e un’educazione che permettano e ne facilitino la fruizione. Se la bellezza è diventata turismo e consumo, se la città è una vetrina di edilizia prevalentemente nelle mani di Fondi sovranazionali o rendite private, il timore è che le viviamo come esempi di originalità dei luoghi e dei manufatti, come occasioni meramente estetiche che, sì, appagano gli occhi ma forse non entrano in noi e non ci fanno “crescere”.
Un godimento estemporaneo, per quanto speciale, un appagamento forse effimero capaci di riempirci la memoria (dello smartphone) con immagini, tuttavia, poco efficaci nel sedimentare quella bellezza civile che Consonni, inesausto, richiama più volte ma che abbiamo visto svaporare sempre più velocemente: una deriva alimentata da una frenesia edificatoria che in anni recenti ha dato (si fa per dire) il meglio di sè.


Se il bello, oggi, rattrappisce in un superficiale “wow”, se l’arte richiede solo followers
non fa specie che l’urbanità dai migliori connotati sociali e inclusivi sia destinata a farsi da parte.
Perché l’occasione di fare città è il favorevole impasto “di civitas, l’insieme dei cittadini, e urbs, l’aggregato fisico” (p. 10).
Mi permetto in tal senso di citare un’indicazione sociologica che può forse aiutarci a comprendere questo allontanamento dall’abitare condiviso: “…in mezzo secolo, anche meno, ma con massima accelerazione negli ultimi quindici anni il mondo è cambiato. E non perché i vecchi problemi politico-sociali siano stati risolti, ma perché la nostra è diventata una società signorile di massa basata sull’ostentazione dei consumi e la cura meticolosa, quasi religiosa, del proprio corpo” (Luca Ricolfi, “Il follemente corretto”, La Nave di Teseo Editore).
Il testo di Giancarlo Consonni mi ha aiutato a trovare le risposte ad una domanda che mi ponevo fin da giovane: ma come si fa a costruire una città?
Le pagine non costituiscono un “manuale” per realizzarla, non era evidentemente questo l’intento, ma sono state una sorta di viatico per comprenderne la genesi, i protagonisti di quell’idea, gli architetti e i pensatori che l’hanno “vista” prima che fosse costituita, gli ingredienti, le sue trasformazioni, le cure di cui avrebbe avuto bisogno, il suo futuro o le disgrazie di determinate scelte.
Un opportuno excursus storico ci conduce a conoscere in profondità e con stile leggero quanto abbiamo davanti agli occhi mentre passeggiamo per le sue vie, che siano dell’antico centro storico o di nuova realizzazione. Consonni percorre il tema della città e dell’abitare con un’andatura, a me sembra, volutamente “doppia”: per capacità letteraria (è riconosciuto poeta) e per conoscenze da urbanista (è docente emerito al Politecnico), quindi disserta di temi tecnici ma non manca di suggestioni da romanzo, fors’anche da memoir.


Il libro dissemina interrogativi che talvolta sobillano un’inquietudine difficile da ricondurre dentro l’alveo dell’ottimismo (molto presente nella seconda parte, foriera di indicazioni su cosa fare e come farlo): non certamente per “colpe” del nostro Autore, bensì perché egli ci guida a comprendere gli eventi urbanistico/architettonici che hanno (purtroppo) contraddistinto gli ultimi decenni.
A maggior ragione se paragoniamo la città greca di un Aristotele, e la filosofia che la strutturava, e quanto propugnato da personaggi del passato: si sono persi sia lo spirito che la visione. La polis fioriva per qualità della vita associativa e per istanze compartecipate che suggerivano le politiche di governo e inducevano al bene comune, alla bellezza, all’inclusione, alla condivisione. In una parola, all’urbanità: luogo, fisico e ideale, dove si consolidano e costruiscono le proprie radici. Una polis differente dalla civitas romana, più orientata ad “organizzarsi” che condividere, anche per una differente composizione di genti, di etnie, di religioni: una visione orientata ad una migliore convivenza.
Sulle pagine scorrono, senza l’erudizione che talvolta segna la saggistica, le considerazioni di vari pensatori sulla città ed il consesso civile, a partire, dicevamo, da Aristotele: “l’indipendenza e l’autodeterminazione della polis, la piena realizzazione dell’esistenza individuale e collettiva, la bellezza delle opere come tre ragioni fondanti della politica. È difficile trovare un’elaborazione teorico-programmatica che si sia spinta più in là, rimanendo al contempo ancorata alla realtà” (p.10).
L’idea di civitas (come insieme di cittadini) è propugnata e sostenuta a partire dalla Costituto del Comune di Siena (1309), da Dante (Convivio), dal poco conosciuto ma interessante Giovanni Botero (Delle cause della grandezza e magnificenza delle città – 1588), per non parlare di Giambattista Vico a cui dobbiamo la “bellezza civile” (“che è ancorata alla nobiltà d’animo e alla virtù, da lui detta civile in quanto nutrita dalla tensione costitutiva della comunanza urbana” – p.16).
Il tracciato dell’Autore prosegue con Giandomenico Romagnosi, Carlo Cattaneo ed altri, fino al più recente Giovanni Michelucci che “ha il merito di aver portato l’attenzione su elementi costitutivi della spazialità e dei modi d’uso della città dell’Europa cristiana” (p.20).

Come mai l’idea di città come “consorzio civile” è in crisi?
Una delle ragioni è la “rivoluzione tecnologica nelle reti di comunicazione che ha favorito l’affermarsi delle relazioni a distanza su quelle di prossimità” (p.24), che ha vanificato l’humus dei luoghi di aggregazione ed i conseguenti rapporti umani. Sembra di sentire la voce di Bruce Chatwin quando scriveva: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”.
E l’habitat? Non gode di buona salute: l’assurgere “della proprietà privata a entità giuridica priva di vincoli, depositaria di una libertà incondizionata” (p.24) l’ha condotto sul ciglio d’un precipizio. Tant’è vero, secondo l’Autore, che il destino delle città è stato “progressivamente consegnato nelle mani degli investitori immobiliari” che si sono ritagliati, sempre più negli ultimi vent’anni, il ruolo di “regolatori dei rapporti sociali… facendosi promotori di uno scardinamento dell’urbanità” (p.25), complice uno sconsiderato arretramento della politica.


A tal proposito devo un po’ dissentire: mi pare strano che il privato, sua sponte, possa godere di “libertà incondizionata”. Operatori immobiliari che, per mestiere, periodicamente vedo in trincea mi accennano a normative e prescrizioni cui devono attenersi. E, a sentir loro, le Amministrazioni svolgono i propri compiti con attenzione e scrupolo (e certamente senza visione). È altrettanto vero che per determinati interventi edilizi (specie di rigenerazione urbana, com’è di moda definirla, o di piani d’intervento consistenti) s’aprono tavoli di discussione/pattuizioni che necessitano un adattamento delle regole generali al caso specifico. Tuttavia è arduo pensare ad un’assenza degli Uffici Tecnici comunali che permettano alla proprietà privata di “disattendere vincoli” o di godere “di libertà incondizionata”.
Rimane, e ha tristemente ragione Consonni, che occasioni di recupero del singolo asset immobiliare come di maglie di città più o meno estese hanno (involontariamente?) promosso uno “scardinamento dell’urbanità” come pure “solitudine ed espressioni narcisistiche hanno surclassato coordinamento e senso della misura” (p.25).
Se servisse un esempio sulla sottrazione di concinnitas da questi luoghi è sufficiente uno sguardo (anche tramite Google maps) all’edificato della zona nord di Milano denominato “Cascina Merlata”, oppure a sud-ovest con il progetto “SeiMilano” (i primi che mi sono balzati in mente, ma non gli unici). Non sono stati sufficienti architetti di fama (cui si devono il planivolumetrico e la maggior parte delle tipologie edilizie) o un’Amministrazione partecipe (partecipe?): come si può ravvisare urbanità in tale bulimia edificatoria, impaziente, strepitante, orientata alle performances? O nella sequenza di torri (senza negozi, spazi d’incontro, con recinzioni condominiali che limitano gli accessi, ecc.) stipate, allineate e distanti lo stretto necessario perché obbediscano a rapporti aeroilluminanti e non disattendano l’introspezione?
Ecco dunque spiegata la difficoltà di riconoscere, dal dopoguerra in qua (e specie negli ultimi 20 anni), il tratto umano, sociale del tessuto urbano, “scrigno di sapienza relazionale”, a favore (sic) d’una disforia urbana, una scivolata indulgente verso “il ridursi, quando non l’esaurirsi, della sottile differenziazione degli organismi edilizi che ne preservava la rassomiglianza reciproca, rendendo le città per certi versi simili alla natura” (p.25).


Perché l’Autore fa appello più volte alla necessità d’una concinnitas (perduta)? Perché, inesausto e visionario, ci mette sotto gli occhi non una nostalgica forma urbis di “com’eravamo”, bensì richiama i nostri sensi e la nostra intelligenza per non perderci d’animo e contribuire ad un felice e proficuo “fare”, per riprenderci i nostri spazi, la socialità e un’idea di benessere che originano anche da una urbanità diffusa, fatta di attenzione a forma e ordine, l’utilità di intonare le esigenze umane con quanto suggerito da regole naturali, da eleganza ed armonia, da proporzioni e composizione, sulla lezione di Leon Battista Alberti.
Se consideriamo la città come una sorta di cellula vitale, primigenia, si spiega il titolo del testo: il corpo (pianeta) si atrofizzerà, collassando su se stesso se non ci prendiamo cura dell’infinitesimo organismo (cellula/città) che lo compone. Consonni, da “specialista medico”, ne traccia la diagnosi, sollecita e propone una “terapia” che comprende, tra l’altro, la valorizzazione delle colture agricole e il ripudio di conflitti bellici, capaci solo di necrosi progressive.


Non si salva il pianeta se non siamo più in grado di contornarci e di preservare gli spazi pubblici,
unici baluardi di socialità, la “quintessenza della convivenza”, fatti di strade, edifici, piazze e monumenti, spazi che corroborano l’idea che noi, ancora oggi, siamo debitori di quella città là.
Cittadini e turisti che percorrono quelle che chiamiamo “città d’arte” dimenticano che involontariamente rendono omaggio a tutti quei pensatori e architetti, a quella mentalità, a quel modo di vivere.
Oggi il pensiero sulla città appare stanco, sopraffatto (come quello politico) dal tumulto dei cambiamenti epocali.
Figure come quella di Consonni danno un orientamento, direi una speranza.
Viene in mente la Yourcenar con le sue Memorie di Adriano: “Vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente”.

a cura di
Riccardo E. Grassi
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Unsplash, Riccardo E. Grassi, Giancarlo Consonni


