Gioele Sasha Staltari: la narrazione poetica del quotidiano.
a cura di Annamaria Cassani
Un dialogo con l’artista ligure, in mostra a Biella fino al 31 gennaio con la personale “Domani il sole sorgerà comunque”.
Conversare con Gioele Sasha Staltari -conosciuto nel settembre scorso in occasione della visita alla sua residenza d’artista presso il Castello di Frinco (AT) – è stato come attraversare una soglia ed entrare in una dimensione inaspettata. Mi sono sentita una sorta di Alice attempata che, varcata la porticina, scopre un mondo sorprendente, ma con una sostanziale differenza rispetto a quanto narrato nel romanzo di Lewis Carroll: il mondo di Staltari non è popolato da figure bizzarre e surreali, ma dalla meraviglia silenziosa degli oggetti quotidiani.
Nel suo racconto, la semplicità diventa una rivelazione. È lo sguardo dell’artista a rendere straordinario ciò che spesso passa inosservato, e in quella capacità di fermare l’attenzione sul quotidiano si radica la sua poetica.
Classe 2002, nato a Savona e cresciuto ad Albisola Superiore (SV), Gioele Sasha Staltari si appassiona al disegno e alla pittura sin da bambino, interesse che accresce con gli studi artistici liceali ed accademici (Accademia di Belle Arti di Brera ed Accademia Albertina di Torino).
Attualmente vive, lavora e studia a Torino


Annamaria Cassani
Gioele, nonostante la tua giovane età, il tuo percorso artistico sembra già delineare una traiettoria evolutiva ben riconoscibile. Inizi con la rappresentazione della figura umana, spesso colta in gesti quotidiani in ambienti domestici, fino ad arrivare, nel 2025, a una sua completa assenza: restano solo gli spazi e gli oggetti della quotidianità. Come possiamo leggere questa trasformazione? È errato pensare che la presenza umana sia comunque evocata, proprio attraverso quegli oggetti simbolici che, senza di essa, perderebbero ragione di esistere?
Gioele Sasha Staltari
È stata la trasformazione naturale di un processo iniziato già ai miei esordi in Accademia, quando la mia fascinazione per il corpo era totale: con il tempo questa attrazione è andata trasformandosi ed è emersa sempre di più la volontà di raccontare la quotidianità.
Dapprima mi sono soffermato sul corpo in rapporto agli oggetti e agli ambienti, ma da qualche tempo mi sono accorto che non solo questo gioco di relazioni non era più indispensabile ma spesso risultava persino di troppo, quasi forzato, almeno per come lo percepivo durante il processo creativo.
Ho capito che nel racconto del quotidiano, soprattutto quando si entra in una dimensione più intima, il corpo diventa superfluo perché i suoi gesti e le sue tracce si riflettono già negli oggetti e negli spazi vissuti, che finiscono per essere essi stessi espressione di quella presenza.
Per questo ho iniziato a ridurre progressivamente la rappresentazione di figure umane, pur senza escludere la possibilità di riprenderla in futuro, se ne sentissi la necessità.
In questo momento la mia ricerca privilegia testimonianze non legate all’immagine del corpo, e questa scelta si sta rivelando preziosa: mi permette di scoprire sfumature e dettagli che un tempo rimanevano, ai miei occhi, invisibili.

A.C.
Parlando di ambienti e oggetti della quotidianità mi viene subito da chiederti che rapporto hai con il design e l’interior design.
G.S.S.
Quando nel corso dei contatti preliminari mi avevi anticipato che ci sarebbe stata anche una domanda di questo tipo, devo confessare che la cosa mi ha fatto sorridere. Successivamente, però, ho riflettuto a lungo sull’argomento e sulla risposta che avrei dovuto dare.
In realtà non mi sono mai posto seriamente domande sul design, un ambito che è sempre rimasto ai margini dei miei interessi.
Sono sempre rimasto legato a ciò che percepisco nella sua semplicità, nella sua apparente banalità, nel suo essere già presente fisicamente, senza interrogarmi sulle motivazioni che hanno portato un oggetto ad una determinata forma o sulla storia che si cela dietro la sua produzione.
Il mio rapporto con il design, quindi, è legato unicamente alla sensazione immediata che la visione dell’oggetto o dello spazio mi restituisce.
Ho sempre avuto una forte attrazione per gli spazi che raccontano storie intense e autentiche, per gli ambienti arredati stile “case dei nonni” ed è proprio per questo ho sviluppato una certa estraneità verso ciò che appare eccessivamente moderno.


A.C.
La tua tavolozza è basata su una scala di grigi, sin quasi arrivare al nero, ed intervieni, con il colore per piccoli tocchi (il rosso in “Amore – il lato più buio”) oppure con campiture più estese (un giallo ocra in diverse altre opere). C’è un significato particolare che attribuisci a queste cromie?
G.S.S.
La scelta di usare una tavolozza basata sui grigi affonda le radici nel disegno a penna, che ho sempre praticato, e in una fascinazione per il bianco e nero delle fotografie d’epoca, immagini di famiglia che si ritrovano nelle case dei nonni, con le loro cromie intrise di memoria.
Quando questa sensibilità è passata nella pittura, ho sentito il bisogno di aggiungere al bianco e nero piccoli accenti cromatici, purché restassero coerenti con quel sapore di terra e di passato che volevo mantenere nel lavoro.
Alla scala dei grigi ho quindi aggiunto dapprima il caffè, letteralmente utilizzato come pigmento, e poi il rosso, introdotto come prova nell’opera che hai citato nella domanda e poi riproposto nei lavori scaturiti durante la residenza d’artista nel castello di Frinco per testimoniare il calore che ricevevo dall’ambiente in cui stavo operando.
Il giallo ocra cui fai riferimento deriva, invece, dall’utilizzo della carta paglia, quella di colore marroncino che si usa per assorbire l’olio dei fritti: sperimentata dapprima per le pagine di un diario d’artista ho poi lavorato moltissimo su questo supporto che compravo a rotoli.
Da quel giallo ocra della carta paglia è nata l’idea di passare alla tela grezza che mi consentiva di restituire la stessa atmosfera cromatica.
L’ esigenza di introdurre il colore è riemersa quando ho abbandonato la tela grezza per lavorare su lenzuola: mi mancava quel tono terroso tipico dei supporti precedenti e tornare a riutilizzare il caffè è diventata una soluzione naturale.
Se vogliamo attribuire un significato a questi colori – il rosso, il giallo, i marroni – credo che alla base ci sia una ricerca di calore: una sorta di abbraccio velato dentro al lavoro, a volte timido, altre volte più preponderante.

A.C.
Oltre alla tua attrazione per le immagini fotografiche in bianco e nero, ci sono altri significati che attribuisci a questi due colori nella tua pittura? Mi viene in mente, ad esempio, che il maestro Gianni Berengo Gardin, considerava la fotografia in bianco e nero lo strumento ideale per raccontare la società e i suoi cambiamenti, considerando il colore come un elemento di distrazione.
G.S.S.
Il bianco e il nero hanno per me un valore più concettuale. Come ho spiegato anche nei testi che accompagnano le opere esposte nella mostra a Biella, tra le due cromie si crea una narrazione tra memoria e speranza.
Il nero non ha mai rappresentato per me qualcosa di minaccioso: al contrario, è un colore che raccoglie, contiene e può perfino proteggere.
Ho sempre usato il bianco, invece, con parsimonia: lo considero simbolicamente come un punto da raggiungere, una soglia che definisce ciò che si trova dentro il nero e, allo stesso tempo, rappresenta una spinta ad andare oltre.

A.C.
In questo periodo con quali tecniche e supporti stai lavorando?
G.S.S.
Il mio lavoro artistico parte sempre dai disegni che realizzo sulle pagine di carta di quelli che poi diventano i miei diari: con l’utilizzo di semplici penne a biro traccio bozzetti che rappresentano la forma più immediata e coerente di rappresentazione della realtà.
Negli ultimi anni ho scelto di dipingere su lenzuola di cotone – quelle che si utilizzano comunemente per il letto – per riportare il quotidiano nei materiali stessi attraverso il recupero di supporti domestici.
Su questi intervengo con china e caffè liquido, carboncino, paste e colori a olio, fino ad arrivare all’argilla, che trasformo in barbottina [impasto di argilla e acqua, con una consistenza cremosa e liquida, n.d.r.] e stendo sulla superficie.
Nei lavori realizzati durante la residenza d’ artista dello scorso autunno ho introdotto pigmenti ottenuti dai mattoni frantumati del castello: volevo che l’architettura che in quel momento mi stava ospitando entrasse fisicamente nell’opera.
Parallelamente mi dedico alla sperimentazione di tecniche calcografiche, nelle quali sovrappongo incisione e pittura, e continuo a coltivare anche la pittura su ceramica.

A.C.
Perché utilizzi il caffè? Di primo acchito sembrerebbe insolito dato che un effetto simile penso che si possa ottenere anche con pigmenti per acquerello che magari danno garanzia di maggiore stabilità.
G.S.S.
Il caffè è per me un rito quotidiano: al mattino preparo una moka da quattro tazze, ne bevo la metà e mi piace pensare che ciò che resta di quella bevanda entri a far parte del mio lavoro.
Il caffè è risultato sufficientemente stabile – almeno, per ora! – ma sono consapevole della sua possibilità di mutare. Lo stesso vale per l’argilla: quando si asciuga diventa dura e, piegando o stirando il supporto, rivela la sua fragilità e la sua predisposizione al cambiamento.
Lo stesso vale anche per l’olio: scelgo consapevolmente di usare quello di semi, proprio perché so che ingiallirà.
Il mio lavoro racconta il quotidiano e i materiali che utilizzo possiedono una storia prima di me, vivono con me e continueranno a vivere dopo di me: io rappresento soltanto una fase intermedia,
un passaggio che lascia un’immagine sopra una matrice già esistente.
Se impedissi a quei materiali di trasformarsi, di piegarsi, di marcire o di assumere nuove velature, sarebbe come “imbalsamare” l’opera.
Al contrario, io voglio che il lenzuolo e la pittura restino vivi, capaci di invecchiare, di trasformarsi, di acquisire rughe e segni del tempo. Solo così l’opera può continuare a esistere oltre me, come un organismo che evolve autonomamente.


A.C.
“Tornare a casa”, “Pasta”, “Pomeriggio”, “Cari nonni”, “Memoria”, “Chiamate (distanze)”, “Cucina”, “Moka”, “Rifugio”, “Prima di cena” e “L’ombra del mattino” sono alcuni titoli di tuoi lavori che evocano immediatamente frammenti di vita vissuta. Leggendoli, è quasi inevitabile che ciascuno vi proietti la propria esperienza personale. Ti chiedo: cosa ti ha spinto a ribadire con il titolo un contenuto che, in molte delle tue opere, è già chiaramente riconoscibile? È una scelta di chiarezza oppure è una parte inscindibile dell’opera, che ne completa il senso e ne guida la lettura emotiva?
G.S.S.
La scelta dei titoli per me è sempre stata un processo complesso, ma al tempo stesso naturale: finiscono quasi spontaneamente per associarsi alla rappresentazione dell’opera. Credo che questo dipenda molto dal mio percorso, da come sono cresciuto, dal rapporto che ho avuto fin dall’inizio con il lavoro e con l’idea stessa di rappresentazione.
Ho sempre cercato una certa chiarezza nel mio lavoro, e il titolo è diventato uno strumento per restituirla, anche quando l’immagine tendeva a dissolversi.
In parte è un’eredità del mio vissuto personale: provengo da una famiglia estranea al mondo dell’arte e da amicizie che, per altri interessi e passioni, non hanno mai sentito il bisogno di avvicinarsi a questo universo.
Sono cresciuto in un contesto umile, dove si pensava alle cose concrete, alla terra, al raccolto, al tempo che faceva: per questo sento che anche il mio lavoro deve essere chiaro e diretto, proprio come ciò che mi ha formato.
I titoli delle opere, di conseguenza, diventano un modo per enfatizzare il contesto del dipinto, cercando di renderlo accessibile anche a chi non possiede le conoscenze per coglierne gli aspetti più tecnici.

A.C.
Durante la mia visita alla tua residenza d’artista al Castello di Frinco, sono rimasta colpita da un tuo quaderno — una sorta di libro d’artista, come mi hai raccontato — in cui appariva un testo fitto fitto, scritto a mano con caratteri minuti. Per me, quel segno grafico così denso e visivamente affascinante era già “opera” a prescindere dal contenuto. Che rapporto hai con la scrittura e come si intreccia con la tua pratica artistica?
G.S.S.
La scrittura rappresenta una dimensione intima ed è parte del mio lavoro: integra il dipinto, l’incisione o la ceramica con ciò che non può emergere solo dall’immagine.
Nel tempo è diventata uno strumento potente, una documentazione del vissuto che rischia di essere dimenticato e, contemporaneamente, uno sfogo che dà forma a ciò che altrimenti resterebbe in ombra.
Da questo processo nascono diari che oscillano tra narrazioni del quotidiano, anche nei suoi aspetti più banali, e riflessioni più profonde, arricchite da riferimenti alla poesia: Montale, Gozzano e altri autori, che ho imparato ad amare sin dal liceo, hanno alimentato questo interesse, rendendo la scrittura un terreno fertile e privato, da cui germoglia quasi tutta la mia pittura.
Io cerco sempre di comunicare in modo autentico, anche attraverso i social: credo che le parole possano restituire verità, in contrasto con l’“obbligo” diffuso — soprattutto nella mia generazione — di mostrarsi perfetti.
Attraverso la scrittura cerco di ricordare che siamo umani, fragili, e che proprio questa fragilità può diventare un valore da condividere.


A.C.
Nel secolo scorso artisti quali Picasso, Fontana, Mirò si sono dedicati alla ceramica in età artisticamente matura, quando avevano già raggiunto una fama internazionale, probabilmente accomunati dall’esigenza di espandere il proprio linguaggio visivo ed esplorare la tridimensionalità della materia. A 23 anni tu, invece, hai già sperimentato questo linguaggio. Essere nato vicino ad Albissola Marina, città famosa per i suoi laboratori di ceramica, ha fatto la differenza?
G.S.S.
In realtà non avevo sentito l’esigenza di cimentarmi con la tecnica ceramica fino alla mia prima mostra personale, nel gennaio del 2024, tenutasi presso il Circolo degli Artisti di Albissola Marina. È stato Antonio Licheri, il presidente dell’associazione culturale, a propormi, per onorare la tradizione della città, la realizzazione di qualche oggetto da esporre per l’occasione.
Ho accettato quasi per gioco, e da lì si è aperto un mondo.
Dopo aver dipinto il primo piatto, la ceramica è diventata parte fondamentale del mio lavoro.
È un mezzo che mi permette di unire la mia ricerca personale con una tradizione secolare, che ho imparato a conoscere con sempre maggiore profondità, dagli artisti più noti che hanno stretto un legame con la mia terra d’origine, quali Fontana, Jorn, Sassu, Baj …, ai maestri artigiani locali.
Avevo lasciato il luogo in cui ero cresciuto convinto che non potesse offrirmi il futuro che avrei voluto per me: solo dopo essermi trasferito a Milano mi sono accorto di quanta magia, in realtà, racchiudesse in sé.



A.C.
Realizzi anche i supporti ceramici su cui poi dipingi?
G.S.S.
Non mi considero un maestro e finora ho sempre affidato la creazione materiale di piatti, vasi e bottiglie a chi ha più esperienza di me. Collaboro con il laboratorio “Ceramiche Il Tondo” di Celle Ligure, dove lavorano Marcello e Andrea Manuzza. Sono artigiani straordinari, capaci di trasformare il gesto tecnico in una danza: ho grande rispetto per la loro firma, perché custodiscono una storia che sanno rinnovare e trasmettere.

A.C.
L’opera “Incubo: il Mostro” (2023), così come l’hai concepita, mi ha richiamato alla memoria l’episodio biblico citato nel libro di Daniele “Susanna e i vecchioni” che rappresenta una delle scene maggiormente riprodotte dagli artisti del XVI e XVII secolo. Il tema è drammaticamente attuale perché parla di molestie, abuso di potere, calunnia e giustizia, temi che risuonano profondamente nella società contemporanea. Che cosa ti ha spinto a darne una tua personale interpretazione? Qual è il contributo concreto che l’arte può offrire per contrastare questa piaga sociale?
G.S.S.
Ho realizzato quest’opera nel 2023, a seguito di un invito per una mostra collettiva dal titolo “Com’eri vestita ?” che faceva parte di un progetto itinerante, “What Were You Wearing?”, partito nove anni prima negli Stati Uniti, e curato, in questo caso, dall’associazione culturale Libere Sinergie che ha sede a Milano.
Purtroppo è stata una mostra che, secondo me, ha avuto meno risonanza di quanto avrebbe meritato: l’esposizione metteva in scena gli abiti realmente indossati da donne vittime di abusi al momento della violenza, accompagnati dalle loro storie, con l’obiettivo di smantellare il pregiudizio che attribuisce un legame tra aggressioni e abbigliamento delle vittime.
Nonostante la tematica si allontanasse dagli argomenti che normalmente tratto nelle mie opere (la semplice quotidianità) mi sono sentito in dovere di partecipare alla collettiva perché l’argomento era diventato – e lo è tuttora- di “drammatica quotidianità”, sia per il numero delle vittime sia per la risonanza che ha attraverso i giornali, dibattiti televisivi, scambi di opinioni in famiglia o tra amici.
Io credo che rispetto a questi temi anche gli artisti debbano assumersi la responsabilità di far sentire chiaramente la propria voce, di sensibilizzare, di dare forza a un messaggio che non può restare silenzioso.

A.C.
Vorrei parlare della tua opera “Dove la corazza riposa”. Si intuisce che si tratta di un appendiabiti, ma quale tipo di corazza hai voluto rappresentare?
G.S.S
“Dove la corazza riposa” nasce dall’idea di un luogo domestico in cui possiamo deporre l’armatura sociale — psicologica ed emotiva — che indossiamo ogni giorno per proteggerci dai giudizi e dalle pressioni esterne.
L’opera è ispirata a una persona a me molto cara, dal carattere delicato e sensibile, capace di grande amore e curiosità, ma segnata anche dalla paura di ferire o di essere ferita.
Osservando l’appendiabiti presente nella sua casa è nata in me una riflessione sul contrasto tra ciò che questa persona mostrava all’esterno — energia, entusiasmo, apertura — e ciò che accadeva una volta rientrata: tolta la giacca e la maschera sociale, emergevano insicurezze e fragilità.
È un gesto che appartiene a tutti noi, indipendentemente dall’età o dal genere: rientrare in uno spazio sicuro dove lasciare “riposare” la corazza, per poter esprimere liberamente ciò che ci pesa e ritrovare la forza di affrontare il giorno successivo.
A.C.
Quindi per te la corazza è una cosa di cui tutti noi necessariamente dobbiamo dotarci? È un qualcosa cui guardare con positività o negatività?
G.S.S.
Non credo possa esistere una risposta univoca a queste domande. Si può vedere la corazza come protezione necessaria, ma anche come ostacolo che si frappone all’espressione della propria autenticità. Tutti indossiamo maschere diverse a seconda dei contesti: assumiamo ruoli differenti, cambiamo atteggiamento, e la nostra identità diventa quasi un raccoglitore che contiene tutti gli sguardi esterni che ci definiscono. Nel mio caso, ciò che faccio mi impone spesso di mostrarmi nudo di fronte agli altri, come se la mia corazza non potesse essere che un velo semitrasparente. Forse è un bene, forse un male: credo che ciascuno debba scegliere come desidera mostrarsi.
A.C.
“Essere tra le cose” è il titolo della tua terza mostra personale tenutasi nella primavera scorsa a Finalborgo (SV) e curata da Gabriele Cordì. Io ho individuato almeno due chiavi di lettura: la prima descrive semplicemente una posizione fisica nello spazio (cioè l’essere immersi negli oggetti), la seconda individua una relazione con gli oggetti stessi. L’essere umano (ma non solo lui) non è mai puro o separato, ma sempre in dialogo con il mondo materiale: gli oggetti inanimati partecipano alla costruzione di chi siamo, perché portano tracce di noi, dei nostri gesti e anche delle nostre assenze quando non prestiamo loro cura. Quale significato hai voluto dare al titolo della tua mostra?
G.S.S.
Il titolo Essere tra le cose è stato scelto dal curatore Gabriele Cordì, con cui nel tempo ho costruito un rapporto di amicizia grazie alle collaborazioni.
Analizzando i lavori che intendevo esporre, ebbe l’intuizione di propormi questa formula che ho ritenuto calzare perfettamente con quello che volevo proporre: evocava l’immagine di un individuo circondato da oggetti e spazi che portano con sé la memoria di chi li ha vissuti e plasmati, e al tempo stesso esprimeva la volontà di essere parte integrante di quell’ambiente.
Essere tra le cose diventa così una via di mezzo tra le due chiavi di lettura che hai individuato: da un lato l’immersione in un contesto materiale, dall’altro l’essere noi stessi ambiente e oggetto.
Il curatore ha colto anche una dimensione filosofica, richiamando Heidegger ma io non amo i citazionismi nei titoli o nelle spiegazioni dei miei lavori, perché voglio che restino accessibili anche a chi non ha conoscenze specifiche. “Essere tra le cose” era il titolo perfetto per la mia mostra: semplice, diretto, ma capace di gettare uno sguardo sul legame tra ciò che vediamo intorno a noi e ciò che portiamo dentro.
È la semplicità della rappresentazione che mi affascina da sempre.

A.C.
Carlo Pizzichini — docente, artista e curatore della tua prima mostra personale “Comuni (im)mortali” del 2024 — ha seguito da vicino il tuo percorso accademico per tre anni. Ho letto che è stato per te un riferimento importante: in che modo ha influenzato la tua visione artistica?
G.S.S.
Carlo Pizzichini ha influenzato la mia visione “con amore e con fuoco”: artisticamente è stato per me -e lo è tuttora- un padre cui devo moltissimo, un cardine per il mio lavoro e per la mia crescita.
È una persona umile, semplice, dotata di una conoscenza sconfinata e di un’attenzione verso gli studenti che si incontra raramente.
Pizzichini ha la capacità di riconoscere il fuoco che ciascuno porta dentro. È stato il primo a sostenere il mio lavoro, a offrirmi spunti, consigli e critiche, sempre con l’intento di guidarmi verso una visione più consapevole.
La sua qualità più grande è quella di non imporre mai il proprio percorso: i suoi suggerimenti nascono dall’ascolto dello studente, non dalla volontà di condizionarlo.
Grazie a questa libertà ho potuto sviluppare una poetica personale, senza la pressione di dover seguire un modello.
Ancora oggi, nonostante il mio percorso all’Accademia di Brera si sia concluso, continuo a mantenere un legame con lui basato certamente su una reciproca, grande stima.

A.C.
In un post sul tuo profilo Instagram scrivi a proposito della residenza d’artista vissuta nell’autunno scorso presso il castello di Frinco, in occasione di Germinale Monferrato Art Fest 2025: “Non ci sono parole che riesca a scrivere senza avere gli occhi lucidi. Non ci sono parole per descrivere alla perfezione tutto ciò che è stata, per me, questa esperienza”. A distanza di qualche mese, riesci a trovare adesso le parole per descrivere ciò che quell’esperienza è stata per te?
G.S.S.
Quell’ esperienza ha rappresentato per me una salvezza.


A.C.
Salvezza è una parola che pesa, Gioele.
G.S.S.
Ne sono consapevole, ma non esiste definizione più adatta a ciò che quella residenza d’artista ha rappresentato per me. Ricordo bene lo stato emotivo che mi accompagnava quando mi sono insediato nel Castello di Frinco: l’anno trascorso era stato durissimo sul piano personale e ne portavo ancora le conseguenze.
Eppure l’amore, l’affetto e l’attenzione ricevuti dalle persone del luogo, dagli altri artisti in residenza, dal personale comunale e da chi lavorava al progetto Germinale mi hanno letteralmente salvato: venivano a farci visita, a raccontarci storie, ci guardavano come se fossimo prìncipi chiamati a ridare vita a un castello rimasto chiuso per oltre cinquant’anni.
Ho vissuto questa esperienza come un dono: mi ha permesso di guardare le cose da una prospettiva diversa, di amare il luogo e le persone, di riconoscere la bellezza della semplicità e di un amore che si offre senza chiedere nulla in cambio.
A Frinco e al progetto Germinale sarò sempre debitore: lì ho ritrovato me stesso, raggiungendo un nuovo equilibrio e una nuova consapevolezza, non solo del mio lavoro ma anche della mia persona.
Era ciò di cui avevo più bisogno, dopo un periodo difficile in cui avevo scoperto lati di me che non mi piacevano e sentimenti che non pensavo potessero arrivare con tanta forza: dalla delusione all’insicurezza, fino a forme di amore talvolta tossiche.
Al Castello, invece, ogni sguardo che incrociavo era brillante e sincero.
Dentro quelle mura ho trovato una salvezza che ho cercato di trasporre nel rispetto del luogo, nella cura e nella volontà di tramandarlo attraverso il mio lavoro.


A.C.
La tua ultima mostra personale, visitabile fino al 31 gennaio presso la galleria BI-BOx Art Space di Biella, porta un titolo molto evocativo: Domani il sole sorgerà comunque. Quale significato racchiude questa frase? È un messaggio di speranza o piuttosto un invito a non affannarci, ricordandoci che la nostra vita — con i suoi piccoli e grandi drammi personali — è solo un frammento se paragonata all’immensità dell’universo, che continua il suo corso senza apparente cura per noi?
G.S.S.
L’idea della mostra nasce dall’ incontro con Irene Finiguerra – storica dell’arte, curatrice e direttrice della galleria BI-BOx Art Space di Biella – avvenuto nel corso della mia residenza d’artista presso il castello di Frinco.
La frase “Domani il sole sorgerà comunque” era diventata per me un vero e proprio mantra durante quell’esperienza, che ha rappresentato non solo la chiusura simbolica di un anno complesso, come ho già raccontato, ma che, nel suo progredire, ha portato con sé anche l’accettazione della mia fragilità come essere umano e un’inaspettata capacità di lasciare andare preoccupazioni e sentimenti negativi, imparando a condividerli.
Mi ero reso conto che stavo affondando perché avevo i paraocchi che non mi permettevano di vedere che intorno a me c’erano persone e cose pronte a sostenermi.
La mostra è diventata, così, un augurio di speranza per ciò che verrà:
guardando dalla prospettiva giusta, ogni nuovo giorno porta con sé meno oscurità di quanto si possa temere.
Ho avuto la fortuna di incontrare Irene Finiguerra, che ha creduto in questa visione e mi ha offerto l’opportunità di presentare la mostra in un bellissimo spazio.
A.C.
Se oltre alla mostra anche lo spazio espositivo è bellissimo, allora coglieremo l’occasione entro la fine di gennaio per farvi visita. Grazie Gioele!
G.S.S.
Grazie a voi!


a cura di
Annamaria Cassani
ospite
Gioele Sasha Staltari
immagini
courtesy Gioele Sasha Staltari – Annamaria Cassani
s f o g l i a l a g a l l e r i a


