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Dialoghi,  Architettura,  Design

Dainelli Studio: al di là delle mode

Una grande passione per le tracce del passato ed un “religioso” rispetto per i segni lasciati dal tempo: sono la base dei progetti di Marzia e Leonardo Dainelli.

 

La prima impressione è davvero quella che conta? Dainelli Studio portrait Ph Alberto Strada 02Non è esagerato sostenere che, in questo caso, sì!
Avevamo   avuto   la  sensazione,   già  al  tempo  del   nostro  primo incontro,  che

Marzia e Leonardo Dainelli fossero due persone di raffinata semplicità e sincera accoglienza, ancor prima che stimati protagonisti nel settore dell’interior e del product design.
L’opportunità di conoscerli ci era stata offerta nel settembre scorso, in occasione di un press day presso la sede milanese di Dainelli Studio e durante il quale è stata presentata la collezione Monoscopio, realizzata in collaborazione con Ceramiche Bardelli. “Galeotto” fu proprio quell’evento: ci si era salutati con la promessa di ritrovarci in Studio per una chiacchierata sugli aspetti del loro lavoro, complice un buon caffè.

In questo momento particolare, nel pieno dell’ennesima ondata pandemica, il fatto che la conversazione con Marzia sia avvenuta intorno alle festività natalizie e che ci fronteggiassimo online non ha tolto nulla alla freschezza del suo intervento e alla profondità degli argomenti. La lontananza fisica non le ha impedito di dedicarci novanta minuti di discussione appassionata sui vari temi che le abbiamo sottoposto e di rispondere con naturalezza anche alle domande più personali e simpaticamente “insidiose”.
Alla fine dell’incontro la sensazione è stata quella di aver fatto un viaggio, sullo stile di quelli che appaiono in taluni format televisivi in cui alcuni personaggi famosi vengono intervistati durante un percorso in automobile, dal quale è emersa, chiaramente palpabile, tutta la passione dell’architetto Marzia Dainelli per la sua professione (e non solo).
Congedandoci, ci siamo salutati con una rinnovata, reciproca promessa di consumare quel caffè insieme … da loro.

Annamaria Cassani
Com’è nata l’idea della miniserie televisiva dal titolo We love design  andata in onda sulla piattaforma Mediaset Infinity durate la “Design week” del settembre scorso, che vi ha visto protagonisti nella presentazione di cinque vostri progetti di interni milanesi?

Marzia Dainelli
Nicola Santini, conduttore della miniserie, conosciuto in seguito ad una consulenza per la sua abitazione, ci aveva proposto di partecipare ad un casting: Mediaset voleva realizzare una miniserie basata su progetti di interior design.
Il richiamo alla memoria di format televisivi simili ci aveva fatto preoccupare, e non poco: non volevamo che potesse esserci attribuita una etichetta “pop” che non ci apparteneva nel modo più assoluto. È solo dopo molte riflessioni che abbiamo deciso di sostenere i colloqui con la Produzione.
Il risultato di questi temuti colloqui  -non nascondo che non ho dormito nelle notti precedenti gli incontri – è stata l’approvazione della nostra candidatura per le riprese della miniserie, con una rassicurazione in merito ai contenuti del progetto televisivo: nessun “prima” e “dopo”, nessuna messa in scena riguardo alle scelte di piastrelle, stoffe, colori e quant’altro, ma il semplice, spontaneo racconto che avrebbe visto come protagoniste cinque nostre realizzazioni – tra cui la nostra stessa abitazione milanese- proprietari compresi.
Confermateci tutte le garanzie richieste abbiamo iniziato le riprese delle puntate, ognuna della durata di una quindicina di minuti, con un risultato ad alto contenuto di verità.
Le case appaiono così come realmente sono, sicuramente più ordinate rispetto alla quotidianità ma solo per esigenze cinematografiche, e del tutto prive di “product placement”: i nostri stessi Clienti si sono prestati, con estrema naturalezza, ad intervenire nella narrazione senza alcun copione predefinito.
Siamo stati molto soddisfatti dell’esperienza e anche degli ascolti, triplicati rispetto alle previsioni iniziali della Produzione, e poi felici di aver ricevuto commenti positivi da parte di Colleghi che ci hanno considerato un po’ degli “apripista” rispetto ad una modalità di comunicazione che potrebbe far parte del futuro dei professionisti di questo settore.

A.C.
Cito testualmente un pensiero di Norman Foster riportato qualche tempo fa in un articolo on line sul sito de La Stampa «È importante trovare un equilibrio tra vecchio e nuovo. La vera sfida del rinnovamento è continuare la tradizione storica del cambiamento, ma con una sensibilità per lo spirito del passato».
Non vi sembra che possa calzare perfettamente col vostro approccio ai progetti di interior?

M.D.
Sì, mi trovate completamente d’accordo: a noi piace “ricucire”.
Là dove sia possibile ci piace conservare le tracce del passato, anzi, evidenziarle.
Rifuggiamo dal “fake”, dal ricostruito ad immagine e somiglianza dell’originario: la traccia a terra di un tavolato che è stato spostato viene, ad esempio, evidenziata attraverso una lastra di ottone, testimone preziosa di un passato degno di essere ricordato; una colatina di cemento ricompone la pavimentazione là dove sono venuti  a mancare dei pezzi di cementine originarie, ovviamente non più rintracciabili nella produzione attuale; sul parquet si interviene solo con una ripulita perché amiamo sentire lo scricchiolio del tempo mentre si cammina.
Tutto questo ci appaga ed è quello che abbiamo fatto per la nostra abitazione milanese della quale abbiamo conservato anche le porte interne originarie, con tanto di serrature non più funzionanti che non intendevamo sostituire: il “simile” non sarebbe stato “vero”.
Ogni casa ha le sue peculiarità e queste devono essere portate all’attenzione prima dell’inizio del processo di trasformazione che porterà ogni ambiente ad adattarsi alle nuove esigenze abitative. Quando vedo che alcune abitazioni già storicizzate vengono completamente svuotate e ripulite da qualsiasi traccia originaria, non posso fare a meno di chiedermi perché i proprietari non abbiano scelto una casa collocata in una delle tante nuove torri di appartamenti

A.C.
All’interno della già citata miniserie “We love design” ad un certo punto Leonardo accenna ad un “Dainelli mood”, una sorta di stile riconoscibile che si percepisce chiaramente sia attraverso le vostre parole, là dove vi è stato chiesto di dare dei consigli di arredo, sia attraverso la visione degli interni proposti.
Regole compositive, approcci collaudati e codificati rappresentano sicuramente validi strumenti da applicare per ottenere risultati di qualità, ma vi chiedo: non si corre il rischio, a lungo andare, di soffocare la componente più istintiva di approccio alla progettazione? La “scatola” dai colori neutri che uniforma pareti, soffitti, cornici, porte e rosoni e, all’interno della quale fate spiccare per contrasto i protagonisti dei vostri interni (mobili e complementi), rappresenta un approccio stilistico/procedurale sempre proponibile?

M.D.
Non posso che rispondervi in un unico modo, che chiarisce subito il nostro approccio e sgombra il campo da altre interpretazioni: noi non siamo avvezzi alle “mode” e puntiamo su progetti “timeless” per creare ambienti in cui non sia riconoscibile il decennio in cui sono stati realizzati -e che pertanto vengono consegnati ad una “continua contemporaneità”- e per i quali  si possa sentire l’esigenza di cambiamento unicamente per alcuni dettagli derivanti dalla personalità o dai vezzi dei proprietari.
Il nostro riferimento è la casa borghese, intesa nelle sue qualità “esportabili” di misurata eleganza e raffinatezza, qualità che noi ricerchiamo con tenace ostinazione nella “semplicità”, fuggendo da qualsiasi tentazione di calare negli ambienti elementi “modaioli”.
Quando inizio un nuovo lavoro dico sempre ai miei Clienti che dovranno considerare il nostro rapporto come un  “fidanzamento a termine” (anche se poi mantengo nel tempo contatti  che facilmente si trasformano in amicizia e che  vanno ben oltre la chiusura dei lavori) perché ci si sentirà spesso, si condivideranno esigenze, pareri, impressioni, scelte e perché si sentiranno anche dire dei decisi e dovuti “no” in virtù del fatto che mi hanno scelto non sicuramente per il vestito che porto ma piuttosto per il mio stile.
Uno stile che tuttavia non diventa mai prevaricatore e uniformante ma che si esprime nel mantenimento di alcuni codici, perché conferire personalità ad un ambiente è di fondamentale importanza, pensando soprattutto al fatto che dovrà essere goduto a lungo e con piacevolezza da chi vi abita.

A.C.
Nella medesima intervista citata poco sopra viene riportata in modo estremamente conciso l’affermazione di Norman Foster “Non conta la quantità, ma la qualità dello spazio” (l’argomento riguardava l’esiguità di spazio che hanno a disposizione le persone in Giappone). Penso che meriti di essere commentata più approfonditamente per almeno due motivi: in primo luogo la recente pandemia ha evidenziato drammaticamente i limiti posti da spazi ristretti in caso di compresenza di tutti i componenti familiari e in secondo luogo mi sembra più corretto pensare che tra le componenti della qualità di una residenza la “quantità di spazio a disposizione” sia di fondamentale importanza a prescindere dalla funzionalità degli arredi e l’ottimizzazione degli spazi.
Qual è la vostra opinione e la vostra esperienza in merito?

M.D.
Per quella che è la mia natura se dovessi essere posta di fronte ad una drastica scelta opterei per una soluzione con meno spazio ma collocato “al posto giusto”, cioè in una location interessante.
Tuttavia non si può negare che, a prescindere da qualsiasi progetto, la quantità di spazio che si può avere a disposizione rappresenti di per sé “qualità” di vita ed è inevitabilmente più appagante anche per il progettista che si può permettere qualche soddisfazione creativa in più, chiamiamole pure “licenze poetiche”.
In uno spazio ristretto è giocoforza che l’attenzione agli aspetti funzionali debba diventare quasi maniacale (e io in questo mi ritengo un’esperta) e ad essi talvolta si deve sacrificare quell’estetica cui invece non vorremmo rinunciare.
Senza ombra di dubbio si può affermare che la “quantità” di spazio, di per sé, aggiunge godibilità e semplifica la vita.

A.C.
Mi sono recentemente imbattuta in un commento sul web in cui si affermava che, in caso di ristrutturazione, non essendo di fatto l’architetto ad eseguire manualmente i lavori, maggiore attenzione doveva essere posta nella ricerca di una valida impresa edile e di varie figure professionali esecutrici. Al di là che mi sembra ovvio che uno dei pre-requisiti sia quello che ciascuno sappia far bene il proprio lavoro, ritengo che la figura dell’architetto sia di fondamentale importanza non solo nella fase più creativa di elaborazione dell’idea ma anche e soprattutto nella fase realizzativa che dovrà essere gestita in modo tale da non lasciare ambiguità o spazi a libere interpretazioni da parte degli esecutori.
Come vi rapportate nei confronti delle maestranze professionali esecutrici dei vostri progetti?  Come impostate il rapporto con loro?

M.D.
Innanzitutto anche qui a Milano, città in cui siamo presenti da tre anni, abbiamo cercato di costruire una “squadra” di fidati professionisti dei quali ci sentiamo di fornire tutte le garanzie di qualità ai Clienti.
Là dove, per varie ragioni, non sia possibile proporre in toto il nostro team allora cerco immediatamente, all’inizio dei lavori, di trasmettere alle nuove maestranze non solo l’essenza del progetto ma soprattutto i punti di criticità e le soluzioni da adottare, assicurandomi che tutto venga ben assimilato per evitare sorprese finali.
A volte questo lavoro diventa veramente faticoso e capita di restare in cantiere più tempo del previsto proprio per erronee interpretazioni da parte degli esecutori dei lavori.
Quello su cui invece non transigo è il lavoro di falegnameria che abbiamo affidato a due professionisti che realizzano i nostri progetti di arredo in totale sintonia con noi e che sono pertanto in grado di interpretare perfettamente le nostre esigenze.
Posso chiudere un occhio se una muratura non ha una finitura perfetta, magari proprio perché là il progetto prevede una boiserie, ma i mobili devono essere realizzati a regola d’arte: non sono possibili compromessi!
Per me la forza proviene sempre dal team di lavoro.
Mi piace paragonare la realizzazione di un progetto all’esecuzione di un’opera sinfonica: serve il direttore d’orchestra e servono contemporaneamente tutti gli strumentisti perché l’uno, seppur di eccelsa bravura, senza gli altri – e viceversa- non potrebbe realizzare nulla.

A.C.
Approfondiamo il discorso sul Direttore d’Orchestra?

M.D.
Continuo con il paragone dell’esecuzione di un concerto: anche i più virtuosi strumentisti senza il coordinamento di un direttore darebbero un risultato presumibilmente poco apprezzabile.
Ecco perché sono necessari gli architetti, gli arredatori, gli interior designers: al di là dei gusti personali, una realizzazione che scaturisca da un progetto redatto da un professionista ha tutto un altro sapore, trasmette emozioni, insomma, fa percepire che alla base c’è un pensiero ed un disegno preciso.
Vi voglio fare un esempio. Ho assistito recentemente alla serie Tv “Vita da Carlo” che vede protagonista l’attore Carlo Verdone in una fiction a sfondo autobiografico. Se avrete occasione di vederla, prestate attenzione alla casa che fa da sfondo alle vicende narrate: chi l’ha pensata è riuscito a trasmettere tutto il sapore delle case borghesi romane ed io l’ho trovata semplicemente meravigliosa, a tal punto che, a mio avviso, la serie sarebbe stata compromessa se non avesse avuto come scenario proprio quell’ambiente.

A.C.
Nel catalogo Sirecom azienda all’avanguardia nella produzione di tappeti d’arredo per la quale avete progettato 12 collezioni, si legge: “In musica, si definisce “tappeto” l’intervento degli strumenti che fanno da sottofondo e armonizzano splendidamente voci e strumenti solisti. In arredamento vale lo stesso. Da un lato, gli acuti e i fraseggi di mobili e soprammobili…i solisti. Sotto, in magica armonia, il “tappeto”, cioè il tappeto vero e proprio”.
Tuttavia, analizzando alcune vostre collezioni (Prospettive, Face, Composizioni e Stardust) non sento di sbagliare se affermo che, proprio per l’evidente e preciso studio grafico/artistico che c’è alla base, l’oggetto tappeto diventa protagonista tanto quanto mobili e complementi, peraltro godibile anche su pareti a guisa di arazzi. Approfondiamo?

M.D.
Le nostre collezioni per Sirecom, una realtà a conduzione familiare di cui da anni siamo anche Art Director, nascono dall’esigenza di caratterizzare e diversificare maggiormente i loro prodotti che meriterebbero una migliore “visibilità” proprio per la cura e la filosofia che ne connota la produzione e che nulla ha da invidiare alle più note aziende del settore.
Per questo tutta la nostra grafica ha puntato a trasmettere un’identità forte, sia come disegno che come cromie anche se, com’è nel nostro stile, ci siamo preoccupati di integrare tonalità neutre, meno influenzate di “protagonismo” e di effetti modaioli, affinché i prodotti siano adattabili ai diversi ambienti.
In questo senso, la prossima collezione prevede tre nuovi tappeti, di cui uno tondo, con suggestioni zen. E poi, abbiamo una gran voglia di progettare anche una collezione per l’outdoor.

A.C.
Sempre sul catalogo Sirecom si legge che Dainelli Studio condivide con l’azienda “La passione per l’architettura, per il “good design”, l’ammirazione per i grandi maestri del passato…”. Al di là di aver rappresentato un movimento nato circa 80 anni fa dalle riflessioni del Bauhaus, con che cosa identificate oggi il concetto di “good design”?

M.D.
È difficile da spiegare con le parole perché si tratta di quell’insieme di sensazioni e suggestioni, non così razionalizzabili, che si provano nel vedere un oggetto.
Il “good design” lo si percepisce immediatamente e sembra connaturato con l’oggetto stesso. E che può apparire non per forza confortevole, “facile”, maneggevole. Che però senti già tuo, che ti fa star bene perché, ad esempio, possiede delle forme che trasmettono appagamento.
Mi vengono in mente a tal proposito alcune produzioni degli anni ’90 di Philippe Starck, magari non sempre “comode” da utilizzare ma che hanno avuto il pregio di trasmettere un importante messaggio: la possibilità di sperimentare ancora, la possibilità di andare oltre.
Ed andare oltre significa curiosità, ricerca, selezione.
Ecco, tutto questo, per me, fa parte del “good design”.

A.C.
Marzia, nel descrivere il progetto di interior nella prima puntata della miniserie già citata dici “abbiamo anche voluto inserire dei faretti per creare delle zone di luce ma anche delle zone di ombra”. Personalmente trovo che in poche parole si sia sintetizzato il valore aggiunto che l’illuminazione artificiale dovrebbe avere: creare un’atmosfera, che non può essere affidata solo a soluzioni “modaiole” che hanno imperversato negli ultimi anni (quali le strip led, lame di luce nel cartongesso, ecc.) e che annullano completamente il concetto di corpo illuminante portatore anche di valori estetici in sé.
Nella vostra produzione di lampade (Tri.Be.Ca., Velasca) oltretutto, si aggiungono ulteriori aspetti funzionale ai corpi illuminanti. Ne parliamo?

M.D.
È indubbio che la tecnologia ci venga in aiuto nella vita quotidiana, ma il punto è sempre lo stesso in tutti i settori: la differenza sta nell’uso che se ne fa.
A mio avviso siamo ancora nel boom delle strisce led e io le utilizzo in modo tale che la luce emessa possa essere percepita in modo indiretto, cioè “di ritorno”, dopo aver rimbalzato sulle pareti.
Come Studio investiamo parecchio tempo nel progetto dell’illuminazione artificiale che riteniamo di fondamentale importanza per un’abitazione, proprio perché la maggior godibilità degli ambienti casalinghi avviene nelle ore serali e anche perché, a nostro avviso, è importante che il risultato finale sia la creazione di un’atmosfera che vada al di là di un diligente calcolo illuminotecnico.
L’idea sottesa a Tri.Be.Ca. e Velasca è quella di conferire all’oggetto lampada una maggiore personalità attraverso l’attribuzione di una caratteristica che solitamente non gli appartiene: un utilizzo che vada oltre il semplice gesto dell’accendere e spegnere. Nei due casi specifici abbiamo aggiunto la funzione di appoggio e di contenimento, con il risultato di farle diventare dei veri e propri oggetti “casalinghi”.
Alla base della Tri.Be.Ca. c’è un racconto familiare molto bello che vede Leonardo protagonista nel disegnare una lampada per illuminare le notti della nostra primogenita, che sarebbe nata da lì a poco, ma che diventasse anche un appoggio per quegli oggetti a lei di conforto. Ricordo Leonardo impegnato in prima persona nella realizzazione del prototipo ed io che, al suo fianco, lo aiutavo nel tenere uniti gli elementi in ferro da saldare.
La lampada è stata poi industrializzata e sono state aggiunte anche delle prese USB per renderla contemporanea.

A.C.
L’immagine che restituiscono i vostri imbottiti è quella di elementi “massicci”, di forte spessore, che trasmettono una sensazione di solidità ma al contempo di leggerezza perché sembrano staccarsi da terra e non gravare sul pavimento. È una mia impressione o sono stati concepiti con questo intento?

M.D.
Rispondo con facilità a questa domanda anche se i prodotti di industrial design derivano dalla progettazione di Leonardo.
Lui ha un’attenzione particolare verso tutto quello che è “a terra” e che, solitamente, tende ad essere trascurato.
Piedini, gambe, basi e, in generale, tutta la parte bassa dei mobili rappresentano elementi a cui Leonardo, per vocazione naturale, vuole conferire “forza” curandoli quasi maniacalmente attraverso l’utilizzo di materiali preziosi o forme “ardite”, come nel caso dei braccioli del divano Elissa in cui la rastremazione dei braccioli è stata portata all’estremo.

A.C.
L’analisi della recente collezione “Monoscopio” di rivestimenti in gres porcellanato realizzati per Ceramiche Bardelli mi ha richiamato alle mente le celeberrime maioliche a motivo geometrico di Gio Ponti. Quanto del tuo amore, Marzia, per il grande Maestro milanese è emerso in questa collezione?

M.D.
Sicuramente emerge un omaggio a Gio Ponti, e questo non può che farmi piacere data l’ammirazione che ho per lui, ma, tengo a precisare, non per scelta iniziale: la collezione è nata dal pensiero di dare una caratterizzazione al progetto low budget per ARIA HUB; solo in un secondo momento è scaturita l’opportunità di industrializzazione con Ceramiche Bardelli.
La collezione si basa di fatto su tre disegni che collaborano tra loro: la doga verticale, la graniglia e il pattern. È proprio dalla combinazione di questi tre elementi con personalità e identità diverse che, a nostro avviso, la collezione dà il meglio di sé: presi singolarmente saremmo indotti a un déjà vu, ma insieme sprigionano una forza inedita. Questo concetto del lavorare insieme per dare forza è una cosa cui teniamo molto qui in Studio.

A.C.
Approfondiamo la tua ultima affermazione?

M.D.
Prima di decidere di chiamarci Dainelli Studio abbiamo riflettuto molto sul significato che potesse avere per noi proprio la parola “studio”: un insieme di persone dalle caratteristiche e competenze diversificate che, attraverso il confronto e la collaborazione, contribuiscono alla realizzazione di progetti che partono dall’interno di uno spazio fisico condiviso e che diventa, pertanto, una fucina di idee.
Leonardo ed io scegliamo le persone cui affidare lo sviluppo dei nostri progetti all’interno del nostro Team in base alle loro inclinazioni perché tutto questo poi, a conti fatti, lo si percepisce: ci si deve innamorare dei progetti per poterli sviluppare al meglio!
Le qualità dei nostri Collaboratori portano valore aggiunto anche a noi stessi: non crediamo nella personalità singola.

A.C.
Una domanda più personale, Marzia. In un mondo in cui l’affermazione individuale avviene anche attraverso l’uso del proprio cognome come elemento identificativo, ho constatato che ad un certo punto hai rinunciato all’utilizzo del tuo cognome, Fortuzzi, a favore di quello di tuo marito. Cosa c’è alla base di questa scelta?

M.D.
Una decina di anni fa ci siamo rivolti ad un consulente di marketing, di cui voglio onorare il ricordo parlando dei consigli preziosi che ci ha dato. I nostri nomi e cognomi per esteso, che volevano identificare il nostro lavoro congiunto e obbligatoriamente da adottare per la firma dei progetti, di fatto se affiancati “suonavano” male, soprattutto il mio, colmo di zeta durissime quando pronunciate.
Dainelli è risultato essere un cognome foneticamente più aperto ed interessante. Associato alla parola “Studio”, proprio per quel significato che poco fa gli ho attribuito, è risultato per noi perfetto: io non me ne sono mai pentita, né mi sono mai sentita sminuita, anche perché per tutti i nostri interlocutori io sono, prima di tutto, “Marzia”.

A.C.
Un’altra domanda personale: sul vostro sito web c’è una foto che vi ritrae seduti sul divano Elissa. Dai vostri visi, che si fronteggiano di tre quarti, traspaiono sguardi che lasciano immaginare una discussione appena conclusasi. A parte l’esistenza o meno di questo possibile e simpatico retroscena, quanto aiuta o limita sul vostro lavoro il fatto di essere compagni anche nella vita?

M.D.
Avete visto giusto! Poco prima di quello scatto erano volate cuscinate, non ricordo più per quale motivo.
Certo, lavorare insieme aumenta le occasioni di conflitto, soprattutto per due come noi che, come carattere potremmo essere paragonati a dei “mitragliatori”. Tuttavia, per indole, abbiamo anche il grande pregio di non serbare rancore: se così non fosse, condividendo come marito e moglie anche la vita privata, la situazione sarebbe davvero ingestibile.
Proveniamo entrambi da famiglie in cui i rispettivi genitori hanno lavorato insieme per più di un trentennio e ci è sembrato naturale unire le nostre forze anche nell’attività professionale.
Con tutta sincerità voglio dirvi che io non riesco ad immaginare la mia professione senza Leonardo, non riesco ad immaginare di non poter parlare con lui del lavoro che svolgiamo e che rappresenta anche la nostra passione e il nostro divertimento.
È dalle nostre discussioni che nascono, sulla base di visioni personali diverse, le migliori soluzioni per i nostri progetti, sia di interni che di industrial design. Io non potrei mai partire da un foglio bianco e disegnarvi una sedia, come fa Leonardo, ma posso consigliarlo sulla necessità di inserire nel catalogo di un’azienda questo o quel prodotto che risulta a mio avviso mancante. Viceversa Leonardo mi suggerisce preziosi consigli di dettaglio per i progetti di interior che sono soprattutto a mia cura.
L’idea di essere “DUE” mi rafforza, ci sentiamo più forti entrambi: non concepirei che Leonardo potesse svolgere il medesimo lavoro lontano da me.


s f o g l i a l a g a l l e r i a

a cura di 
Annamaria Cassani

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