Design

Il design è un’attitudine?

a cura di Riccardo E. Grassi

Alice Rawsthorn esplora questo tema nelle pagine del suo ultimo libro. La recensione.

Molti scrittori rimangono affascinati e appesi all’immagine di una persona o di una situazione che hanno visto per un attimo, riuscendo successivamente ad astrarre l’episodio al punto da attribuirgli una sorta di universalità così che la persona, o la situazione, rappresenti qualcosa anche per ognuno di noi, lettori, pur diversi gli uni dagli altri.

La scrittrice americana Carson McCullers chiamava illuminazioni gli spasmi premonitori di un qualcosa che non conosci ancora ma che preme ai confini della tua coscienza. È quanto m’è tornato alla mente, per stretta analogia, leggendo l’affermazione del designer Laszlo Moholy-Nagy quando sostiene che l’idea del design e la professione del designer devono essere trasformate, per diventare non una funzione specialistica bensì un’attitudine universalmente valida all’intraprendenza e alla creatività …”.

Ecco, l’attitudine, appunto: una disposizione innata o acquisita che rende possibile o facilita lo svolgimento di particolari forme di attività (Treccani, Vocabolario). Quindi il designer non pare dover essere una professione ma una dote naturale, congenita, che si allinea alla considerazione successiva, secondo cui occorre liberare la progettazione dai vincoli del ruolo professionale che aveva ricoperto fin dai tempi della Rivoluzione industriale, ridefinendola come un mezzo di improvvisazione aperto a tutti e basato su istinto, creatività e intraprendenza” (p.10): l’affermazione è di Alice Rawsthorn (“Il design come attitudine” – Johan&Levi Editore), autrice di questa raccolta di conversazioni, non lo chiamerei saggio, che si muovono sul tracciato che, a parer suo, dovrebbe intraprendere il design.

E qui sorge la prima domanda: basteranno istinto, creatività, intraprendenza o l’improvvisazione? Un’azienda che realizza oggetti di design può impostare la sua attività su tali presupposti? Ad uno scrittore sarà sufficiente possedere l’attitudine, quell’illuminazione, o avrà bisogno d’un editore che accetti le sfide del mercato, pubblicando le sue pagine? Il caso “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa significherà qualcosa?

Le sollecitazioni di Moholy-Nagy sono tanto curiose, nel senso migliore del termine, quanto interessanti e m’hanno indotto a pensare all’atto creativo (attitudine) che accomuna lo scrittore al designer, o al musicista, o ad un artista in genere: personaggi “particolari”, verrebbe da dire, percorsi da illuminazioni in grado di farci riflettere sulla possibilità che possa esistere anche “un altro modo” di fare e di pensare rispetto a quanto abbiamo visto finora e quindi regalarci opere di cui disporre, poterne fruire o, perché no, voler acquistare.


Anche se, a parer suo e dell’Autrice, tutto ciò dovrebbe essere scevro da scopi commerciali.


Al di là di tutto questo, di cui parleremo, verrebbe da sottolineare innanzitutto il valore della traduzione di Mariella Milan: straordinaria. Il testo originale indulge più sulla coté narrativa che altro, con numerose incursioni schierate politicamente: la capacità della Milan è di restituirci il sapore di tutte queste sfumature, dei neologismi e del linguaggio che rende le pagine davvero gustose a leggersi nella nostra lingua.

Il testo si struttura in tredici capitoli dai titoli coinvolgenti, con un’ultima parte che espone un nutrito regesto di “Designer e progetti di design” dei quali, per confessata mia ignoranza, la stragrande maggioranza non conoscevo (e non nascondo che fatico a posizionare nell’ambito della disciplina del design): Bilikiss Adebivi-Abiola, Gunta Stolzl, Sehat Kahani, Gertrud Arndt, Irma Boom, Roberto Burle Marx, Hilary Cottam, Christopher Dresser, Soetsu Yanagi, Potters for Peace, Hans Monderman, The Ocean Cleanup, Frank Pick e altri.

Peraltro, curiosando sul web, si scopre che molti progetti/azioni citati sono nel frattempo conclusi o rimasti malauguratamente senz’esito.  Alice Rawsthorn è un’acclamata critica del design con qualche pubblicazione sul tema e una rubrica settimanale per il New York Times.

Questo libro raccoglie i testi compresi nell’edizione del 2018 (mai apparsa in Italia) ma oggi ripresi, ampliati, aggiornati che propongono un’idea di design che sconfina (direi disinvoltamente) nell’arte come nella moda, nelle performances e nell’interdisciplinarietà delle professioni con frange da manifesto politico e attivista:


ciò conduce ad una sorta di “astrazione” del concetto di design che non chiama in causa i “prodotti” bensì le “azioni”.

Da questo punto di vista accenniamo a tre dei numerosi esempi citati nel libro: The Ocean Cleanup è un’organizzazione che ha raccolto qualche milione di dollari tramite un attivo crowdfunding ed ha avviato un progetto di recupero di rifiuti plastici contenuti nelle isole di spazzatura che galleggiano sul Pacifico.

Un altro esempio è costituito dall’assistenza sanitaria in Pakistan: nel 2017 parte il progetto Sehat Kahani che permette alle dottoresse di esercitare la professione da casa ricorrendo a collegamenti video in diretta, consentendo così di visitare le pazienti ospitate in ospedali sparsi per l’intero Paese.

“Ancora oggi” ci chiarisce l’Autrice “si ha perlopiù la tendenza a percepire il design come una questione di stile, se non addirittura come uno dei motivi per cui gli oceani sono invasi dai rifiuti plastici; difficile che lo si consideri uno strumento per rimuovere quegli stessi rifiuti” (p.17). Forensic Architecture è un altro esempio attitudinale: è “un’Agenzia di ricerca sul design che si propone di garantire giustizia alle vittime di reati ambientali, crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani … utilizzando progetti architettonici e fonti open source per svelare verità … e progettando modelli e animazioni digitali utilizzabili come materiale probatorio nelle indagini” (p.26).

Gli esempi in tal senso fioriscono numerosi tra le pagine e si avverte la malcelata impressione che andando avanti così tutto quanto esposto sia da considerarsi design. Ma a quel punto vien da chiedersi: cosa non lo è?

Non pare un pochino coraggioso nobilitare qualsiasi cosa ricomprendendola sotto la corona del design mancando, nel libro, un’area di definizione e di pratica che lo chiarisca?

Sull’onda di tale inaspettata visione del design a questo punto non dovrebbe meravigliarci l’utilizzo urbi et orbi che oggi se ne fa del termine, forse inflazionandolo, quindi: hair designer (una volta era il parrucchiere), cake designer (pasticceria), fashion designer (stilista), nail design (manicure), design spirituality (tendenze progettuali che, pare, nutrono l’anima).


Per l’Autrice la disciplina è molto antica “ogni qualvolta gli esseri umani hanno dovuto adattarsi a un cambiamento, costruendo nuovi oggetti, si sono affidati, pur in modo istintivo e spesso inconsapevole, al design. Uomini e donne preistorici si comportavano da designer quando affilavano bastoni o pietre per renderli più funzionali come utensili agricoli, o quando modellavano l’argilla per farne recipienti”.

E poi “molte successive prodezze del design sono state altrettanto istintive. La bandiera bianca fu ufficialmente riconosciuta in quanto simbolo di resa … il pugno chiuso è riconosciuto da oltre cinquemila anni come segno di forza e unione di fronte alle avversità … fino ai recenti Black Lives Matter” (p.22/23).

Non si discosta molto da questa filosofia interpretativa il capitolo dedicato all’identità di genere, per cui l’Autrice si chiede: “Il design è ancora un mondo di soli uomini (cis)?” (p.79). In questo senso più che proporci progetti e/o prodotti la Rawsthorn sembra ancorata ad una sorta di “visione woke”. Che non è un giudizio, per carità, ma sicuramente una chiave di lettura tutta sua.

La accenniamo: “la rapidità dei progressi scientifico-tecnologici … e l’accettazione del processo progettuale come soluzione a una gamma sempre più vasta di problemi socioeconomici e ambientali è quasi certo che in futuro emergeranno nuove discipline. Questo stato di cose darà senz’altro potere agli uomini, ma con ogni probabilità ne darà ancora di più alle donne … come pure ai designer queer e trans, destinati a diventare i principali beneficiari delle nuove opportunità del design attitudinale” (p.86/87).


Lo stesso andamento lo si ritrova nel Cap. 8: un excursus di professionisti impegnati nella graphic art americana più che non nel design. Questa distinzione, se ci deve essere, non è rimarcata, quindi le due attività vengono considerate come fossero sinonimi. Non solo: anche queste pagine, similmente alle precedenti, sono raccolte sotto un titolo che induce in tentazione Il problema del colore nel design”.

Per colore l’Autrice intende quello della pelle dei designer e ci racconta alcuni felici esempi: Emory Douglas, Nifemi Marcus-Bello, Diebedo Francis Kerè, Thebe Magugu solo per citarne alcuni.


Come si dice “o tempora o mores” e la Rawsthorn quindi chiarisce che nel futuro poter scegliere sarà un elemento fondamentale del design. Man mano che le nostre identità personali si faranno più sfaccettate e peculiari, vorremmo poter compiere scelte sempre più complesse e sfumate … per venire incontro ai nostri bisogni e desideri, il design dovrà trovare nuovi modi per garantirci la possibilità di scelta (p.111).


È così, e il marketing è chiaro sul punto: si tratta del cosiddetto mercato di sostituzione. Il primo modello, di qualsiasi cosa, proprio perché è il primo, impone consapevolmente e convintamente di accettarlo (se ci serve e se possiamo permettercelo).


Da lì in poi accontentarsi è più difficile: non ci basta più la funzione, cioè la missione che quel prodotto deve svolgere e portare a termine, ci serve anche la forma. La combinazione delle due diventa sempre più sofisticata con l’andare del tempo e con le nostre esigenze. Non solo: quel prodotto ci deve oggi “rappresentare”.

Ecco perché, ora più che mai, vediamo l’attenzione spostarsi sui desideri, dunque non più solo quello che fa il prodotto (l’utilità la diamo per scontata, altrimenti a cosa ci serve?) ma ciò che racchiude e simboleggia di intangibile: suggestioni, status, benessere, identità, gusto, l’essere riconoscibili, ecc.

Su quest’ultimo aspetto agisce il design: tanto più il prodotto si dimostra accattivante, originale, evocativo, maggiore sarà la sua capacità di distinguersi, farsi scegliere o, addirittura, sfidare il tempo.

Tuttavia secondo l’Autrice “per i designer la funzionalità è un elemento imprescindibile. Non si tratta però necessariamente di funzionalità in senso pratico, perché la definizione di design sta diventando sempre più fluida e proprio per questo può accogliere anche ricerche immersive come quelle di Forensic Architecture (p.38).

Una dozzina di pagine sono dedicate al Salone del Mobile, al Fuorisalone e a quanto vi ruota attorno. L’Autrice ci avvisa: “nei sei giorni di aprile scordatevi di trovare facilmente un taxi o un posto a sedere in metropolitana … gli alberghi per l’occasione avranno raddoppiato o addirittura triplicato le tariffe” (p.99).

Di più, si meraviglia che gli eventi in programma esercitino tanto seguito al di fuori del settore specifico: “finora il Salone ci è riuscito, anche grazie alla scarsa concorrenza. Ma per quanto ancora potrà farcela in un’epoca in cui il design come professione e l’idea che ne ha il pubblico sono sempre più sfumati e in cui tante altre sfide stanno diventando più importanti, per i designer e anche per noi, rispetto a tavoli e sedie?” (p.101).

È peraltro convinta che le nuove sfide del design vengono sviscerate nelle mostre collaterali … per esempio quelle organizzate da Alcova e dalla curatrice Anniina Koivu per indagare prodotti di grande diffusione come giunti e bottiglie da vino … e dato che questa fiera dell’arredamento non rappresenta per questi designer un forum particolarmente empatico ed efficace, le probabilità che si spostino altrove sono sempre più alte” (p.107).

Una nota di merito va all’accurato impianto grafico che l’Editore ha voluto per il libro: si deve alla mano di Paola Lenarduzzi e Sara Murrone. Inconsueta, bella e pratica la numerazione sul lato della pagina, a metà, e accattivante l’interno della copertina, rosa fucsia.

Si nota, su tutto, un pensiero e un’attenzione “all’oggetto libro” che raramente si riesce a trovare.

Lo sguardo dell’Autrice più che fornire indicazioni o chiarire e approfondire concetti legati al design, sembra orientato al taglio giornalistico, al commento da rivista settimanale e, per modalità e gusto, maggiormente rivolto ai lettori americani o anglosassoni: che è una bella cosa, tuttavia

rischia di disattendere le aspettative di nostrani protagonisti della disciplina che per anni hanno coltivato studi e impegno per articolare le loro attività trasformandole in professione.

Così che quell’attitudine diventasse illuminazione e poi oggetto che abbiamo scelto, cercato, fatto nostro. Con la sua voce speciale, interprete di un brano della nostra vita.  


riccardo grassi

a cura di
Riccardo E. Grassi

immagini courtesy

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