La Brughiera di Lonate Pozzolo Va parco Ticino foto di Zappaterra cover
Architettura,  Paesaggistica

Il belvedere e la brughiera

Luoghi tra frastuono e romanzo

Quando a Milano si dice “Ho fatto Laaotto”, non serve aggiungere altro, perché tutti sanno che si è percorsa la A8, l’autostrada Milano-Laghi.

Traffico senza soluzione, meta numero uno l’aeroporto di Malpensa e, per i più fortunati, la promessa del lago Maggiore che verrà.

Come sempre, però, i luoghi comuni ci portano, appunto, solo in luoghi comuni.

E io, che da Milano percorro Laaotto fin da poco prima di nascere (e non scherzo), vorrei che questa volta deviassimo dai soliti itinerari, prendendo l’uscita Busto Arsizio-Oleggio, verso il Parco del Ticino.

Questo grande parco segue l’andamento del fiume Ticino che a sud bagna la provincia di Pavia e, risalendo, quella di Milano. Ancora più a nord scorre nella provincia di Varese, dove ci troviamo adesso, appena usciti dall’Autolaghi (altro nome rapido della A8) per andare a Tornavento, un luogo la cui storia risale al Duecento.

Arrivati in piazza Parravicino, si capisce subito che è stata progettata per essere un magnifico Belvedere da cui osservare la piemontese Valle del Ticino e le Alpi dal Monviso al Monte Rosa.

Questo magnifico spettacolo naturale si somma alle molte vie d’acqua tra cui il canale Villoresi, l’inizio del Naviglio Grande, il ponte in ferro sul Ticino e tutte le altre opere ingegneristiche che consentivano i trasporti di persone e merci sul fiume Ticino.

Tornavento è un piccolo gioiello in cui il passato è evidente, ma anche la contemporaneità non scherza, perché alle nostre spalle e leggermente più a nord c’è l’aeroporto di Malpensa.

E così si passa in fretta dalla presenza di molti resti bellici che raccontano quanto questo fosse un punto nevralgico, alla pancia degli aerei vista da vicino che racconta quanto ancora siamo in un punto nevralgico.

Le piste dell’aeroporto sono a un minuto da qui, ma in mezzo, tra Tornavento e gli aerei, c’è un altro luogo prezioso, la brughiera di Lonate Pozzolo, la più grande che esista in Lombardia.

Il termine “brughiera”, peraltro, ci rimanda a inquietanti crepuscoli anglosassoni, a conseguenti libri gialli e a misteri avvolti nella nebbia umida: tutte cose che non riguardano certo il nostro terso e asciutto clima mediterraneo.

Dicevamo, però, un attimo fa che, se si ragiona per luoghi comuni, non si visiterà altro che luoghi comuni.

Qui noi, invece, sentiamo gli aerei tremarci nello stomaco e li tocchiamo con un dito, ma nello stesso tempo siamo in mezzo a una natura circoscritta e straordinaria.

La zona di brughiera composta, tra gli altri, da pioppi, betulle e pini ci rassicura e ci sorprende allo stesso tempo, perché in questo territorio pianeggiante abbiamo la sensazione piacevole di percorrere un bosco senza fare fatica.

Ma la zona di brughiera fatta solo di arbusti ci racconta che qui non si scherza da millenni

e che questo suolo su cui stiamo mettendo i piedi consente lo sviluppo di un imprevedibile territorio senza alberi, visibile a perdita d’occhio.

Ogni pianta, infatti, è bassa e più avanziamo e più possiamo vedere un po’ più in là, che sia estate o inverno.

Sembra un suolo lunare che lunare proprio non è, perché è ricoperto da “quegli audaci ciuffi di Erica”, come diceva Emily Bronte in Cime tempestose.

Erica il cui nome volgare è Brugo – da cui il termine “brughiera” -, mentre il suo nome scientifico è Calluna vulgaris.

Eh, lo so, di solito la famiglia delle Ericaceae è relegata in squallide aiuole contemporanee e in tristi composizioni invernali che il fiorista mette insieme di corsa.

Ma se capitate da queste parti tra agosto e settembre, senza correre, camminando come foste i protagonisti di un allunaggio, vedrete un’esplosione di fiori rosa carico che ricoprono la piccola Calluna sempreverde,

grazie alla quale si capisce che l’altezza non è tutto nella vita e che ciò che conta sono le proprie radici.

L’umile Brugo, infatti, è anche compatto, elegante, rustico e quasi un po’ spinoso al tatto. Per cui sembra messo lì apposta per non fornire appigli e per giocarsi, con tutta la sua audacia, il braccio di ferro tra le immaginabili mire espansionistiche aeroportuali e il salvataggio di questo luogo onirico e da romanzo.


s f o g l i a l a g a l l e r i a

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ALESSANDRA CORRADINI
PAESAGGIOSTUDIO

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PARCO TICINO
Via Isonzo, 1, 20013 Ponte Vecchio MI

images courtesy of
PARCO TICINO
ZAPPATERRA FOTOGRAFO
ANNAMARIA CASSANI


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