Design

Report dal 64° Salone Internazionale del Mobile. Milano 2026

a cura di Gigi Trezzi

Un’edizione che affascina e lancia interrogativi

Ormai ci vorrebbe una “Double-Design Week” per riuscire a visitare in modo completo Salone e Fuorisalone.

A complicare le cose è già da qualche anno che tra le aziende si è diffusa l’abitudine di richiedere l’accredito per poter visitare lo stand o partecipare agli eventi, una discutibile prassi che genera code interminabili e scoraggianti.

Il paradosso è pagare un biglietto d’ingresso piuttosto sostanzioso per poi non riuscire a vedere tutto, o addirittura sentirsi dire che non si può entrare in alcuni stand perché l’invito doveva essere richiesto giorni prima: capisco la necessità di gestire masse che si muovono senza regola tra Fiera e centro città, ma non posso fare a meno di chiedermi se in tutto questo non ci sia qualcosa di poco democratico!

Dato che ormai anche le aziende minori imitano i top brand, nasce il sospetto che questo sistema serva più a creare attesa e curiosità che a gestire i flussi, come se il valore di un’azienda si dovesse misurare dalla lunghezza della coda davanti allo stand o allo showroom.

Fatta questa doverosa premessa, passiamo a quel che ci ha lasciato questo Salone.

NUMERI

Dazi, guerre, chiusura di rotte aeree importanti: nonostante l’instabilità generale del mondo il 64° Salone del Mobile “tiene”.

316.342 presenze, in calo rispetto alla biennale Bagno & Cucina 2024, ma in aumento del 4,5% rispetto ai 302.000 visitatori del 2025.

275.000 gli accessi alla Statale, che danno un’idea dei numeri del Fuorisalone.

68% di operatori esteri, con la Cina che mantiene il primato dell’affluenza e una forte crescita dei mercati nord-americani: Stati Uniti e Canada aumentano del 10,4 e 28% rispetto all’anno scorso. A seguire Europa, Brasile e Corea del Sud.

Questi i dati ufficiali a confermare quanto resti viva la manifestazione, ormai sempre più kermesse-pop globale che appuntamento specifico per addetti ai lavori.

TREND

Un Salone stilisticamente meno uniforme rispetto alle edizioni 2024 e 2025, così evidentemente influenzate dai tardi anni ’60, dal “radical design” e dallo “space-age design”: non è stato immediato individuare un trend sopra gli altri.

Man mano che mi aggiravo fra gli stand, però, si confermava una percezione: lo spostamento dell’asse estetico sul decennio successivo, cioè alla seconda metà degli anni ’70.

Se le ultime due edizioni del Salone ci avevano abituati a divani e mobili caratterizzati da forme organiche, a volte anche “audaci” (nel report dello scorso anno avevo parlato di “blob-design”), quest’anno siamo passati a configurazioni più “normali” e rassicuranti.

Continuano ad essere proposte composizioni curve – da collocate liberamente anche in centrostanza per trasformare il living in un’isola di relax più conviviale – ma i divani sono tornati ad avere forme più consuete, con la seduta divisa in moduli, con schienali e braccioli a sembrare cuscini di cui si riproducono le caratteristiche estremità “a punta”: un dettaglio questo molto usuale negli imbottiti di metà anni ‘70 che mi ha richiamato subito alla memoria il famoso divano Marenco di Arflex.

Anche tessuti e colori sono citazioni dell’epoca: velluti a coste verdi o marroni, azzurri aviazione, terracotta: non domina più il bianco-bouclè, che ci aveva invaso per due anni, in favore di una palette che rimanda ai colori della natura e delle terre, toni caldi che danno un senso di relax e protezione.

Anche nei mobili l’estetica dominante è il “warm minimalism”.

Si propongono volumi pieni che poggiano sul pavimento – senza più essere sostenuti da gambe sottili, tanto diffuse nelle proposte degli anni precedenti -, bordi smussati, ante bombate o con vari tipi di fresature a conferire matericità.

Materiali in finitura grezza-naturale: pietre e marmi “open pore”, legni fiammati e spazzolati, metalli finiti con effetti “ossidati” più materici delle solite anodizzazioni.

Mobili “tattili”, quindi, e di un lusso discreto che deriva dalla qualità dei materiali prima che dall’esibizione della forma.

(TRISTI) CONCLUSIONI

In sintesi, confermo ciò che sto ripetendo già da qualche anno: alta qualità del disegno e della produzione, i migliori stand del mondo, vocazione esclusivamente “lusso”.

Ormai – e vale per tutto il “made in Italy” – riusciamo ad essere competitivi a livello globale solo col prodotto “luxury”.

Lo avremo declinato anche in “quiet luxury” ma è solo questione di stile; i prezzi restano inaccessibili ai più, se al costo di un divano oggi rischi di acquistare un’auto.

Ed è triste constatare che il design, da anni, sembra rivolgersi a chi vive in un’altra – e alta- orbita economica.

Può, poi, capitare di illudersi quando entri, ad esempio, nello stand di B&B Italia e ti ritrovi davanti oggetti interessanti, progettati con quello spirito di qualche decennio fa, quando la moda non aveva ancora colonizzato il settore dell’arredo: si nota chiaramente lo studio approfondito dei componenti, l’ottimizzazione degli elementi, la ricerca dell’esemplarità — quasi un approccio da concorso – e per un attimo ti sorprendi perché sembra di intravedere una ritrovata etica del progetto.

Peccato che, una volta conosciuto il prezzo di listino, ti ritrovi a pensare che forse, con la stessa cifra, potresti comprare una moto.

Penso che ci sia qualcosa di decisamente distorto nel sistema.

Il “design-democratico” resta appannaggio di corazzate come IKEA, il maggior bacino d’acquisto di chi arreda una casa oggi e, soprattutto, dei nostri giovani.

Sulla scorta del consueto mantra: “E se il buon design fosse accessibile a tutti?”, al Fuorisalone l’azienda svedese ha sorpreso tutti ripresentando IKEA-PS-2026, la collezione sperimentale del brand che propone prodotti dal design accattivante e dal costo super-accessibile.

Un’astuta strategia di comunicazione ha già ricreato forte attesa, soprattutto fra i giovani: i prodotti, solo in minima parte presentati, saranno acquistabili da metà maggio: la bellissima poltroncina gonfiabile e la lampada a tre direzioni sono già oggetti di desiderio.

A questo punto, un’ultima domanda nasce spontanea: perché sembra impossibile trovare una via di mezzo tra approcci al Design così distanti tra loro?

Forse la risposta sta nel fatto che, per gli alti costi legati alla produzione, l’industria italiana riesce ad essere competitiva nel mercato globale solo nel top di gamma.

Teniamoci stretto almeno questo primato!

Arrivederci al Salone 2027!


a cura di Gigi Trezzi architetto
Studio Seveso&Trezzi
Architetti Associati

Corso Matteotti 22
20821 Meda (MI)
info@sevesotrezziarchitetti.it
0362 342384

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Gigi Trezzi

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