Sotto (s)mentite voglie
a cura di Riccardo E. Grassi
Il nuovo libro di Giovanni Corbellini “Sesso e cacca” ci introduce tra abitudini ed esperimenti progettuali.
È un venticello che non t’aspetti, fresco e sufficientemente stravagante da arruffarti i capelli che, però, poco dopo scopri confortevole e stimolante: rimane lì, sospeso sopra le pagine e aspetta. È l’impressione che ho avuto già leggendo la “quarta di copertina”, poi confortata progressivamente dai vari capitoli: quel venticello sorprende, diverte ma non si perde, con oculata cognizione ci sorride.
Perché (come nasconderlo?) l’argomento del libro è quanto meno inusuale per l’architettura: tanto curioso da ammiccare con una strizzatina d’occhio e poi farci ragionare.
Chissà per quale alchimia, o percorso mentale, leggendo le pagine d’un tratto m’è venuta in mente la famosa immagine che ritrae Albert Einstein mentre fa la linguaccia rivolgendosi all’obiettivo fotografico e regalando al mondo la sua dimensione umanissima e giocosamente provocatoria.
È quel che m’è successo scorrendo queste pagine: stiamo parlando del testo dall’astuto e intrigante titolo Sesso e cacca (LetteraVentidue Edizioni), di Giovanni Corbellini, dall’interessante curriculum professionale che lo vede attualmente docente di progettazione architettonica a Torino.


È la considerazione di partenza che traccia la linea del libro; in breve: la mente è quella condizione che ci fa essere umani, mentre la corporeità si porta appresso esigenze, sentimenti, comportamenti, patologie e impulsi.
La prima, regola e guida con una sorta di progressione “illuminista”.
La seconda, rivela la nostra intimità più “selvatica”. La sovrapposizione ed il coinvolgimento dell’una con l’altra segnano le pratiche del progettare, quindi ecco le “dimensioni umane” prese come modello per equilibrio e proporzione da adottare in architettura (Neufert, il Modulor di Corbusier, Alvin Tilley, Viollet-le-Duc, ecc.), oppure le stesse possono offrire alternative all’evoluzione degli stili (Wolfflin, Alois Riegl, ecc.).
Questo è, a grandi linee, l’approccio che adotta l’Autore nel suo ultimo scritto che s’incarica di predisporre una panoramica riguardo a corridoi e bagni, accessori e locali un po’ negletti per l’architettura.
Lo sguardo contenuto nelle pagine spazia dagli Anni ’30 fino al recente passato, sebbene molte indicazioni citate dall’Autore derivino da secoli precedenti e coinvolgano nazioni, stili e pruriti che solo noi umani…

I due capitoletti iniziali (Dentro e Fuori) sviluppano il concetto che le toilettes possano occupare lo spazio al centro o alla periferia d’una ideale planimetria destinata ad architetture residenziali o per uffici: “i servizi e gli impianti costituiscono elementi edilizi costosi, rigidi e bisognosi di spazio” che introducono vincoli “verticali di significato strategico, attorno ai quali ruotano le scelte di progetto” (p.60) le cui soluzioni, peraltro condizionate dalle normative, modificano la distribuzione dei restanti ambienti proprio in conseguenza alle scelte di posizionare “wc e condotti d’aerazione e scarico tra il centro e il perimetro”.
In questo senso un’antologia di progettisti che hanno seguito una modalità o l’altra aiuta a farsi un’idea concreta: Renzo Piano, Mies van der Rohe, Riegler & Riewe, Richard Rogers, Yves Lion, Francois Leclerc, ecc., esempi circostanziati con cui l’Autore descrive, sopra ogni convenzione e convinzione, costumi e opportunità, desideri e pudori.

Dobbiamo arrivare a Richard Neutra, allievo di Adolf Loos, per avere, riguardo ai bagni, una “inclinazione più felice verso l’integrazione degli aspetti corporei e psicosessuali nel progetto” (p.94).
Curioso apprendere che Neutra, dopo il secondo conflitto mondiale, modifichi il suo approccio verso questi ambienti e “tenda a spostarsi dal piano organico a quello psicologico, anche perché l’efficacia di nuovi farmaci come gli antibiotici avevano reso meno plausibili le capacità curative precedentemente attribuite all’architettura” (p.95).
Da qui l’idea che il benessere passi anche da una progettazione più attenta al contatto con la natura e che questa possa essere introdotta negli ambienti abitativi: per risolvere questa sollecitazione adotta una serie di “mosse progettuali” che costruiscono “un ambiente trasparente d’intensa ambiguità spaziale” realizzando così “in corrispondenza degli angoli vetrati … due superfici piane di vetro estese dal pavimento al soffitto che si uniscono con angoli tagliati a 45 gradi che producono un ambiente trasparente d’intensa ambiguità spaziale”, così le parole di Sylvia Lavin (p.96).

Le dimensioni umane accennate all’inizio dall’Autore sembrano dettare la grammatica della composizione architettonica: “benché i corpi concepiti e contenuti dai progetti moderni e contemporanei spesso anelino a una forma idealizzata, la loro sostanza fisica è difficile da sopraffare … non possono evitare di obbedire alla propria fisiologia, trasudare erotismo e negoziare con i comportamenti che regolano la relazione tra pubblico e privato, dallo spazio domestico a quello urbano … perciò, di conseguenza, lo spazio architettonico si è progressivamente specializzato attorno a questa complessa dimensione corporea” (p.28) sfidando le convenzioni dove “desiderio e necessità, sesso e merda, incontro e solitudine, mostrarsi e nascondersi si confrontano” (p.30).
Viste le argomentazioni del libro, come non tirare in ballo Sigmund Freud e Wilhelm Reich? Le loro voci si fanno più o meno sfumatamente sentire nella progettazione in una curiosa miscellanea tra fisionomia architettonica e fisiologia umana, capaci, insieme, di offrire una soddisfazione psicologica dove il sesso dimentica il retroterra trasgressivo o impudico per diventare questione di buona salute psicofisica. In questo continuo esporsi e ritrarsi, osare e trattenersi della progettazione, si coglie anche una certa rigidità dei tempi e dei costumi (come darvi torto?) ma pure l’intenzione, talvolta scopertamente provocatoria, di pensare a nuovi modi per disegnare gli “spazi bagnati” che sfidano le abitudini ed il cosiddetto comune senso del pudore, arrivando per esempio ad interpretare il lavandino che accoglie, in primo piano, chi entra nella Maison Savoye, come una scultura che in qualche modo vuole richiamare, quasi fosse una sorta di divertissement, la Fountain di Duchamp, un orinatoio rovesciato dove “c’è una chiara decontestualizzazione … che tende ad escludere attitudini dadaiste”.
Quindi il lavandino “segna quel nodo nello spazio in cui i corpi cambiano velocità, dal guidare al camminare, e senso del moto, da orizzontale a obliquo” (p.108).
Divertissement, appunto. Soprattutto letterario.

I brevi capitoli (tanto per citarne alcuni: Gabinetti, Mitteleuropa disturbata, Californication, La cochonnerie de Paris, Trasparenza, Porno) suggeriscono il sorriso trattenuto, un pudore disincantato per argomentazioni d’architettura forse non così convenzionali, eppure anche utili: è un percorso che, parlando di progettazione, esibisce una visione fatta di stratificazioni disciplinari che coinvolgono (chi l’avrebbe detto?) la sociologia come pure l’economia, fino a includere l’aneddotica storica, utili perché non s’è mai finito di conoscere.
Tutto il mondo è paese, come si dice: il capitolo Disciplina giapponese ci sposta dall’altra parte del globo. Altri modelli, altre usanze? Sì, ma fino ad un certo punto. L’architettura di Shigeru Ban duetta col modernista Corbu o con Mies e l’impronta palladiana ma senza scordare Tadao Ando, Kengo Kuma, Fumihiko Maki. Al di là di progetti e soluzioni interpretative di questi spazi, onnipresenti e irrinunciabili, cioè corridoi e bagni, colpiscono le usanze, di conseguenza il risvolto architettonico: le donne giapponesi non amano dichiarare i momenti dei loro “bisogni”, dunque azionano “continuamente lo sciacquone per evitare rumori imbarazzanti. Parecchi servizi sono stati quindi equipaggiati di Otohime (“la principessa del suono”) un dispositivo che riproduce il rumore dell’acqua evitando di sprecarla” (p.123). Nella Casa Azuma, altro esempio, gli ambienti sono impostati su vari livelli dove una scala e un ponte attraversano il patio per collegarli: per raggiungere un locale occorre così “attraversare il piccolo cortile: per andare a fare pipì, che piova o splenda il sole, bisogna uscire” (p.125).
Simpatico ed interessante, anche storico e riferito a varie nazioni, l’excursus sui gabinetti, con un capitolo omonimo che si occupa sia degli ambienti che delle dotazioni impiantistiche: è “lo spazio più specializzato, privato e appartato scaturito dal processo di specificazione e separazione funzionale della modernizzazione, quello che intrattiene una relazione privilegiata con il corpo” (p.44). L’esempio di Claude-Nicolas Ledoux, architetto del ‘700, oggi non può che far sorridere: progetta una “architecture parlante in cui il programma viene simbolicamente espresso dalla forma: la pianta delinea inequivocabilmente un pene gigantesco. L’ingresso … è fiancheggiato da due estensioni testicolari a semicerchio” (p.55).

Colpisce anche un’altra informazione, direi d’afflato sociologico, che ci aiuta a capire i tempi che viviamo, benché non accenni ai locali protagonisti del libro, corridoi e bagni.
Vi è una tendenza tutta contemporanea, soprattutto nei giovani, a condividere gli spazi abitativi con estranei: una modalità così pervasiva che è arrivata a un punto tale da “mostrarci come le persone trascorrano più tempo da sole, nelle loro stanze: infatti, per la prima volta dal 2014, il letto ha superato il divano come mobile più usato nella casa britannica” ci racconta Jack Self (p.157).

Di questi esempi è colmo il libro: si può sorridere di usanze, manie o di soluzioni progettuali che talvolta corrono verso l’eccentrico ma è senza dubbio stimolante vedere, comunque, il risultato di una partitura creativa non comune, per certi versi pure invidiabile: l’intreccio di una cultura con il desiderio del suo committente, il pensiero che ha condotto l’architettura a mettersi in gioco creando quel che prima non c’era, o era diverso. In questo zig-zag di richiami si scopre un ulteriore vantaggio: il libro si può aprire ovunque.
Ogni pagina offre piacere di leggere e informarsi ma anche di sorridere di “certe” nostre abitudini o pudori che l’architettura adotta, bontà sua, con cognizione e sensibilità. Peraltro pagine documentatissime: una nidiata di considerazioni, note e citazioni, quasi sempre in inglese, permettono di approfondire gli argomenti e forniscono ulteriori spunti.

Dobbiamo rimarcare un dubbio che ha tenuto banco leggendo i capitoli Sesso e cacca e Porno: interrogano sì l’architettura o la progettazione ma, per quanto interessanti, sembrano più orientati a illustrarne gli aspetti “artistici” con i richiami a Rem Koolhaas e Marina Abramovich ed alle performances dal vivo.
La collana in cui compare questo libro dalle dimensioni contenute s’intitola, non per caso, Compresse e l’Editore si occupa, con perizia e dedizione, di discettare d’architettura: la copertina dimostra cura, è un bel progetto grafico, simpatico, strizza l’occhio (l’abbiamo già segnalato in precedenza).
Peccato la “sbavatura” della paginazione, che si sia perso nell’indice che non rispecchia l’effettiva numerazione tra fogli e capitoli, spostati tutti di alcune pagine.
Se vogliamo il libro è (anche) una sorta di manifesto della stranezza e non si può nascondere che il titolo induca in tentazione: perché occuparsi di andare di corpo in architettura è argomento meritorio, originale, per certi versi pure poetico. Il testo di Corbellini si rivolge a professionisti, a studenti ma pure agli amanti del genere (come il sottoscritto): si legge bene, con piacere, sebbene all’inizio sembra avviarsi a fatica, con un linguaggio tra il filosofico e l’intellettuale che rallenta un po’ il passo, un’allure talvolta guidata da un’originalità letteraria sfumatamente accademica. Rimane comunque, sopra le pagine, quel piacevole, non convenzionale venticello di cui si parlava all’inizio: sorprende, considerati gli argomenti, diverte ma non si perde, con oculata cognizione ci sorride e ci completa.
Uno strumento critico per decodificare la complessità degli spazi contemporanei: quegli spazi, corridoi e bagni.

a cura di
Riccardo E. Grassi
ospite
Giovanni Corbellini
LetteraVentidue Edizioni S.r.l.
via Luigi Spagna, 50P 96100 Siracusa
Tel/Fax +39 0931.1851612 – press@letteraventidue.com
immagini courtesy
LetteraVentidue Edizioni
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