Architettura

Le parole per dire “casa”: reinterpretare gli ambienti secondo G. Ferri e A. Scandurra.

a cura di Riccardo E. Grassi

Il libro dei due architetti sulla progettazione degli spazi domestici: fluidità e nuove funzioni per i tempi che cambiano?

Casa Rebus è un libretto di 12 x 18 cm. dalle caratteristiche singolari.

La prima cosa che ha impigliato la mia attenzione è stata la cura dell’aspetto grafico: essenziale, serio ma non austero, contemporaneo. E anche simpatico.

L’impostazione era rimasta immutata dall’esordio della casa editrice, avvenuto proprio con questa collana, ma ci confidano che dallo scorso anno la tentazione di riprogettare il layout s’è fatta sostanza, coinvolgendo sia la composizione interna che le copertine. Ecco quindi la nuova veste grafica: meritorio l’intento di supervisionare “la mano” di una loro collaboratrice che ha condotto questo lavoro come progetto per la sua tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Catania.

La copertina ha una serie regolare di “punzonature”, di cerchietti allineati dai piacevoli rilievi tattili che ne occupano la parte centrale, intervallati e collegati da segmenti che sembrano annuire ad una rappresentazione ideale di pareti e porte di casa, aperte, chiuse, apribili, con tanto di traiettorie tratteggiate. L’esito è davvero piacevole.

I rilievi in copertina fanno scoprire, sul retro, un affossamento coincidente con le punzonature, il che sorregge, una volta di più, che dietro queste scelte vi sia un pensiero, cura e attenzione non comuni, artigianali nel senso migliore del termine, caratteristiche che si gustano anche solo guardando il libretto.

Perché sì, forma e sostanza, oggi, non possono più viaggiare distinte.

Bell’idea questo “packaging”: parlerei di oggetto di design se il termine, ultimamente, non fosse un po’ inflazionato.

La dichiarata volontà di essere un “tascabile” si esprime pure nel nome della Collana: Compresse.

Sì, proprio come le pillole che potremmo avere nella giacca o in borsetta, efficaci come un integratore alimentare che all’occorrenza rafforza il sistema immunitario, una Collana che sembra un concentrato di nutrimenti che può essere somministrata (in libreria), consumata (nel luogo che più ci aggrada) e assorbita gradualmente nella giornata: gli effetti sono solo benefici. Nessuna controindicazione.

Ma torniamo a noi: il libro, agile nella lettura e da esaurirsi (quasi) in un boccone, è interessante per asserzioni e spunti; si compone di sei sezioni: introduzione, istruzioni, esercizi, una riflessione (il gioco dei confini), conclusioni, oltre l’appartamento e oltre l’hobby room.

In verità, sfogliando e leggendo mi verrebbe da sintetizzarlo in tre macro aree che s’intersecano e sovrappongono alternandosi tra loro in più punti: una ideale (come potrebbe essere la casa, progettazione e filosofia), una storica (evoluzione delle abitazioni nel tempo), un rimprovero (ai promotori immobiliari e al mercato, alias i proprietari/acquirenti di case).

Tuttavia, se è pregevole la “forma” di questo libretto (Casa Rebus di Giordana Ferri e Alessandro Scandurra – Letteraventidue Editore), il contenuto già dall’introduzione ci mette un po’ in allarme.

Le case, dicono gli autori, si sono “omogeneizzate in un unico modello, sono sempre composte secondo un unico schema: quello che comunemente divide gli spazi in zona notte e zona giorno, anche se questa differenza evoca ormai immagini di un ordine e di una linearità difficile da ritrovare nelle nostre vite” (p. 7).

Sarà, ma il mestiere negli anni ci ha avvertito che le persone chiedono un bilocale, un trilocale, un pentalocale, una villetta, ecc. magari dotati di terrazzo, cantina e posto auto, con tutto il portato familiare e/o personale di zona notte/zona giorno.

Comprendo bene che questa visione “mercatistica” e semplificata della casa possa deludere, tuttavia scalfire tale vissuto è azione coraggiosa che lascerei agli autori risolvere; mi porrei invece un’altra questione:
non è che siamo arrivati a questi schemi domestici proprio per le esperienze abitative che abbiamo accumulato negli anni?

E proprio in relazione al soddisfacimento di necessità e/o aspirazioni che ne hanno appunto modellato gli spazi a nostra immagine?

Credo sia imprudente disattendere le esperienze abitative di chi sceglie e compra casa: vale a dire le loro condizioni economiche, i gusti personali, le opportunità non illimitate dell’offerta specie nel luogo prediletto dove s’intenderebbe abitare.

Aggiungerei che, in anni di mestiere, m’è capitato di vedere gran belle case che, pur avendo l’“inconveniente” di essere bipartite in giorno/notte, dimostravano un gusto ed una grammatica compositiva degli interni (familiarmente anche layout) davvero pregevoli, scolpiti, nella quasi totalità dei casi, dal meticoloso (e meritorio) intervento di un architetto che ne aveva esaltato il carattere con finiture e abbinamenti di colori e arredi, riscattandole da una sorta di “normalità” (se c’è, se può esistere).

Ciò non vuol dire che si debbano perpetuare gli schemi del passato e non essere propensi al nuovo, tutt’altro;

le sollecitazioni degli autori sono più che intriganti: la creatività, in questo senso, costituisce senz’altro il lievito naturale verso nuove visioni, però trovo che sia una operazione molto delicata dover inseguire un dettato di originalità a tutti i costi.

Ma, poiché non sono progettista, mi arrendo felice a queste nuove idee che, con grande curiosità, mi aspetto di trovare nelle pagine successive.

Occorre tener presente, come notano gli autori, le sollecitazioni normative: spesso questa “divisione” giorno/notte (ma non è la sola) è indotta da procedure che obbligano a fare scelte “incolpevoli”, lontane da eventuali patologie dei promotori immobiliari o degli stessi acquirenti.

Succede, ma per fortuna raramente, che zona giorno/zona notte stiano in punti opposti della casa per conformazione architettonica dell’edificio e che ciò comporti, ahimè, l’attraversamento di vari ambienti: nonostante questo opposto “posizionamento” l’esercizio, impagabile e creativo, di un interior designer ha attutito, se non risolto, il “difetto”.

Attingerei a qualche altra riga: “la struttura della casa che si è consolidata negli ultimi due secoli, che domina immutata e inossidabile nella sua composizione nonostante le evoluzioni dei modi di vivere … Promotori immobiliari e residenti sono spesso irremovibili nel preservare gli elementi che la definiscono, anche se alcuni di questi sono ormai del tutto superati e arbitrari” (p. 7).

Anche in questo caso accennerei a due spunti.

Il primo mi deriva dal libro, molto bello, di Chiara Frugoni (A letto nel Medioevo – Il Mulino), peraltro presente nella bibliografia della stessa Casa Rebus: là vi ritroviamo modalità abitative e usanze che ci sorprendono e raccontano quanto oggi siamo distanti da quel tempo e da quelle case, altro che immutate e inossidabili.

Il secondo è basato su ricordi personali: l’abitazione che accoglieva la nostra famiglia era quella dei miei genitori, novelli sposi nel 1957. Il bagno che avevamo in casa era una comodità (lusso?) impareggiabile a sentire mio padre che, lui giovane, alla bisogna ne raggiungeva uno sul ballatoio, estate o inverno, giorno o notte.

Da allora le nostre case sono state quasi rivoluzionate, o perlomeno ripensate:

merito senza dubbio di tutti i progettisti che vi si sono cimentati, soprattutto in anni recenti, e che il libro appassionatamente indica nello scorrere delle pagine.

Arduo perciò sostenere che lo spazio domestico sia rimasto fermo per due secoli: oggi il tinello non c’è più, del cuocivivande e della sala da pranzo restano unicamente i ricordi; corridoi e ingresso sono stati fagocitati dagli altri ambienti; i balconi stretti e lunghi non li rimpiange nessuno, soppiantati da logge e terrazzi che alimentano una suggestiva way of life.
Ad ulteriore conferma può soccorrerci il secondo Censimento Nazionale redatto in pieno boom economico (1961): le famiglie che vivono in abitazioni dotate di elettricità, acqua corrente e bagno sono appena il 28%.

Sorprende che le case vengano definite “immutate e inossidabili”.

Devo sottolineare un altro aspetto che m’ha colpito continuando nell’introduzione: “Gli architetti stanno nel mezzo nel tentativo da una parte di spingere la progettazione della casa verso il cambiamento … e dall’altra di arginare il cristallizzarsi di idee sempre più impoverite dalle esigenze del mercato (p. 7). 

Il marketing risponderebbe così: le esigenze del mercato sono in realtà le specificità espresse dai consumatori (alias acquirenti di case).

Si può essere più o meno d’accordo ma un promotore immobiliare (e comunque un’azienda) deve tenerne prudentemente conto, soprattutto prima di “confezionare” il proprio prodotto, qualunque esso sia. Abitazioni comprese.

Secondo: esistono i cosiddetti bisogni indotti, quelli cioè immaginati dall’azienda sotto forma di “prodotti” (qualunque essi siano, anche immobiliari) e proposti al mercato; potrebbe essere questa l’eventualità auspicata dagli autori ma, in questo caso, la progettazione della casa verso il cambiamento deve considerare che essa rappresenterà una novità.

Ciò vuol dire che occorre creare il nuovo bisogno, aspettare che venga compreso, che agisca nella testa (o nella pancia) del consumatore e che, successivamente, egli lo espliciti in un acquisto.

Tutto questo non è automatico: occorrono tempo, visione strategica, audacia, capacità e capitali da investire.

Mi viene un dubbio: esprimersi con le parole “idee impoverite dalle esigenze del mercato”, sembra si voglia tracciare una sorta di giudizio, un “confine di valore” tra coloro che sollecitano un cambiamento come detentori di qualche forma di verità, rispetto a chi, appiattito nelle sue esigenze, fosse incapace di cogliere il nuovo e, anzi, si accontentasse di canoni abitativi più che mai anacronistici.

Essendo il comparto immobiliare lento nelle sue dinamiche, lo sanno bene Ferri e Scandurra, aspettarsi che il pubblico recepisca nuovi modelli eventualmente proposti (quali?) può lasciare l’amaro in bocca riguardo a tempi e tipologie.

Soprattutto perché, lo dice sempre il marketing, quando un prodotto (anche immobiliare) è consolidato negli usi e costumi delle persone, scalzarlo e sostituirlo comporta, come dicevamo, una serie di attività programmate, sistematiche, delicate ma incisive: un nuovo prodotto al quale il consumatore deve poter associare un autentico valore aggiunto (differenziazione).

Mi torna in mente la forchetta: inventata mille anni fa è ancora quella. Si è passati da due rebbi a quattro o a tre, ma questa è. In questa transizione secolare si è stati così attenti e sensibili da non averne sovvertito l’ “affordance”, anzi riconfermando la migliore presa/resa dello strumento. Forse la casa ha seguito lo stesso percorso: trovato quello che gli autori chiamano lo “standard” abitativo (così lo definiscono, composto da bagno, camera, cucina, ecc.) consolidato dall’uso, le persone quello cercano e perpetuano (più o meno volontariamente).

Il libro si fa forte d’uno spicilegio di ambienti, arredi e planimetrie molto ben descritti, commentati e illustrati; vi affiora il distillato di decenni di linguaggio architettonico, nomi di spessore come Carlo Mollino, Giulio Minoletti, Jean Nouvel, Yves Lion, gli immancabili Gio Ponti e Le Corbusier, Kazuo Shinohara, Louis Kahn solo per dirne alcuni.

Queste pagine ci aiutano a comprendere meglio il ruolo della progettazione negli ultimi settant’anni, i focolai delle novità, le intenzioni “filosofiche” di Ferri e Scandurra su come sono, e come potrebbero essere, le nostre abitazioni, le difficoltà per attuarne le innovazioni, le briglie dei vincoli o le opportunità tra paesaggio, normative e gusti del mercato.

Nel ridefinire lo spazio domestico sembra di percepire la stessa distanza che intercorre tra l’haute couture ed il prêt-à-porter:

se esiste (legittimamente) il desiderio d’inventare nuove soluzioni abitative, di osare, di percorrere itinerari alternativi per la progettazione degli interni (haute couture), forse occorre allineare a questa visione anche quell’altra, concreta, forse più pragmatica, della realizzazione vera e propria, che permetta alle persone di fruire utilmente degli spazi domestici (prêt-à-porter).

È più che condivisibile, ed è ciò che empiricamente riscontro negli ultimi tempi, l’annotazione del capitoletto “Curarsi, Lavarsi” che riporto: il bagno acquisisce sempre più importanza e soprattutto conquista sempre più metri quadrati … pur rappresentando il bagno lo spazio della massima intimità è uno dei luoghi maggiormente esibiti, in un certo senso è anche uno spazio di rappresentanza” (p. 45).

Sono d’accordo: mai come in questi anni recenti è stato oggetto di attenzioni incredibili. Protagonisti: i rivestimenti (nei materiali, nei colori e nei formati più disparati); la ricerca dei sanitari e rubinetteria “di design”; le docce che diventano palcoscenico per colori, suoni, massaggi, dimensioni; lampadari che sostituiscono le plafoniere; ecc. 

Lo stesso palcoscenico calcato anche dal protagonismo delle cucine: “chi avrebbe mai detto che un’azione considerata di servizio, quella del cucinare, per anni relegata in luoghi separati, potesse essere collocata nello spazio più pregiato della casa, il soggiorno, nel giro di pochi anni?” (p. 62).

Ecco però un punto interrogativo che mi disorienta, a pag. 45, una citazione (evidentemente condivisa dagli autori) riguardante il bagno come “espressione architettonica di un insopportabile dandismo domestico: uno spazio-tempo che si rifiuta di sovrapporsi agli altri, di confondersi con gli altri, di ammettere che la vita che ospita al suo interno possa aver luogo anche al di fuori” (E. Coccia, “Filosofia della casa” – Einaudi).

Sarà, ma fatico a tradurla in un ambito diverso da quello di un’arida speculazione intellettuale, credo abbastanza fine a se stessa.

Possiamo continuare con un’altra riga (p. 27): “… in ogni casa si ha sempre l’impressione che l’orizzonte del possibile morale si restringa e non si allarghi, che sia necessario adeguare la nostra vita alla rozza geometria euclidea, che per inspiegabili ragioni è stata considerata la chiave di un’esistenza felice “(E. Coccia, cit.).

Un periodare pallido e contorto, come l’avrebbe definito il mio professore di lettere, che nulla aggiunge (anzi) alla trattazione di Ferri e Scandurra.

Sulla stessa linea “filosofica” si pone anche quest’altro pensiero, questa volta degli autori: “Un dispositivo di possibilità individuali costruisce una somma di intenzioni all’interno di una precisa predisposizione dello spazio condiviso” (p. 94).

La “fluidità” degli ambienti (termine, a mio parere, ormai troppo alla moda e adoperato in ogni ambito) viene invocata più volte, con ciò intendendo che i singoli spazi abitativi possano aspirare anche ad “altro” rispetto alla funzione per la quale sono nati.

Uno per tutti, la camera da letto che diventi anche ambiente per studiare, lavorare, luogo di “raccoglimento o contemplazione”, aperta sugli altri ambienti per “godere di una prospettiva visiva lunga, di largo respiro”, anche senza letto fisso, sebbene la sparizione del letto è ancora molto macchinosa e rischia di essere una bellissima idea ancora poco praticabile” (p.57/58).

Mi chiedo: se il principio della fluidità è da applicarsi a tutta la casa, forse ogni ambiente dovrà rinunciare alla sua specificità?

E a vantaggio di una sorta di ibridazione che dovrà comunque incaricarsi di caratterizzare la “nuova” casa riscattandola (emancipandola?) dalla sua perduta identità?

Il che non ci vieta di pensarlo ma sarebbe interessante vederne gli effetti in un bilocale, oppure in un trilocale con un bagno solo: dobbiamo tenere presente che, in Italia, il patrimonio residenziale è stato edificato per il 70% della sua consistenza prima degli anni 2000, da qui una certa rigidità di impianto distributivo.

È decisamente più agevole invocare la fluidità su superfici abitative di 150 mq., con doppio o (meglio) triplo affaccio esterno. E naturalmente dopo averne ragionato coi proprietari e/o acquirenti di quell’abitazione.

Ho un’ultima annotazione. Gli autori si esprimono sugli ambienti di casa con illustri esempi d’architettura del passato ma anche con numerosi loro suggerimenti.

Mi chiedo però se non pensino che il layout interno, prima ancora che dalle nostre abitudini, da visioni ristrette o da cristallizzazioni di immobiliaristi, sia piuttosto condizionato dall’impianto complessivo della costruzione.

E ancora: la composizione architettonica delle facciate, l’articolazione di balconi e finestre, i volumi dell’edificato che devono seguire le normative, i confini e le distanze, gli affacci su altre proprietà, i punti cardinali verso cui prospettano (e certamente altro che ora non ho menzionato) può essere che irrigidiscano le possibilità di innovazione dei nostri modelli abitativi?

Mi piace pensare che questo libro ed un suo prossimo approfondimento possano (col tempo e con riforme amministrative illuminate) incaricarsi di correggere le “anomalie” che abbiamo in casa.  

Rimangono insostituibili le vampate creative degli architetti che “vedono”, molto prima di me, come sono fatti i sogni.


riccardo grassi

a cura di
Riccardo E. Grassi

ospiti
Giordana Ferri , Alessandro Scandurra

immagini
LetteraVentidue Edizioni
Chiara Crisà – Scandurra Studio Architettura

 

s f o g l i a l a g a l l e r i a


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