La casa dell’Architetto #4
a cura di Annamaria Cassani
Una villa ottocentesca con un cuore contemporaneo: è la casa-studio del designer Folco Orlandini.
Un passo oltre la soglia e il “mondo di prima” si dissolve. Il rumore della città sfuma in un sottofondo indistinto dove il traffico è una suggestione lontana
Lo spazio aperto che abbraccia la villa storica è invaso da una quiete inaspettata; il grande parco invita alla contemplazione e alimenta quella sensazione di tempo rallentato che, per alcuni istanti, fa dimenticare il reale motivo della nostra presenza li.
È in questo contesto che Ilaria e Folco Orlandini ci accolgono.

Annamaria Cassani
Folco, nel corso della precedente intervista è emerso il concetto familiare di casa-bottega. Ora, in occasione della fine dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento situato sopra il tuo studio vorrei entrare più nel merito della dimensione abitativa: qual è la tua idea di casa?
Folco Orlandini
Il modello “casa-bottega” ha sempre fatto parte della mia vita: lo studio di mio padre [Paolo Orlandini, architetto e designer, n.d.r.] si trovava accanto all’abitazione di famiglia. Questo intreccio tra lavoro e vita privata rappresenta per me un grande vantaggio. Il mio mestiere non consente di “staccare la spina”, perché la mente resta sempre attiva sui progetti e sulle dinamiche quotidiane della professione: avere lo studio a pochi passi da casa elimina tempi morti e favorisce un’efficace sinergia tra dimensione professionale e privata.
Per me, la casa è soprattutto un rifugio.
Il lavoro mi porta spesso in viaggio, anche all’estero, e mi affascina esplorare modi diversi di vivere ed abitare; tuttavia, essere lontano da casa comporta anche stress, interazioni continue, problemi da risolvere. Per questo desideravo una casa che fosse accogliente, avvolgente e rassicurante.
Tre anni fa io e mia moglie Ilaria ci siamo trovati di fronte a una scelta: cosa fare della casa di famiglia, ormai disabitata da quando mio padre si è trasferito in Toscana? Cercare un nuovo spazio altrove, oppure ristrutturare questo luogo che custodisce tutti i ricordi legati alla mia infanzia? Ovviamente siamo rimasti!


A.C.
Non faccio fatica a crederci: ancora prima di esplorare il tuo studio e l’abitazione sono rimasta letteralmente incantata dal giardino annesso alla casa!
F.O.
Non nascondo che il giardino di 1.500 metri quadrati è un lusso impagabile, e ogni fine settimana lo trascorro lì, immerso nel verde di cui mi prendo personalmente cura perché rappresenta per me un’attività rigenerante: dopo una giornata passata all’aria aperta, tra le piante, mi sento come se avessi fatto una vacanza, pronto a ripartire con nuova energia.
A.C.
In che modo la presenza dello studio al piano inferiore influisce sulla percezione dello spazio domestico? Riesci a mantenere un’indipendenza mentale tra casa e lavoro, oppure questi due aspetti restano inevitabilmente intrecciati?
F.O.
Lo studio e la casa, pur essendo collocati nello stesso edificio, conservano una netta distinzione: la dimensione abitativa è al piano superiore, mentre quella professionale è organizzata al piano terra. Questa separazione mi consente di mantenere un equilibrio tra vita privata e lavoro, evitando sovrapposizioni e preservando una certa indipendenza mentale.
Ad esempio, a fine giornata non salgo mai in casa con i prototipi dei miei progetti per osservarli, ma capita che, dopo cena, mi conceda qualche minuto nello studio per annotare un’idea o riflettere su un progetto.
In passato, quando lo studio si trovava a Milano, ho sperimentato quanto gli spostamenti incidessero negativamente sulla gestione del tempo. La consapevolezza di perdere ore preziose nei trasferimenti ha evidenziato l’importanza di una sistemazione più efficiente, in cui ogni istante potesse essere dedicato in modo mirato al lavoro o al proprio benessere.




Dopotutto, la qualità della vita non si misura anche nella libertà di gestire il tempo senza eccessivi vincoli?
A.C.
Vivere e lavorare in un ambiente storico arricchisce la quotidianità e possiamo certamente pensare che la villa, inserita nell’archivio dei beni culturali della Lombardia e risalente alla prima metà dell’Ottocento, eserciti una particolare influenza su chi la abita: in che modo le sue caratteristiche architettoniche e il suo ampio giardino contribuiscono all’esperienza abitativa?
F.O.
Come ho già detto, il giardino ha per me un valore impagabile. Ogni mattina, appena alzato, mi fermo davanti alla porta-finestra del soggiorno e osservo l’ambiente esterno che mi si presenta davanti agli occhi: che piova o splenda il sole, che i fiori siano sbocciati o meno, questo rituale rappresenta il miglior modo per iniziare la giornata.
La storicità della casa ha giocato un ruolo fondamentale nella ristrutturazione.
Pur non essendo un monumento nazionale, con i suoi quasi due secoli di vita portava con sé un’eredità che meritava rispetto.
È per questo che abbiamo voluto preservarne gli elementi distintivi, tra cui, solo per fare un esempio, il portone, un tempo ingresso della farmacia del paese: mi piace immaginare le innumerevoli persone che ne hanno varcato la soglia, magari dopo essere giunte fin qui a cavallo, tra il rumore delle carrozze e il vociare della strada.




A.C.
Ci sono aneddoti legati alla villa o curiosità emerse durante la fase di cantiere?
F.O.
Durante i lavori di ristrutturazione, ho esplorato ogni angolo – persino con un metal detector- nella speranza di trovare tesori nascosti perché la cantina alimentava il sospetto di una stanza segreta.
E in effetti, abbiamo scoperto un ambiente sotterraneo rimasto celato alla vista: la presenza di un arco in continuità con la facciata interna lasciava intuire un possibile collegamento, forse una scala di accesso, ma il passaggio era interamente ricoperto di terra.
Capite che per me, cresciuto con i film di Indiana Jones, queste rivelazioni hanno avuto il sapore di un’avventura: abitare un luogo che conserva tracce del passato è tuttora un’emozione che continua a sorprendermi.
Intorno alle ville storiche di questa zona circola, invece, un’altra leggenda: si dice che fossero collegate tra loro da una rete di passaggi sotterranei che si spingeva fino all’antica chiesa di Santa Maria del Salvatore, nel comune vicino.
Affascinato da queste storie, ho esplorato ogni angolo della cantina, battendo i muri alla ricerca di cavità nascoste. Persino il trapano è entrato in gioco per sondare lo spazio oltre le pareti, ma, almeno per ora, tutto sembra destinato a rimanere a livello di fantasia popolare.
A.C.
Parliamo del progetto? Sono stati imposti particolari restrizioni e vincoli data la storicità della villa?
Folco e Ilaria
La villa rientra nel nucleo di antica formazione della città e le limitazioni imposte per l’intervento di ristrutturazione hanno riguardato solo l’esterno: non è stato possibile modificare la sagoma e il volume dell’edificio, né tantomeno, come invece avremmo voluto, ampliare le dimensioni delle finestre sul fronte interno e realizzare abbaini per poter godere della vista sul giardino anche dalla mansarda.
Il progetto di ristrutturazione è stato incentrato sul dialogo tra passato e presente: se all’esterno la villa mantiene intatto il suo fascino ottocentesco, all’interno si aprono spazi inaspettatamente moderni.
All’inizio, l’idea di intervenire su questa villa storica ci intimoriva anche se non si trattava di restaurare un monumento nazionale, ma “semplicemente” di rinnovare uno spazio abitativo, adattandolo alle esigenze della vita contemporanea che non potevano essere soddisfatte dall’impianto originario, caratterizzato da una sequenza di stanze comunicanti.
Il progetto più specificatamente di interior è nato, invece, dal dialogo tra esigenze e visioni diverse, traducendosi in un equilibrio tra preferenze personali e funzionalità dello spazio.
Là dove è stato possibile abbiamo aperto varchi nelle murature portanti originarie, a favore di una migliore “fusione” degli ambienti della zona giorno, e demolito parzialmente il solaio del piano sottotetto per ottenere volumi a doppia altezza.
L’ingresso si apre direttamente sul living, senza alcun filtro, una scelta mirata per offrire un forte impatto visivo: varcata la soglia lo sguardo è immediatamente catturato dall’altezza – quasi sette metri—che genera un effetto scenografico suggestivo.
Gli spazi familiari comuni sono definiti sostanzialmente da due poli: la cucina – sempre d’importanza centrale, sia nei momenti familiari che nelle occasioni conviviali – e la zona relax, dotata di un ampio, comodo divano: questo spazio si trasforma in un angolo raccolto soprattutto nelle sere invernali quando il calore del camino, che utilizziamo molto spesso, crea un’atmosfera particolarmente piacevole e intima.
Uno degli elementi distintivi del progetto –un must per Ilaria- è stato l’innalzamento della quota del pavimento della cucina attraverso due gradini che, all’interno dello spazio domestico, conferiscono maggiore rilevanza all’ambiente.
Un altro elemento importante [fortemente voluto da Folco e altrettanto fortemente messo in discussione da Ilaria, n.d.r.] è il tavolo da pranzo, dalle dimensioni più che generose.
Posizionato in primo piano, poco dopo l’ingresso, domina la scena e si impone come protagonista assoluto delle nostre serate con gli amici.
Le due zone notte, distribuite lungo disimpegni separati, mantengono una configurazione più tradizionale che rispecchia la loro natura intima e meno vissuta rispetto agli spazi comuni.


A.C.
Quindi è corretto dire che nella vostra casa è stata ricercata sia una rappresentazione particolarmente scenografica che una dimensione più intima e spontanea degli spazi?
Folco e Ilaria
Sì, coesistono entrambi gli aspetti. Gli ambienti della zona giorno hanno un’impronta scenografica, studiata per offrire un impatto visivo forte. Le aree più private, invece, mantengono un’impostazione più discreta, senza particolari accorgimenti estetici.
Curiosamente, mentre noi adulti troviamo nella casa un luogo ricco di fascino e suggestioni, le nostre figlie, in età adolescenziale, percepiscono la sua dimensione e particolarità in modo diverso: l’ampio spazio e la configurazione insolita rappresentano, per loro, una caratteristica che le rende meno a loro agio. È un contrasto interessante: ciò che per noi è un valore, per loro diventa qualcosa fuori dagli schemi, da comprendere e da apprezzare, probabilmente, solo col tempo.
A.C.
Alcuni teorici dell’architettura sostengono la necessità di rivedere i concept legati all’abitare, poiché quelli attuali, ormai consolidati da decenni, non rispondono più alle esigenze del vivere contemporaneo. Qual è il punto di vista di Folco Orlandini su questo tema?
F.O.
Le abitudini domestiche sono cambiate profondamente nel corso degli anni, ma credo che gli spazi abbiano seguito questa evoluzione. Le case di oggi sono diverse da quelle di cinquant’anni fa, e ancor più da quelle di un secolo fa. La trasformazione dell’abitare è costante perché i modi di vivere si modificano in continuazione, e l’architettura si adatta alle nuove esigenze.
Basti pensare che fino a qualche decennio fa, nelle case di ringhiera, il bagno era ancora collocato in cortile ed era uno spazio puramente funzionale. Oggi, invece, è diventato una vera e propria stanza dedicata al benessere della persona, proposta dalle aziende come ambiente raffinato e concepito per la cura di sé.
Anche gli ambienti aperti con le cucine a vista hanno segnato un cambiamento significativo, anche se alcune tendenze stanno orientando di nuovo verso una maggiore separazione degli spazi.
A volte, l’estetica e il trend prevalgono sulla reale funzionalità degli spazi, portando a soluzioni che rispondono più a un desiderio che a una necessità concreta.
Penso che il modo corretto di interpretare l’evoluzione dell’abitare sia quello di osservare il comportamento spontaneo delle persone, capire dove si orientano le nuove esigenze: solo da queste analisi si possono sviluppare proposte che realmente rispecchiano il cambiamento.





a cura di
Annamaria Cassani
ospite
Folco Orlandini
Orlandini Design Sas &C
Via Fagnani 43-20018 Sedriano (MI)
info@orlandinidesign.net

immagini
Adriano Pecchio photographer
s f o g l i a l a g a l l e r i a


