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Design,  Architettura,  Interni,  Workplaces

Elena Tomlenova: i limiti spezzano i sogni.

a cura di Annamaria Cassani

Un pomeriggio a Casa Archventil, il nuovo headquarter dello studio internazionale di architettura e interior design

Ogni conversazione con architetti, designer e artisti si trasforma in un viaggio affascinante all’interno del loro mondo, un’esplorazione tra le idee e le filosofie che danno forma ai loro progetti.

Ho già avuto modo di conoscere e pubblicare i lavori dello Studio di Elena Tomlenova e, in occasione della visita alla sede milanese, ho voluto approfondire lo “spirito” che ne rende possibile la realizzazione. Di Elena – donna straordinariamente accogliente – mi interessava conoscere i principi che guidano il suo operare, la sua esperienza, il percorso che l’ha portata a definire una visione precisa dell’interior design e, non meno importante, i fattori che hanno determinato il successo dello studio Archventil, da lei fondato nel 2012.

Annamaria Cassani
Elena, hai recentemente condiviso su Instagram un post in cui scrivi: “3 cose che mi hanno aiutata a crescere (e non solo nel business)”. Vorrei approfondire i tre punti partendo dal primo: “Saper prendere decisioni velocemente”. Condivido pienamente questa idea, soprattutto considerando che, anche al di fuori delle discipline scientifiche, ogni lavoro richiede un certo grado di sperimentazione, dato che il contesto è sempre in evoluzione. Qual è stata la tua esperienza in merito? Ti sei mai trovata bloccata dall’indecisione e, se sì, come l’hai superata?

Elena Tomlenova
In passato l’indecisione mi ha spesso rallentata e ha rappresentato uno degli aspetti più frustranti del mio esordio professionale.  Col tempo ho imparato che “crescere” significa imparare a definire con lucidità le priorità, soprattutto nel contesto in cui mi muovo, ricco di stimoli e responsabilità. La chiave è individuare ciò che richiede un intervento immediato e affrontarlo con determinazione.

Spesso la paura nasce da ciò che ancora non conosciamo e non abbiamo mai affrontato, ma è proprio lì che bisogna dirigersi senza esitazioni, perché quella sensazione di incertezza segnala un’opportunità di crescita: superare la sfida significa apprendere, evolversi, costruire esperienza.

Quando smettiamo di provare timore, forse dovremmo chiederci se siamo ancora disposti a metterci in gioco.

Un tempo, tendevo a prolungare il processo decisionale, analizzando ogni opzione in modo quasi ossessivo. Poi ho capito che avere un metodo solido permette di prendere decisioni con maggiore sicurezza e rapidità. La mia esperienza mi ha insegnato che un approccio strutturato, anche in ambito creativo, consente di trovare la precisione che rende un progetto efficace.

Oggi affronto le scelte con un equilibrio tra analisi ed empirismo: valuto più alternative e, attraverso la pratica, comprendo quale sia la direzione migliore.

A.C.
Proseguiamo con il secondo punto: “Il fallimento non esiste”. Il concetto di fallimento cambia da cultura a cultura: in Giappone è spesso vissuto con vergogna, mentre negli Stati Uniti è considerato un passo necessario verso il successo. In Italia la percezione è più complessa, influenzata da una cultura profondamente legata alla tradizione e alla reputazione. Qual è stata la tua esperienza? Hai mai vissuto situazioni che potrebbero essere interpretate come fallimenti? Come hai reagito e cosa ne hai tratto?

E.T.
Premetto di non aver mai affrontato un vero e proprio fallimento d’impresa. Tuttavia, considero il fallimento semplicemente un nome dato agli errori che commettiamo. Gli errori fanno parte della vita e vanno affrontati con lucidità, dignità e trasparenza, soprattutto nei confronti delle le persone coinvolte. Ogni errore è un’esperienza preziosa: ci aiuta a evitare di cadere nelle stesse trappole o di scontrarci con gli stessi ostacoli in futuro.

Per quanto mi riguarda, so che è proprio la difficoltà a darmi la spinta per reagire. Quando tutto procede senza intoppi, tendiamo a rimanere nella nostra zona di comfort. Nei momenti di crisi, invece, si attiva un’energia diversa: una tensione creativa che ci porta a trovare soluzioni che, altrimenti, non avremmo nemmeno preso in considerazione.

A.C.
Concludiamo con il terzo punto del tuo post: “Circondarsi delle persone giuste”, una verità incontestabile. Riesci sempre a trovare persone di valore che ti spingano a “diventare la versione migliore di te”?

 

E.T.

Il tema dei rapporti professionali è fondamentale. Nel mio percorso ho incontrato persone che hanno lasciato un segno positivo, ma anche altre che, indirettamente, mi hanno insegnato a riconoscere dinamiche di cui non fidarsi. Anche da queste esperienze meno fortunate, però, si può trarre un insegnamento prezioso.

Per me è essenziale approcciarsi alle nuove conoscenze con apertura e positività, cercando di comprendere le ambizioni, i sogni e i desideri di chi abbiamo davanti. Credo che il successo di una collaborazione dipenda dalla capacità di creare punti di connessione autentici: quando esiste un terreno comune, i risultati emergono in modo naturale e il percorso condiviso diventa stimolante e gratificante.

Come accade nelle relazioni sentimentali, anche quelle professionali evolvono nel tempo ed importante non considerarle come semplici opportunità da sfruttare, ma occasioni per generare valore reciproco.

A.C.
Ancora in un lungo post recente racconti del tuo arrivo dalla Russia a Milano – città in cui tu e tuo marito non avevate alcun tipo di contato – e poni l’accento sulle difficoltà che avete incontrato, ripagati poi dal successo professionale. Ti chiedo che cosa ti ha spinto a 13 anni di distanza dalla fondazione del tuo Studio, il cui successo è sotto gli occhi di tutti (quadruplicato il fatturato nel 2024) a ripercorrere in un post i vostri passi iniziali? Sembrerebbe quasi che ti sia sentita in qualche modo obbligata – ma ovviamente correggimi se ritieni che io sia completamente fuori strada! – a ri- affermare che il vostro successo non sia stato dovuto alla fortuna ma al moltissimo lavoro fatto con altrettanta determinazione. 

E.T.
Ho scritto quel post prima di tutto per me stessa. Sentivo il bisogno di prendermi una pausa e riflettere sul percorso che ho fatto, perché spesso, immersi nella frenesia del lavoro e delle ambizioni, non ci si accorge di quanta strada si è percorsa.

Da quando, a 18 anni, ho iniziato a lavorare, ho sempre avuto un unico obiettivo: costruire qualcosa di significativo, creare connessioni autentiche, dare forma a un sogno. Dopo aver raggiunto importanti risultati, è stato naturale chiedermi come tutto questo fosse accaduto. Ho provato una sensazione stranissima: dentro di me sentivo ancora quella ragazza piena di entusiasmo, mentre tutto intorno a me era cambiato.

Ad un certo punto credo sia importante fermarsi e dire: “Sì, è successo davvero!”, senza intenti autocelebrativi, ma per dare valore al percorso e comprendere appieno la posizione che si occupa oggi.

Non ho mai vissuto la mia esperienza in Italia con il timore di essere vista come un’estranea, forse perché ho sempre viaggiato molto o forse perché le mie origini “miste” mi hanno dato una naturale apertura verso il mondo. In Italia ho trovato persone accoglienti, che mi hanno fatto sentire a casa fin dal primo momento:

qui mi sono sentita nel posto in cui avrei voluto e dovuto essere.

A.C.
Elena, hai detto: “Se ci chiedessero di descrivere il design in una parola, noi lo chiameremo amore. Perché amore è quello che noi mettiamo in tutto quello che facciamo…”  E ancora, “Un progetto non è altro che un “meccanismo magico”, dove il vero coraggio è quello di sapersi innamorare di uno spazio e trasformarlo per renderlo unico.” Come architetto non posso che concordare con queste affermazioni ma penso anche che, a volte, è lo stesso Cliente a porsi come un ostacolo che impedisce la manifestazione di questo amore da parte del progettista. Ti è mai capitato di rifiutare un lavoro per assoluta incompatibilità di visione con il Cliente?

E.T.
A causa della mia testardaggine in passato faticavo ad accettare l’idea che un professionista potesse non comprendere pienamente le vere necessità di un cliente: progettare, per me, significava innamorarsi dello spazio e della sua essenza, ma anche della persona che lo avrebbe abitato, mettendo al suo servizio la mia competenza per valorizzare al meglio i suoi desideri. Per questo lottavo fino in fondo per ottenere il miglior risultato possibile per tutti.

È ciò che continuo a fare tuttora, con una differenza fondamentale: se, già nella fase iniziale di colloquio con un potenziale Cliente, percepisco richieste che non sono in sintonia con la filosofia del nostro Studio, preferisco suggerire alternative piuttosto che intraprendere un percorso che non porterebbe valore a nessuna delle parti.

Non nascondo che, in alcuni momenti, ho evitato di rifiutare lavori, scegliendo di proseguire nonostante le difficoltà. Ricordo un caso particolarmente complesso: qualche anno fa mi fu affidato il progetto di una grande villa per un Committente che aveva già chiuso in modo burrascoso la collaborazione con quattro architetti. Mi fu consigliato di valutare attentamente se accettare l’incarico o meno, ma, analizzando il potenziale del progetto, decisi di proseguire. Dopo quattro mesi di lavoro intenso, il Cliente si innamorò della mia proposta, ma la gestione del rapporto si rivelò estremamente difficile, al punto da influenzare profondamente il mio benessere, portandomi a perdere peso e a vivere in uno stato di forte stress.

Il design è amore, ma deve essere un amore sano, condiviso e mai vissuto a discapito della propria serenità.

A.C.
Di Gae Aulenti hai detto che apprezzi l’approccio eclettico ed innovativo. Oltre che di architettura, esercitata in un periodo in cui si riteneva che l’architetto fosse una professione prettamente maschile, si è occupata di design, scenografia, non smettendo mai, parallelamente, di interessarsi, alla vita culturale, politica e civile che la circondava. Nel 1978 è stata ritenuta tra le 5 donne più influenti della metropoli lombarda. Senza voler ovviamente fare dei paragoni forzati, ti senti di avere dei punti in comune con lei?

E.T.
Non occorre entrare in profondità nel lavoro di questa grande professionista per capire che si tratta di una persona speciale: basta osservare le foto che la ritraggono per percepire, anche solamente dall’intensità dello sguardo, la sua forza interiore. È questa energia, associata alla determinazione assoluta nel dal forma alle proprie visioni, che mi sento di avere in comune con lei.

È fondamentale per me non rinunciare mai ai sogni ed affrontare le difficoltà senza paura.  Quando mi prefiggo un obiettivo da raggiungere, ho la consapevolezza che non mi fermerò davanti ad alcun ostacolo o limite che mi possa essere imposto lungo il percorso. 

A.C.
Sei stata allieva di Michele De Lucchi al Politecnico di Milano. Quali sono stati i suoi insegnamenti che hai tenuto ben stretti a te?

E.T.
Ho sempre provato un senso di fastidio di fronte alla supponenza di chi si considera l’unico detentore della verità, un atteggiamento che ho riscontrato spesso in alcuni esponenti del mondo dell’architettura e del design.

Michele De Lucchi, per me, è la dimostrazione che si può essere geni assoluti e al tempo stesso profondamente umili. La sua figura mi ha confermato che

esistono persone straordinarie che non sentono il bisogno di ostentare il loro talento, ma lo mettono al servizio del progetto e delle idee.

Ho conosciuto il Maestro quando frequentavo il secondo anno del corso di Interior Design. Ciò che mi ha colpito di De Lucchi è stato il modo in cui comunicava il progetto, la profondità del suo pensiero e la capacità di dare valore a ogni scelta.

A.C.
Sottolinei spesso il concetto che al centro dell’attività di progettazione del tuo Studio c’è la “persona”, con i suoi valori ed il suo stile di vita. Oggi, con il cambiamento di paradigma legato alla sostenibilità e alla coscienza ecologica, ritieni che questo approccio si sia evoluto? In che modo le nuove esigenze ambientali e sociali influenzano il tuo modo di interpretare le richieste dei Clienti?

E.T.
Per quanto condivisibili, i principi alla base della sostenibilità non possono essere affrontati in modo astratto, senza considerare la natura e le caratteristiche delle persone per cui lavoriamo.

Il nostro compito non si limita a integrare soluzioni sostenibili in un progetto, ma comprende anche l’educazione e l’accompagnamento del Cliente verso una maggiore consapevolezza. È un percorso graduale: se una persona parte da un livello basso o intermedio di coscienza ecologica, ci riteniamo soddisfatti se siamo riusciti a farla crescere anche solo di un gradino.

Ciò che conta è non restare fermi, ma favorire un’evoluzione concreta, perché ogni piccolo passo fa la differenza.

A.C.
Se è vero che ciò che si posta sui social sia uno strumento potente per comunicare identità, valori e messaggi chiave, il tuo esordio su Instagram, nel 2012 riporta delle foto che oggi definiremmo “non instagrammabili” e sembrerebbero più frutto di un’urgenza di affermare la tua presenza nella società.  Riporto in ordine cronologico i primi post: il tuo cane Rino, dei semi che non ho identificato, una foto capovolta molto “magrittiana”, un’arancia sezionata, la locandina della mostra personale di Urs Fischer tenutasi a Venezia nel 2012. Quanto di Elena Tomlenova di adesso si percepiva già dalla selezione di quelle immagini?

E.T.
Quelle prime immagini – che non ho mai voluto rimuovere, pur non essendo propriamente ‘instagrammabili’, come hai detto – rappresentavano la mia volontà di sperimentare senza paura di mostrarlo, una caratteristica che ancora oggi mi sostiene. Non erano foto studiate per essere pubblicate né frutto di una strategia: erano frammenti di realtà che osservavo, che catturavano la mia curiosità o mi facevano riflettere. Condividerli sui social è stato un gesto istintivo, naturale.

Non cambierei nessuna di quelle immagini pubblicate, perché raccontano esattamente il momento che stavo vivendo.

Ogni scelta fatta in quegli anni ha contribuito a costruire la realtà in cui vivo oggi.

A.C.
Elena, cos’è per te la felicità?

E.T.
Essere felici significa non perdere mai di vista il senso di riconoscenza: per ogni esperienza che attraversiamo, per ciò da cui siamo stati risparmiati, per i sogni che nutriamo e per la possibilità di inseguirli. Ma, soprattutto, la felicità è condividere questi sogni con chi ci è vicino – la famiglia, gli amici, i colleghi- sentire il loro entusiasmo, sapere che comprendono e sostengono il nostro cammino.

Quando questa condivisione è autentica, quando puoi dire “Lo facciamo insieme” e percepire che gli altri credono in ciò che ami, allora sì, quella è per me la vera felicità.


Anna

a cura di
Annamaria Cassani

ospite
Elena Tomlenova
portrait Tomlenova

ARCHVENTIL

Via Gian Battista Vico, 42, 20123 Milano MI
info@archventil.com

 

immagini
Adriano Pecchio

s f o g l i a l a g a l l e r i a

 


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