Fotografia di Costantino Bedin
Architettura,  Interni,  Residenziale

100% Gian Luca

a cura di Annamaria Cassani

In dialogo con l’architetto faentino Gian Luca Zoli

Foto ritratto di Gian Luca Zoli“Quando progetto penso spesso dove i miei clienti potrebbero fare i pranzi delle Feste o addobbare l’albero di Natale.

E non solo in termini spaziali o di quanti invitati ci si permetterà di ospitare ma soprattutto perché quegli spazi, quel tavolo, sotto quel soffitto si costruiranno i ricordi, le memorie di quella famiglia, qualunque essa sia, già formata o che si va formando […] 

Vorrei sempre che le architetture, quelle fatte bene, quelle fatte per le persone, potessero essere architetture emozionali dove si costruiscono ricordi.

Credo che solo questo sia la vera ricchezza di un’architettura: permettere a tutti di costruire Natività quotidiane”.

Gian Luca Zoli

Annamaria Cassani
Gian Luca, prendo spunto dal titolo di una mostra attualmente in corso a Pistoia: “Io sono un architetto. Ettore Sottsass.” 

Per esperienza diretta riconosco quanto il lavoro possa diventare una parte fortissima dell’identità, soprattutto in un mestiere “totalizzante” quale è quello dell’architetto dove ciò che si esercita non è solo una professione ma un modo di guardare, abitare e interpretare il mondo.

Arrivati a questo punto della nostra storia umana, non pensi che per i creativi possa diventare rischioso identificarsi completamente con il proprio lavoro?

Tu come ti collochi rispetto a questa tensione tra identità e professione?

Gian Luca Zoli
Riconosco che gli uomini, intesi come esseri umani di genere maschile, tendono a identificarsi con il proprio lavoro: è diventato quasi automatico presentarsi con il titolo della professione che si svolge.

A un certo punto della mia vita, però, ho capito che quella formula mi stava stretta e oggi preferisco dire che “faccio l’architetto” e che “sono Gian Luca”, un essere umano in continua ricerca di sé.

L’architettura è una parte importante della mia identità, ma non la esaurisce: ridursi al proprio mestiere significa amputare una parte essenziale della complessità che ci abita.

Per quanto ami profondamente il mio lavoro, esso non coincide con la totalità di ciò che sono.

Riconosco, in chi esercita la nostra professione, una certa inclinazione all’egocentrismo che, tuttavia, a volte può perfino tornare utile, se lo si adopera con consapevolezza.

 Avendo fatto molto teatro, ho imparato che esistono momenti in cui è necessario “entrare nel personaggio”.

Ricordo una presentazione importante che dovevo tenere a Bergamo, anni fa. Ero arrivato in città dopo un viaggio lunghissimo, stanco, con la sensazione di aver esaurito tutte le scorte di energia. Mi sono fermato in un bar e, guardandomi in uno specchio, mi sono detto: “Adesso si va in scena!”.

Non mi sono messo una maschera ma ho attivato una parte di me che conoscevo bene, una risorsa che potevo richiamare ogni volta che serviva.

La differenza sta tutta lì: non farsi travolgere dal personaggio, ma saperlo usare e non confondere l’interpretazione con l’identità.

A.C.
Nei nostri contatti preliminari mi hai detto che la prefazione del tuo libro “Avere una Casa o Essere a Casa” (2015) – oggi fuori catalogo – è ancora oggi il testo di cui sei più fiero. Vorrei partire proprio da lì, soffermandomi su alcuni passaggi che mi hanno colpito, a partire dall’ incipit che ha una forza che non ci aspetta. Riporto testualmente “Era morto mio padre da un anno quando mi sono laureato, con lode, in architettura. Una carriera, quella scolastica, costellata di successi ma anche di grande dedizione, fin dalle scuole inferiori.” 

È un’immagine che apre immediatamente una dimensione intima.

G.L.Z.
Ho scritto la prefazione del libro di getto e, a distanza di undici anni, confermo che rappresenta ancora una delle cose di cui vado più fiero: in quelle pagine sono al 100% Gian Luca.

Non ho mai avuto difficoltà a espormi: fin da piccolo tendevo all’esibizionismo, una caratteristica che oggi mi permette di parlare con naturalezza davanti a una platea sconosciuta.

Il libro è nato dal desiderio di unire due ambiti per me fondamentali: la psicologia bioenergetica e l’architettura.

Il percorso psicoterapeutico personale, a cui accenno nella prefazione, mi aveva aiutato a conoscermi meglio come essere umano e mi aveva spinto a chiedermi che cosa potessi portare, nel mio lavoro di architetto, di tutto ciò che avevo imparato su di me.

Gli strumenti, naturalmente, sono diversi, ma ciò che mi interessa è andare in profondità: ascoltare “davvero” ciò che mi viene detto dal committente e cogliere anche ciò che non viene espresso, attraverso l’osservazione della gestualità, del tono della voce, delle esitazioni.

Sono dettagli che parlano molto più delle parole ed è spesso proprio da lì che emergono gli elementi essenziali per dare forma a un progetto capace di rispecchiare autenticamente chi lo vivrà.

A.C.
Nel 2013 ottieni l’attestato di lettura bioenergetica del corpo. Cosa tratta questa disciplina e perché hai sentito l’esigenza di approfondirla?

G.L.Z.
Ciò che mi ha sempre interessato della bioenergetica è la sua capacità di mettere in discussione un preconcetto molto diffuso: l’idea che il carattere di una persona sia un dato “naturale”. La bioenergetica mostra invece che il carattere — e la corrispondente struttura corporea — si forma nei primi anni di vita ed è il risultato di esperienze più o meno traumatiche ripetute nel tempo.

Secondo questo approccio, il corpo registra queste esperienze e li evidenzia attraverso la postura, la muscolatura, le tensioni.  Come un edificio che conserva tracce delle sollecitazioni subite – ad esempio le crepe che si formano lungo le linee di tensione -, anche il corpo umano manifesta segni riconoscibili: William Reich prima, e poi Alexander Lowen, hanno descritto queste strutture come vere e proprie tipologie caratteriali.

Al termine del corso, questa chiave di lettura mi è risultata particolarmente utile, non tanto per attribuire etichette psicologiche al cliente — cosa che non rientra nelle mie competenze — ma per orientare la mia osservazione: la postura, il modo di occupare lo spazio. la rigidità o la morbidezza dei movimenti, ad esempio, erano segnali che, insieme a ciò che i clienti dicevano, mi permettevano di ipotizzare quale tipologia caratteriale potesse essere predominante in loro e, di conseguenza, immaginare quale tipo di spazio potesse farli sentire più a loro agio.

Oggi non applico più questo metodo in modo sistematico: richiederebbe un allenamento costante, e nella pratica professionale non è sempre possibile.

Mi ha però lasciato un’eredità importante: una maggiore attenzione all’ascolto non verbale che mi permette di cogliere informazioni che il cliente non esprime a parole e che possono risultare fondamentali per il progetto.

A.C.
In una tua biografia presente nel web si legge: “Fin da bambino si appassiona al teatro: prima come attore poi come scenografo e regista. Insieme al Corso, lo sperimentare architetture effimere ed il dirigere la compagnia teatrale, lo porta a ripensare alle implicazioni psicologiche di quanto progetta come architetto”. Approfondiamo?

G.L.Z.
La mia passione per il teatro affonda le radici nell’infanzia. I miei genitori erano insegnanti e mio padre utilizzava il teatro come strumento didattico; con gli studenti delle scuole medie aveva fondato una piccola compagnia che contribuì a diffondere la cultura teatrale nella nostra città, Faenza.

Sono quindi cresciuto letteralmente nel mondo del teatro: venivo portato alle prove e alle rappresentazioni serali, mi addormentavo mentre si provavano Beckett e altri autori.

Ho iniziato a recitare a quattro anni e ho continuato fino a una decina d’anni fa: è qualcosa che ho assorbito per osmosi e, come accade a chi cresce bilingue, il teatro è diventato per me un secondo linguaggio naturale.

Negli anni, oltre a recitare, mi sono occupato anche di regia e scenografia ed è stato proprio quest’ultimo ambito a permettermi di sperimentare piccole architetture effimere, facendomi comprendere a fondo le implicazioni psicologiche dello spazio.

Nel teatro italiano tradizionale, elementi come quinte, fondali e soffitto scenico possono essere movimentati attraverso un sistema di carrucole, e il semplice variare della loro posizione modifica radicalmente la percezione dello spazio e ciò che esso comunica: oppressione o apertura, chiusura o respiro, compressione o dilatazione: è un linguaggio silenzioso che diventa parte integrante del racconto scenico.

Io ho portato queste percezioni nel mio lavoro di architetto:

avevo compreso che lo spazio non produce soltanto un effetto estetico, ma agisce anche sul piano percettivo ed emotivo.

A.C.
Gian Luca, è da qualche tempo che mi chiedo se l’architetto non debba fare un passo indietro: accompagnare il cliente fino alla soglia dei suoi desideri e poi fermarsi, senza forzarli né assecondarli troppo perché, spesso, sono instabili, indotti, talvolta persino ingannevoli e ciò che oggi sembra imprescindibile, un anno dopo può svanire.

Come interpreti questo equilibrio delicato tra i desideri del cliente e la responsabilità del progettista nel guidarli?

G.L.Z.
A questa domanda posso rispondere solo con un “dipende dai casi”.

I miei progetti non prevedono un’estrema personalizzazione e negli interni, in genere, mi fermo alla progettazione degli arredi fissi.

Mi interessa “vestire” l’architettura con pochi elementi forti, perché  quando l’architettura è “solida” può accogliere e sostenere qualsiasi scelta.

Ricordo un lavoro di restauro di qualche anno fa: strutturalmente l’intervento era riuscito molto bene e nonostante i proprietari avessero arredato con mobili della grande distribuzione, tutto funzionava alla perfezione, segno che quando la struttura è davvero forte regge qualsiasi cosa.

Ci sono, però, casi in cui l’architettura è più fragile e ha bisogno di un supporto, qualche elemento decorativo o un po’ di “camouflage”: non eccedo mai, ma se serve per il benessere della persona e per la coerenza del progetto intervengo volentieri con questi piccoli ritocchi.

A volte capita di consegnare una struttura “forte” e vederla poi arredata in modo dissonante: in quei momenti capisco le parole di Frank Lloyd Wright, quando affermava che nelle sue case bisognava togliere tutti i mobili preesistenti perché non funzionavano con la sua architettura.

Su un punto mi trovo molto d’accordo con te: il nostro lavoro ha anche una dimensione educativa. Progettare significa accompagnare il cliente, spiegare le scelte, chiarire cosa risponde ai reali bisogni e cosa invece nasce dai desideri, che sono legittimi ma vanno riconosciuti come tali.

Per questo, se il cliente vuole portarmi su un territorio che non condivido, non cerco il conflitto ma dichiaro apertamente le mie perplessità: è un modo per assumermi la responsabilità del progetto e, allo stesso tempo, segnare un limite.

Oggi, con l’accesso illimitato alle immagini offerte dal web, il lavoro dell’architetto è diventato più complesso:

si tende a parlare subito di stile, anziché di spazio che, invece, è l’elemento primario del progetto.

A.C.
Mi aggancio direttamente alla tua risposta per coinvolgerti in un ulteriore approfondimento. Nella prefazione del tuo libro accenni a clienti per cui hai progettato la “casa della vita”. È un’espressione molto impegnativa ed è per questo che ti chiedo se siamo davvero certi che esista una casa definitiva — una forma stabile che ci accompagna per sempre — o non sarebbe più realistico pensare a “una delle case della vita”, un approdo tra molti, un passaggio dentro un percorso che continua a trasformarsi?

G.L.Z.
In realtà ho constatato che in Romagna esiste ancora l’idea della casa come qualcosa che si sceglie una volta nella vita e che rimane immobile nel tempo.

È un’idea che, come uomo e come architetto, non mi appartiene: nel corso della mia vita ho già cambiato sei case e forse neppure quella in cui vivo ora sarà l’ultima.

La casa, per me, è uno specchio: riflette ciò che siamo in un determinato momento della nostra vita.

E poiché cambiamo continuamente — nei desideri, nelle priorità, nelle fragilità — è naturale che cambino anche le case che abitiamo. A un certo punto dobbiamo lasciarle, ringraziandole per ciò che ci hanno restituito: a volte bellezza, a volte difficoltà, ma sempre un insegnamento.

Ecco perché non credo alla casa definitiva, ma piuttosto a una sequenza di luoghi che ci accompagnano mentre diventiamo ciò che siamo.

A.C.
Hai affermato che la tua soddisfazione più grande, superiore a qualsiasi premio ricevuto, è sentirti dire dai clienti: “in questa casa stiamo bene”. Ma, se l’architetto ha lavorato con rigore e attenzione, il benessere di chi abita uno spazio progettato non dovrebbe essere un esito naturale e, aggiungo, imprescindibile?

Quando questo non accade, tendo a pensare che la responsabilità ricada in gran parte sul progettista, perché non ha interpretato correttamente le esigenze del cliente.

G.L.Z.
Credo che un progetto non funzioni quando i bisogni e i desideri del professionista incaricato finiscono per prevalere su quelli del cliente. È uno dei rischi più grandi del nostro mestiere: se l’architetto rimane impermeabile a ciò che il cliente dice — o non dice — finisce per imporre il proprio ego al posto dell’identità di chi abiterà quello spazio.

Esiste però anche la situazione opposta: ci sono clienti che non cercano un progettista per essere ascoltati, ma per aderire a un’estetica riconoscibile, a un “brand”. In questi casi non chiedono un progetto, chiedono un marchio di appartenenza, uno stile già codificato, replicabile, rassicurante al pari di un oggetto di lusso.

È un meccanismo che conosco bene: alcuni studi costruiscono la loro forza proprio su questa riconoscibilità, e i clienti li scelgono perché vogliono esattamente quel linguaggio, non un progetto su misura.

Esiste infine una terza dinamica, che emerge nel momento in cui il progettista, magari insicuro o frustrato, riempie lo spazio di segni, materiali e soluzioni eccessive: è un modo per mascherare la mancanza di un’idea chiara, un esercizio di stile che sovraccarica l’ambiente invece di costruirlo.

A.C.
Gian Luca, ancora scrivi: “Come tutti gli architetti, mi sono spesso sentito dire che “noi pensiamo solo al bello ma non al funzionale”. È ’innegabile che la progettazione architettonica abbia una componente creativa molto forte, e tutto ciò che è creativo viene spesso percepito come “capriccioso”, come se il progettista fosse più interessato a esprimere sé stesso che a risolvere problemi reali. È un pregiudizio antico. Quando e da dove nasce secondo te?

G.L.Z.
Mi sono formato presso la Facoltà di Architettura di Ferrara, una scuola che introduceva subito all’architettura contemporanea e metteva in stretta relazione progettazione e tecnologia. Con questa impostazione ho capito, fin dal primo trimestre del primo anno accademico, che ogni idea “artistica” ha conseguenze tecnologiche, strutturali e impiantistiche.

Per questo mi irrito quando ancora oggi sento ripetere che gli architetti pensano solo alla forma. Probabilmente è un retaggio degli anni Settanta e Ottanta, e non appartiene alla professione attuale, di cui rivendico il ruolo centrale di regia all’interno di un percorso che inizia con il primo incontro col cliente e termina con i saluti finali, a realizzazione conclusa.

Le pagine di architettura solo teorizzata e non costruita che, nei decenni cui accennavo prima, riempivano le riviste di settore più autorevoli, hanno alimentato l’idea dell’architetto fosse interessato solo alla forma: un’immagine che ha contribuito a un depauperamento della nostra figura professionale e che resiste ancora oggi, soprattutto in provincia.

A.C.
Con il fenomeno dei social è cambiato radicalmente anche il modo in cui i Professionisti — Architetti e Interior Designer — si presentano. Fino a qualche decennio fa le norme deontologiche erano rigidissime: agli Architetti era vietato farsi pubblicità diretta e l’unica concessione era una targa sul citofono. Oggi, invece, li vediamo su TikTok e Instagram quasi come influencer.

Non trovi che questo rischi di banalizzare il mestiere, riducendo un sapere complesso a pochi minuti di intrattenimento, senza restituire minimamente il lavoro, la responsabilità e la profondità che sostengono un progetto?

G.L.Z.
Il mio rapporto con i social è cambiato nel tempo. Oggi sono seguito da uno studio di comunicazione, ma continuo a usarli senza dare “ricette” o risposte facili: preferisco stimolare riflessioni, come faccio nel magazine nel mio sito. È un approccio meno immediato e forse meno “premiante” in termini di numeri, ma più coerente con il mio modo di intendere la professione.

Anch’io sono cresciuto in un contesto in cui ai professionisti era vietato farsi pubblicità diretta: oggi. invece, siamo tutti in “piazza” esponendoci su Instagram, Facebook, TikTok, ecc.

Allo stesso tempo, non posso ignorare il fatto che gli strumenti di comunicazione siano molto cambiati: le nuove generazioni usano la tecnologia in modo naturale, i clienti operano scelte avvalendosi sempre più spesso dell’uso del cellulare e i social sono diventati uno spazio in cui passa una parte del mercato.

Quindi, quello che temo realmente, è che il nostro lavoro si trasformi in una sorta di e‑commerce,

con la conseguente riduzione della complessità di un processo che, come abbiamo già detto, è fatto di ascolto, analisi, studio, …

A.C.
Ritorno all’introduzione del tuo libro e riporto testualmente: “L’architettura è di qualità quando riesce a toccarmi emotivamente”. È un’affermazione dell’architetto svizzero Peter Zumthor, Premio Pritzker 2009. Ora, lungi da me l’idea di polemizzare con un maestro di questa statura, ma non trovi che questa affermazione rischi di essere eccessivamente soggettiva? Dopotutto le emozioni sono ciò che abbiamo di più personale: ciò che commuove una persona può lasciare indifferente un’altra, che porta con sé un vissuto diverso. Condividi totalmente l’affermazione di Zumthor?

G.L.Z.
Per rispondere a questa domanda devo introdurre il concetto di “neuroestetica” una disciplina fondata nei primi anni 2000 da Semir Zeki, un neurobiologo britannico di fama mondiale, professore presso l’University College di Londra.

Zeki, di cui ho seguito un’interessantissima conferenza a Bologna anni fa, ha studiato — attraverso la risonanza magnetica funzionale — come il nostro cervello reagisce agli stimoli estetici, siano essi musicali, architettonici, ecc.

La cosa sorprendente è che, a prescindere da età, genere e background culturale, la risposta cerebrale alla bellezza è sorprendentemente omogenea: in tutti noi si attiva in modo analogo la stessa area del cervello.

Ciò significa che ascoltando un brano di Mozart, ad esempio, la tua reazione, la mia e quella di una persona che si trova dallaltra parte del mondo sono molto più simili di quanto si possa credere.

Certamente l’emozione dipende anche dal momento personale che si sta vivendo, ma esiste una base comune, quasi universale, nella percezione della bellezza: ecco perché condivido totalmente l’affermazione di Zumthor.

A.C.
In uno dei tuoi lavori intervieni su un appartamento degli anni Settanta progettato dall’architetto faentino Filippo Monti. Di lui scrivi che, “benché troppo poco conosciuto, deve essere considerato un maestro dell’architettura italiana contemporanea e ha inciso profondamente sul territorio faentino”. Ne parliamo?
E, a partire da qui, ti chiedo anche se nel tuo percorso hai avuto — o hai tuttora — dei modelli di riferimento, architetti noti o meno noti che senti affini o che ammiri particolarmente.

G.L.Z.
Filippo Monti, scomparso qualche anno fa, pur essendo una figura schiva, lontana dai riflettori, ha avuto il grande merito di aver introdotto l’architettura contemporanea a Faenza, influenzando intere generazioni di architetti.  

Dai suoi lavori emerge una lungimiranza straordinaria, un controllo del dettaglio quasi maniacale ma sempre attraversato da una vena ironica. Monti conosceva profondamente i materiali e li “piegava” alle esigenze del progetto con assoluta libertà e piacere. Ancora oggi basta riguardare le sue soluzioni per ritrovare ispirazione: non è un’esagerazione dire che, per Faenza, Monti ha avuto un ruolo simile a quello di Palladio per Vicenza.

Per quanto riguarda gli altri miei riferimenti, sono rimasto molto legato ai maestri italiani del Novecento: Ignazio Gardella, Franco Albini, Franca Helg. Il mondo milanese, in particolare, continua ad affascinarmi e ogni volta che attraverso la prima periferia di Milano resto colpito da come alcune architetture appaiano ancora oggi di una modernità sorprendente.

Avvicinandoci ai giorni nostri, le mie figure di riferimento si spostano oltre i confini italiani: Peter Zumthor, naturalmente, ma anche Vincent Van Duysen, l’architetto svizzero Valerio Olgiati e David Chipperfield.

A.C.
Nelle pagine del tuo libro emerge una critica molto forte nei confronti della maggior parte degli edifici pubblici e privati che definisci: “indiscutibilmente brutti e psicologicamente depressogeni”. 

Certamente non posso che condividere la tua osservazione e ti chiedo: come ci si dovrebbe muovere in una società in cui le azioni sono mosse dal principio di massimizzazione del profitto? È possibile, secondo te, un efficace cambio di paradigma o il sistema è già eccessivamente compromesso?

G.L.Z.
Tempo fa un’impresa locale mi aveva coinvolto in una lottizzazione già impostata su un disegno standardizzato. Ho provato a proporre un’alternativa al classico “progettino “, dimostrando che si poteva ottenere un’architettura di qualità superiore a parità di costi.

La proposta non è stata accolta, e lì ho capito che non si trattava di un problema economico, ma di percezione.

Non credo che rifugiarsi nell’idea che “la gente vuole quella roba lì” possa giustificare realizzazioni mediocri: la nostra è una tradizione di architettura di pregio e non è un caso che gran parte della popolazione italiana continui a vivere nei centri storici, riconoscendovi la presenza di un’architettura di qualità.

È frustrante constatare che, nonostante la reale necessità di contenere il consumo di suolo, si continui a costruire edifici che non aggiungono nulla in termini di qualità, bellezza o relazione con il contesto

Penso che sia necessario un atto educativo coordinato tra professionisti, operatori del settore e amministrazioni comunali: una volontà condivisa di guardare in faccia alla bruttezza che ci circonda, analizzare la qualità dell’edilizia esistente ed individuare quali edifici siano migliorabili e quali, invece, sacrificabili.

E, da quest’ultimo punto di vista, gli anni ’80 hanno offerto un campionario piuttosto generoso!

 


ospite
Gian Luca Zoli
architetto
Corso Giuseppe Garibaldi 3 48018 Faenza RA
+39 338.7999130 glz@gianlucazoli.it

immagini
Marco Tacchini, Guido Garotti, Stefano Maniero,
Fabio Caverzan, Fabio Liverani


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