Design,  Interviste

Antonio De Antonis: una questione di responsabilità.

a cura di Annamaria Cassani

Una (illuminante) conversazione con il Presidente AIPI, l’Associazione Italiana Professionisti Interior Designers.

Sicuramente molti ricorderanno quel ritornello orecchiabile che, agli inizi degli anni Duemila, divenne un tormentone estivo: “Dammi tre parole, […]”.

Ecco, se dovessimo calare quel gioco di sintesi di contenuti sul profilo del presidente AIPI, le tre parole sarebbero: visione, impegno, responsabilità, espressioni che, a differenza di quelle della canzone, si prestano poco alla leggerezza della musica, ma restituiscono con chiarezza la cifra del suo lavoro istituzionale.

Designer e cittadino del mondo, al suo secondo mandato come presidente AIPI, Antonio De Antonis porta avanti un’attività caratterizzata dall’apertura internazionale e dal rafforzamento dei rapporti con istituzioni e associazioni estere. Il suo ruolo istituzionale non si limita alla rappresentanza: è costruzione di relazioni, consolidamento di reti e dialogo globale, con l’obiettivo di dare alla professione italiana un posto autorevole nel dibattito internazionale sul design d’interni.

Annamaria Cassani
Presidente, possiamo darci del tu?

Antonio De Antonis
Certamente, con piacere!

A.C.
Prima di affrontare i temi legati alla tua presidenza in AIPI, parliamo della dimensione personale che accompagna il tuo ruolo istituzionale?

A.D.
Mi presento brevemente perché preferisco lasciare spazio all’Associazione che rappresento. Sono nato nel 1965 a Londra, dove ho vissuto fino ai dodici anni prima di rientrare in Italia con la mia famiglia. Dopo gli studi e lavoro da dipendente, ho fondato il mio primo studio nel 1993, dedicandomi dapprima alla progettazione di strutture legate all’ospitalità e ristorazione, nel settore che oggi viene chiamato HoReCa.

Sono sposato e padre di due figli, entrambi impegnati in professioni che, in modi diversi, esplorano la dimensione umana: mio figlio studia psicologia e neuroscienze e mia figlia si occupa di cinematografia, mantenendo quella vocazione artistica che io e mia moglie consideriamo parte integrante dell’identità familiare.

Sono un “Interior designer puro” ed opero principalmente nel centro-sud Italia, soprattutto in Abruzzo, dove ha sede il mio Studio, ma una parte significativa della mia carriera si è sviluppata ed è tuttora attiva all’estero. Da quasi trent’anni lavoro in diversi Paesi, dall’Europa centrale ai Paesi Arabi e oggi mantengo partnership in Kazakistan e in Cina, che mi consentono di mantenere un profilo internazionale molto dinamico.

A.C.
Prima della fondazione di AIPI nel 1969 – allora chiamata O.N.A., Ordine Nazionale Arredatori – il progettista d’interni non era riconosciuto come professione autonoma e il suo lavoro veniva spesso assorbito da architetti, arredatori, mobilieri e decoratori. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, la distinzione tra queste figure è davvero chiara o permane confusione tra il pubblico non specializzato?

A.D.
Oggi la figura dell’interior designer è riconosciuta a pieno titolo nel settore edilizio italiano, tradizionalmente fondato sulla distinzione tra geometra, architetto e ingegnere.

Diversamente dal mondo anglosassone, dove la figura è più autonoma e consolidata, in Italia la centralità dell’architetto ha a lungo limitato il riconoscimento della professione.

Tuttavia il settore sta evolvendo: come in campo medico sono nate diverse specializzazioni, anche nell’interior design si sono sviluppate molte declinazioni professionali.

Il successo di programmi televisivi dedicati alla progettazione degli interni dimostra quanto il tema appassioni il grande pubblico, perché riguarda direttamente gli spazi della vita quotidiana.

In questo contesto AIPI svolge un ruolo fondamentale: è l’unica associazione italiana dei professionisti dell’interior design riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico (legge 4/2013), che offre formazione e tutela.

Rimane però difficile, per il pubblico non specializzato, distinguere tra chi realizza semplici composizioni grafiche e chi progetta spazi nella loro complessità tecnica e funzionale.

Un passo decisivo è stato compiuto nell’aprile 2024 con l’ottenimento del codice ATECO 74.13, che definisce le competenze degli interior designer e sancisce il pieno riconoscimento della disciplina.

Il designer, infatti, non è un mero “disegnatore”: coordina squadre di professionisti, artigiani e figure tecniche, orchestrando l’intero processo progettuale.

L’associazione riceve quotidianamente segnalazioni da persone interessate a iscriversi ad AIPI come professionisti, spesso dopo aver frequentato brevi corsi online. Si tratta di ragazzi e signore animati da una grande passione – e la passione è certamente un valore – ma non è sufficiente.

La formazione è infatti il presupposto indispensabile per raggiungere un livello di ingresso che consenta di avviare un percorso professionale serio, fondato sull’esperienza e sulla formazione continua. Senza esperienza, certi lavori non possono essere svolti e senza aggiornamento costante, non si può crescere.

È per questo che AIPI promuove con convinzione la lifelong learning, attraverso le proprie piattaforme. In particolare, con Aroundesign, sviluppata attraverso la società partner SFEERA offriamo percorsi di aggiornamento permanente.

E a tal proposito aggiungo che siamo stati la prima associazione ad introdurre, per iniziativa autonoma, un sistema di crediti formativi per i soci.

Lo abbiamo fatto perché crediamo sia nostro dovere garantire che l’Associato AIPI sia una figura professionale solida e completa, arricchita dall’esperienza maturata grazie alla formazione continua.

A.C.
Dalla sua nascita ad oggi AIPI ha cambiato 7 loghi. Come deve essere interpretate queste variazioni? Adeguamenti ai tempi oppure un continuo perfezionamento nella ricerca di una precisa identità?

A.D.
Il primo logo rifletteva pienamente lo stile degli anni ’70: un segno grafico che oggi appare datato, ma che allora rappresentava l’identità nascente dell’associazione. Con il tempo il nome AIPI è diventato esso stesso un riconoscimento, e tra i loghi più longevi ricordiamo il quinto, caratterizzato dallo sfondo grigio e dalla presenza del colore rosso.

Durante la mia presidenza si è reso necessario un cambiamento, in linea con la tendenza contemporanea alla semplificazione. Abbiamo scelto di mantenere la forma quadrata, ma eliminando lo sfondo grigio: una soluzione che garantiva maggiore versatilità e leggibilità, evitando il rischio che il logo diventasse meno leggibile se applicato su fondi già colorati.

Ogni passaggio non ha segnato una rottura con il passato, bensì un’evoluzione. Anche l’ultimo logo nasce da questa logica: il quadrato resta come simbolo di uno spazio circoscritto, l’interior, ma non è più chiuso. È aperto, perché oggi non parliamo soltanto di interni domestici, ma anche di luoghi di lavoro, di svago e di spazi esterni: in sintesi, di habitat.

A.C.
La timeline pubblicata sul sito dell’Associazione ripercorre con chiarezza la sua evoluzione. Quali sono, secondo te, le conquiste più significative nella storia di AIPI e di cosa, della tua Presidenza vai particolarmente orgoglioso?

A.D.
Per quanto riguarda la mia Presidenza sono particolarmente soddisfatto della spinta verso i rapporti internazionali che ho voluto incrementare, attività che mi è risultata particolarmente congegnale data la mia formazione.

Ovviamente lavoro in costante sinergia con un Consiglio d’Amministrazione fortemente operativo, nel quale mi riconosco più come coordinatore che come presidente, adottando un modello orizzontale delle gerarchie, ispirato alla cultura americana.

Cito solo alcune tappe recenti dell’Associazione e rimando al sito web istituzionale per approfondimenti: nel 2021 AIPI entra nel consiglio d’amministrazione di ECIA, il consiglio europeo degli architetti d’interni e diventa partner ufficiale del NEB New European Bauhaus, istituito dalla European Commission; nel 2023 AIPI diventa membro effettivo del prestigioso EIDD Design for all Europe e firma l’accordo con la Guanghzo Design week di Canton e con la D3 Dubai design district.

È in via di sviluppo il progetto MIA (Mediterranean Interior Architects / designers) di cui AIPI è una delle associazioni promotrici allo scopo di creare una rete di professionisti dell’interior design e dell’architettura d’interni dell’area mediterranea, favorendo scambi culturali, riconoscimenti professionali e collaborazioni transnazionali auspicabilmente con l’egida del Ministero affari esteri.

A.C.
E a livello nazionale?

A.D.
Per quanto riguarda le tappe “interne “di AIPI ho già accennato all’importanza dell’ottenimento del riconoscimento ai sensi della legge 4 2013 quale associazione dci categoria e il far parte del consiglio nazionale di Confcommercio professioni, oltre al nuovo codice ATECO specifico dedicato agli interior designers: tutto questo ha rappresentato un passo decisivo per il riconoscimento della professione all’interno del sistema fiscale e progettuale italiano.

Grazie a questi risultati, i professionisti iscritti ad AIPI possono oggi chiedere l’iscrizione come periti agli albi dei tribunali, diventando Consulenti Tecnici d’Ufficio nelle aree di competenza specifiche. Le loro perizie possono riguardare lavori di ristrutturazioni interne, con l’esclusione, ovviamente, di stime su opere di ingegneria strutturale.

Un altro traguardo importante è stato l’accesso alla piattaforma inPA della pubblica amministrazione, dove gli interior designer AIPI possono presentare i propri servizi e partecipare a incarichi professionali, ad esempio nella progettazione degli spazi interni di scuole e edifici pubblici.

Tengo molto, inoltre, a sottolineare che AIPI è attualmente l’unica associazione al mondo del settore design, a rilasciare tutte le proprie certificazioni in formato digitale tramite badge verificabili su blockchain. Ciò garantisce documenti non alterabili, consultabili da chiunque e provvisti di autenticità certificata. L’obiettivo è garantire la massima trasparenza:

un iscritto AIPI è un professionista qualificato, e le sue competenze sono dimostrabili al pubblico in modo certo e non falsificabile.

A.C.
Quali sono le tematiche che nell’ultimo anno avete affrontato nel corso di eventi e convegni?

A.D.
Ogni anno AIPI organizza la cosiddetta AGO, acronimo di “Assemblea Generale Ordinaria” dei Soci. È un appuntamento che, accanto alle consuete operazioni istituzionali, apre spazi di dialogo e confronto su temi di interesse generale. Lo scorso ottobre, a Riccione, il tema centrale è stato “Benessere ed inclusività”.

Attraverso tavole rotonde, casi studio e testimonianze dirette, il tema è stato affrontato in modo concreto e coinvolgente. Particolarmente significativo è stato l’intervento di una nostra associata Letizia Bonatti, responsabile nazionale aziende, che ha progettato la casa di una ragazza diversamente abile: la stessa protagonista, presente all’evento, ha raccontato con ironia le difficoltà quotidiane generate da soluzioni progettuali pensate “per disabili” ma di fatto difficilmente utilizzabili sottolineando l’importanza della conoscenza e approfondimento della tematica.

Un altro momento di grande impatto è stato l’intervento dell’artista Sally Galotti, associata anch’essa AIPI e molto nota per il suo lavoro negli ospedali pediatrici. Con la sua “umanizzazione pittorica” riesce a trasformare gli ambienti clinici in spazi immaginifici, capaci di aiutare i bambini ricoverati – e i loro genitori – ad affrontare con maggiore serenità esperienze delicate e complesse, esperienza che ha magistralmente raccontato in diretta anche al programma GEO di Rai 3.

A.C.
Introducendo il tema degli ospedali mi hai fatto ricordare che anche l’urbanista Elena Granata, nel libro Il senso delle donne per la città, ha affrontato questo tema dopo averli frequentati a lungo: ha osservato quanto poco accoglienti siano gli spazi di sosta e di attesa, sottolineando la necessità di una progettazione maggiormente orientata all’accoglienza, una posizione condivisibile perché l’esperienza riguarda tutti noi.

A.D.
Certamente. Nel corso dell’ultimo AGO25 a Riccione, nell’ambito della tematica “Benessere ed inclusività”, la collega Carmela Palumbo, delegata AIPI per la regione Sicilia, ha presentato un case study significativo: il progetto per le aree d’attesa dell’ospedale Umberto I di Siracusa.

 L’intervento, apparentemente semplice, si è ispirato al concetto di design biofilico, introducendo il verde all’interno degli spazi con una parete vegetale che ha trasformato l’ambiente.

I risultati, documentati anche da interviste e video, mostrano come le persone si sentano meglio durante le lunghe ore trascorse nell’attesa di notizie sui propri cari.

Questi interventi dimostrano quanto il design possa incidere sul benessere quotidiano. È questa la responsabilità dei professionisti dell’interior design: essere la connessione tra persone, industria e pubblica amministrazione, portando valori concreti per progettare spazi intorno alle persone.

Negli ambienti pubblici, gli archetipi tradizionali hanno ormai superato il loro tempo; oggi la priorità è pensare al benessere degli individui. Con poco si può fare molto, ed è questo l’impegno che l’Associazione porta avanti.

A.C.
Nei nostri contatti preliminari mi accennavi ad un progetto di respiro internazionale cui tenevi particolarmente e che ti ha visto tra i protagonisti di un convegno tenutosi a Tallinn nell’ottobre scorso.   

A.D.
Dallo scorso maggio faccio parte del direttivo di EIDD – Design for All Europe, una carica cui tenevo moltissimo.

Si tratta di una federazione che riunisce 42 organizzazioni affiliate in 17 paesi europei e 3 paesi extraeuropei, nata nel 1993 a Dublino come European Institute for Design and Disability, con l’obiettivo di promuovere il design inclusivo e migliorare la qualità della vita attraverso il “Design for All”.

La mia esigenza di approfondire queste tematiche nasce qualche anno fa, quando, nel corso di una tavola rotonda organizzata a Torino dall’“Agenda della Disabilità”, sono rimasto colpito da una frase, cuore della Dichiarazione di Stoccolma del 2004, documento programmatico di EIDD: “Good design enables, bad design disables” (Un buon design abilita, un cattivo design disabilita).

Da allora ho intrapreso una riflessione profonda sul ruolo dell’interior designer come figura capace di incidere sulla vita delle persone attraverso gli ambienti in cui vivono, lavorano, crescono e trascorrono la maggior parte del loro tempo.

Secondo i dati della World Health Organization, il 95% del nostro tempo si svolge in spazi interni, di cui l’89% in ambienti che frequentiamo quotidianamente e restante negli spostamenti. Se a questo aggiungiamo che oggi nel mondo ci sono circa 1,5 miliardi di persone sopra i 60 anni e che, secondo le stime, nel 2050 saranno oltre 2,5 miliardi, mi sento di affermare che progettare spazi solo a misura di una popolazione giovane o standardizzata sia un atto di negligenza.

Occorre immaginare ambienti capaci di rispondere alle esigenze di una società che sarà sempre più rappresentata da persone anziane.

L’ingresso in questa organizzazione ha rafforzato la mia convinzione che “design for all” non significhi progettazione per la disabilità in senso stretto, ma progettazione per tutte le persone, con tutte le loro differenze: fisiche, culturali e sociali. Il concetto di disabilità deve essere ampliato, perché non riguarda soltanto chi si trovi costretto a muoversi su una sedia a rotelle, ma chiunque nel corso della vita sperimenti condizioni, anche non permanenti, che richiedano adattamento.

Pensiamo, ad esempio, a chi, anche solo temporaneamente, non sia in grado di deambulare se non con l’ausilio di supporti: quante abitazioni sarebbero davvero pronte ad accogliere e sostenere questa condizione con spazi e attrezzature adeguate?

È proprio in questo scenario che emerge la grande responsabilità che il progettista di interni è chiamato ad assumersi:

immaginare e realizzare spazi capaci di adattarsi a una società che cambia rapidamente e che diventa sempre più complessa.

A.C.
L’intelligenza artificiale può rappresentare una minaccia per la professione del progettista d’interni?

A.D.
Non ho paura dell’intelligenza artificiale: come ogni nuova tecnologia inizialmente genera timori, in questo caso alimentati anche da una certa cinematografia.

Ritengo che sia fondamentale conoscerla e governarla e l’Associazione si sta impegnando in percorsi di educazione e confronto con i propri partner istituzionali, perché servono regole chiare che tutelino professionisti e consumatori.

Nel lavoro del progettista d’interni l’AI è un valido aiuto per restituire immagini e ambientazioni realistiche sempre più richieste (un tempo impensabile quando si lavorava al tecnigrafo “tirando” le linee con il rapidograph su fogli da lucido e correggendo gli errori con la lametta da barba!)   ma rimango convinto che il cuore della professione sia insostituibile: il progettista vive materialmente i cantieri, dialoga con le maestranze e si occupa del costruito.

Oggi l’intelligenza artificiale non può subentrare in questa dimensione concreta. Certo, alcune professioni più legate alla comunicazione o al design grafico stanno già subendo contraccolpi, ma per l’architettura e l’interior design l’AI è uno strumento utile, al pari dei vari software CAD o di modellazione 3D.

A.C.
In conclusione, Antonio, come vedi il futuro della professione del progettista d’interni?

A.D.
Ogni anno AIPI partecipa a ricerche di grande rilievo con Fondazione Symbola, POLI.design, Deloitte, ADI.

Gli ultimi dati diffusi raccontano un settore in forte crescita e un avvicinamento sempre più marcato alla figura specifica dell’interior designer, che comprende molte declinazioni: dal retail all’exhibit, fino al product e alla grafica necessari per un approccio olistico alla professione.

In Italia, anche una larga parte degli architetti si dedica all’interior design, confermando la centralità di questa disciplina che, inclusiva e trasversale per natura, ha davanti a sé un futuro straordinario.

AIPI e la sua comunità lavora ogni giorno per renderlo possibile.

A.C.

Grazie Presidente.


a cura di
Annamaria Cassani

ospite
ANTONIO DE ANTONIS
Presidente AIPI

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AIPI
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