Studio Duesette: gli oggetti nomadi.
a cura di Annamaria Cassani
“Il buon design è il meno design possibile” (Dieter Rams)
Quando ho avviato la videochiamata con Elisa Ciucciovè, architetto, e Giorgio Di Cesare, designer, ho avuto un’immediata sensazione di familiarità. Conoscevo già la loro casa, l’avevo osservata e pubblicata in un servizio precedente. Eppure, la mia impressione non si spiegava solo con la memoria delle immagini.
La risposta è arrivata poco dopo: alle loro spalle, appeso alla parete, si trovava uno specchio convesso: la sua forma e il modo in cui inglobava l’intero spazio hanno attivato una sorta di “associazione libera” e mi sono ritrovata, quasi 600 anni dopo, ad occupare virtualmente, oltre lo schermo, la medesima posizione di Jan van Eyck mentre dipingeva il celebre “Ritratto dei coniugi Arnolfini”.
In un certo senso, la dinamica era la stessa: se Van Eyck aveva rappresentato una coppia attraverso la pittura, utilizzando la luce, la prospettiva e i riflessi per costruire un racconto, io mi accingevo a farlo con la scrittura.
A.C.
Elisa e Giorgio, come nasce il vostro sodalizio professionale?
Duesette
Nasce come naturale conseguenza del nostro sodalizio sentimentale, allietato dalla nascita di due figli che impegnano una gran parte delle nostre energie perché sono entrambi ancora molto piccoli.
Per una serie di coincidenze ci siamo trovati, nel periodo universitario, a condividere per sei mesi un alloggio ad Ascoli Piceno; ci incontravamo raramente perché avevano orari e impegni diversi. Una volta chiusa l’esperienza, ci siamo ritrovati due anni dopo in occasione della laurea di un’amica comune.
Ci siamo frequentati a distanza per tre anni e in questo periodo abbiamo avuto esperienze lavorative diverse – e qualcuna anche insoddisfacente! -, finché anche Giorgio ha deciso di stabilirsi in territorio marchigiano. Dopo un breve esperienza lavorativa presso il medesimo studio d’architettura, nel 2018 abbiamo, coraggiosamente, deciso di avviare la nostra attività autonoma, una scelta favorita anche dall’affidamento di incarichi professionali che ci hanno consentito di “sganciarci” da stage e collaborazioni con altri studi.

A.C.
Cosa comporta, nel vostro caso, essere una coppia nel lavoro e nella vita?
Duesette
Fin da subito abbiamo percepito una forte sinergia tra di noi; la nostra visione estetica e progettuale era – e continua a essere – talmente simile che non abbiamo mai avuto bisogno di molte parole per comprenderci. Proprio questo aspetto, nonostante i dubbi e le incertezze iniziali, ci ha spinto a intraprendere insieme il nostro percorso professionale.
Le difficoltà non sono mancate e abbiamo attraversato una fase di rodaggio, durante la quale ci sono stati anche momenti di sconforto. Tuttavia, con il tempo, siamo riusciti a trovare un equilibrio che ci ha permesso di distinguere la vita professionale da quella familiare. Ovviamente ogni momento di libertà che ci lasciano i bambini è un’opportunità per parlare di lavoro.
Ma questo non ci pesa perché è una passione condivisa e, col tempo, si è delineata una naturale suddivisione dei ruoli dovuta alle nostre competenze, diverse e complementari.




A.C.
Mi sbaglio nel pensare che nel vostro approccio al design convivano due anime, solo apparentemente in contraddizione? Da un lato, una visione che sintetizzate nel vostro manifesto, “LESS IS BEAUTIFUL”, che fa riferimento a un design in cui la bellezza risiede nell’essenzialità, nell’uso equilibrato dello spazio e nella riduzione del superfluo. Dall’altro, un design di tipo narrativo, in cui forme e dettagli sono pensati per suscitare una risposta emotiva e stimolare l’immaginazione.
Duesette
Non solo non sbagli ma, anzi, potremmo dire che le anime del nostro approccio al design siano persino più di due.
Il principio di LESS IS BEAUTIFUL nasce dalla convinzione che la “sottrazione” sia un valore: un design minimale può essere funzionale, accessibile ed esteticamente apprezzabile; tuttavia, la sola essenzialità non basta: negli oggetti e negli spazi si deve riconoscere un’anima che deve raccontare qualcosa.
È un aspetto su cui riflettiamo e discutiamo spesso, perché crediamo che la narrazione debba essere parte integrante del progetto.
Questa ricerca è il pilastro del nostro processo creativo nel design del prodotto: ogni dettaglio deve contribuire a una storia.
Nella progettazione degli spazi, invece, ci risulta più difficile infondere la dimensione narrativa perché molto dipende dal confronto con il Committente. Detto ciò, anche quando i vincoli sono più stringenti, cerchiamo sempre di inserire nella progettazione architettonica almeno un elemento che sappia comunicare, evocare ed emozionare.

A.C.
Restiamo sul tema del design narrativo. La mia percezione dell’orologio con cui Giorgio ha vinto nel 2010 il contest Swatch MTV Playground è cambiata dopo averne scoperto il racconto: si è creato immediatamente un legame che ha richiamato altrettanti ricordi familiari. Tuttavia, la mia esperienza come utente finale mi porta a sottolineare che raramente queste storie arrivano davvero al pubblico. Approfondiamo?
Duesette (Giorgio)
Molti consumatori, soprattutto quelli abituati ad acquistare presso la grande distribuzione, si dimostrano interessati unicamente all’oggetto in sé ed al suo costo; a chi può interessare conoscere la storia di un tavolino venduto al prezzo di 50 euro?
Soffermiamoci sull’esempio del mio orologio che hai citato nella domanda: hai iniziato ad apprezzarlo esteticamente e quando hai scoperto che quei cerchi riportati sul quadrante e sul cinturino altro non erano che la stilizzazione dei gomitoli di lana che le mie nonne usavano per realizzare le cosiddette “babbucce abruzzesi”, allora hai iniziato a desiderarlo perché, come mi hai detto, ti avevano ricordato i tempi in cui tua nonna materna ti insegnava a lavorare con l’uncinetto.
Ma per arrivare a questo risultato ti sei dovuta informare, leggere, considerare il contesto e pochi sono interessati a fare questo percorso anche perché certe descrizioni sintetiche del prodotto non aiutano a trasmettere al consumatore tutto il suo valore, soprattutto là dove ci siano anche importanti innovazioni tecniche.
L’argomento è complesso e meriterebbe una trattazione a parte ma, in estrema sintesi, mi sento di dire che la sfida per il design sia quella di trovare un equilibrio ideale tra estetica, funzione e racconto.
Un buon esempio di sintesi tra estetica e narrazione è rappresentato dall’attività di comunicazione di Apple.
La forza di questa azienda non risiede solo nella qualità dei prodotti ma anche nella capacità di raccontare una storia: dalla figura di Steve Jobs, alla creazione dei MacBook Unibody – con video che mostrano il processo produttivo – Apple è riuscita a costruire un racconto che va oltre il prodotto stesso e lo rende desiderabile.
Nel mondo del design, purtroppo, accade spesso che al pubblico non arrivi una comunicazione corretta e su questo argomento mi associo al pensiero del designer Mario Alessiani là dove sostiene che il design deve essere qualcosa comprensibile da tutti e in tutti i suoi aspetti, compresi quelli tecnici: solo così si potrà apprezzare davvero.
Credo che la comunità del design, dell’arte e dell’architettura debba lavorare su questo aspetto: uscire da un mondo “specializzato” e cercare di comunicare in modo che tutti, non solo gli appassionati, possano capire e apprezzare ciò che viene prodotto, senza perdere la profondità e la cultura che dovrebbe essere alla base di ogni progetto.


A.C.
Sul vostro sito web avete menzionato l’importanza del fattore “empatia” nella vostra professione. In che modo cercate di stabilire un legame emotivo tra le vostre realizzazioni nel settore del product design e un pubblico che, inevitabilmente, rimane anonimo?
Duesette
Il fattore “empatia” è l’argomento che accende ancora discussioni tra di noi, che nascono nel momento in cui ci accorgiamo che stiamo cadendo nella trappola del “se piace a noi piacerà a tutti!”: l’esperienza ci ha insegnato che sull’argomento non esiste convinzione più depistante.
Come cerchiamo di stabilire un legame emotivo con i nostri prodotti?
Gran parte del nostro lavoro si basa sulla ricerca di archetipi e gestualità universali; facciamo in modo che i nostri progetti facciano leva su gesti condivisi, appartenenti alla memoria collettiva, per far sì che si possa stabilire con essi un legame emotivo immediato.
Ad esempio, nel caso di TREE, il termoarredo elettrico disegnato per SCIROCCO H [vincitore ARCHIPRODUCTS DESIGN AWARDS 2024, categoria finiture – n.d.r.] abbiamo proposto la nostra personale interpretazione di una forma familiare, l’albero-attaccapanni: pur essendo ideale per il bagno, dove diventa un pratico supporto per asciugamani e accappatoi, il suo design “nomade” lo rende facilmente trasportabile in qualsiasi punto della casa, adattandosi alle diverse esigenze degli ambienti.
Il concetto di nomadismo degli oggetti è qualcosa che riflette appieno il nostro approccio ai progetti:
ci affascinano gli oggetti che non siano vincolati a un unico luogo ma che possono “viaggiare” con i loro proprietari, nel tempo e nello spazio.
Sempre per SCIROCCO H abbiamo progettato ROPE, un altro termoarredo che rientra perfettamente in questa visione.


A.C.
A questo punto parliamo proprio del termoarredo ROPE, ispirato al design nautico, con il quale nel 2023 avete vinto la terza edizione del Design Warm Contest indetto dall’azienda SCIROCCO H. Qual è la genesi di questo progetto?
Duesette
Ci eravamo già avvicinati al mondo dei termoarredi ma l’argomento del contest era molto specifico: si trattava di progettare uno scaldasalviette elettrico per l’ambiente nautico.
Abbiamo iniziato, come sempre, con un’intensa fase di ricerca, esplorando il mondo delle imbarcazioni per comprenderne le dinamiche e gli elementi iconici, che abbiamo individuato nella “cima” e nella “bitta”, due oggetti universali nel mondo nautico, presenti su ogni tipo di imbarcazione, che sia a vela o a motore. Il loro valore simbolico e funzionale ci è apparso subito fortissimo: erano archetipi, richiamavano gesti familiari e appartenevano ad una memoria condivisa.
Abbiamo interpretato la “cima” come un tubo flessibile a maglie metalliche contenente una resistenza elettrica e rivestito esternamente in tessuto; la “bitta” è un gancio a forma di T che può essere realizzato sia in metallo che in legno, e conserva la funzione di ancoraggio per la cima-elemento radiante.
In questo momento ROPE è in fase d’ingegnerizzazione.


A.C.
Qual è la motivazione che vi spinge a partecipare frequentemente ai concorsi di progettazione?
Duesette (Giorgio)
In realtà le motivazioni sono più d’una e dipendono dal tipo di concorso: se promosso da un’azienda, rappresenta l’opportunità per entrare in contatto diretto con il mondo della produzione da cui può, magari, nascere una collaborazione duratura.
In altri casi rappresenta una sfida personale e professionale, un’occasione per migliorare il nostro portfolio ed ottenere maggiore visibilità.
Ormai siamo diventati dei veri esperti nell’ottimizzazione dei tempi di redazione degli elaborati richiesti dai bandi e quando ci troviamo a svolgere lavori di routine poco interessanti cerchiamo di tenere in allenamento la nostra creatività partecipando a qualche contest: è un’occasione per svolgere attività di ricerca, per testare le nostre idee e confrontarci con i lavori di altri progettisti su temi specifici, per migliorare le nostre capacità di sintesi e anche per mettere in discussione noi stessi attraverso una buona dose di autocritica cui ci sottoponiamo quando non otteniamo il risultato sperato.
Partecipare a concorsi ci ha salvati dal tedio del confinamento, nel 2020, quando tutto il mondo si è fermato a causo della pandemia da Covid-19: la solitudine e la difficoltà del periodo si sono trasformate in un’opportunità di crescita professionale.
Aggiungo, anche, che partecipare ai concorsi, e soprattutto vincerli, è stato per me un’importante rivalsa contro lo scetticismo dilagante nell’ambiente accademico che ho frequentato, spesso intriso di pregiudizi sull’argomento. Ricordo ancora l’emozione provata nel leggere la lettera inviatami da Swatch nell’ottobre del 2010, nella quale veniva comunicata la mia vittoria: è stata una vera e propria “botta di consapevolezza”, un’iniezione di autostima e fiducia nelle mie capacità che mi ha consentito, tra l’altro, di affrontare il percorso verso la laurea magistrale con un approccio più indipendente e determinato.

A.C.
Nel libro “Te lo do io il design” (2024) di Marisa Fumagalli, viene, tra le altre, riportata un’intervista allo storico delle idee Gianluca Montinaro, che critica una certa categoria di designer con queste parole:
“Tutti presi dall’idea di creare bellezza, i designer dell’assurdo non si accorgono di produrre – peraltro in serie – oggetti parainutili. Oggetti che, non rispondendo ai bisogni per i quali sono stati creati, sono in realtà un monumento alla stupidità” (pag. 63-64).
Mi chiedo se, forse, questa affermazione non contenga una certa dose di inconsapevole ingenuità: in realtà il designer è solo una delle molteplici figure coinvolte nel processo produttivo e, spesso, con un ruolo non così centrale per le aziende che, comunque, si sentono in diritto di modificare i progetti secondo le proprie necessità e preferenze. Qual è la vostra opinione in merito?
Duesette
Condividiamo le tue osservazioni ma comprendiamo anche da quale disagio possano scaturire le affermazioni di Gianluca Montinaro. Certamente il design, così come l’architettura, è una disciplina che coinvolge molteplici figure professionali.
Spesso, le maestranze di cantiere – elettricisti, idraulici, falegnami, posatori, – tendono a percepire l’architetto come distante dall’aspetto esecutivo dei lavori, perché il suo ruolo si “limita” alla progettazione, lasciando la risoluzione dei problemi pratici agli esecutori. Questo crea la falsa impressione che l’architetto sia “fuori dalla realtà” o addirittura, che sia una figura professionale caratterizzata da una certa dose, consentici il termine, di “stupidità”.
Anche il mondo del design non è immune da questa percezione perché a fronte di professionisti che lavorano in modo consapevole, partendo dai vincoli tecnici e produttivi per sviluppare progetti realmente efficaci e funzionali, ce ne sono altri, meno attenti, il cui ego prevale sulla qualità del progetto.
In questi casi, il rischio è che il design venga ridotto a una mera operazione di marketing, in cui aziende e progettisti poco lungimiranti si influenzano a vicenda, dando vita a prodotti scadenti, sia dal punto di vista funzionale che comunicativo.
Il vero problema è che questi prodotti “parainutili” vengono comunque celebrati in contesti prestigiosi, contribuendo a diffondere una percezione distorta del design.


A.C.
In risposta alla call di KEEP LIFE – un brand che produce oggetti di design realizzati con materiale riciclato ottenuto dal riutilizzo dei gusci della frutta secca – avete proposto “BOOM”, un vaso da fiori a forma di bomba capovolta: di fatto, avete trasformato un’arma di distruzione di massa in un oggetto conservatore di vita.
Pensate che il design possa o debba farsi carico anche di questo tipo di messaggio?
Duesette
Noi pensiamo che il design non sia l’ambito ideale da cui trasmettere questi tipi di messaggi, che potrebbero essere più connaturati al mondo dell’arte, a meno che le aziende stesse se ne vogliano far carico spinte da esigenze insite nel loro DNA.
Il racconto che sta alle spalle di BOOM, però, è un po’ diverso. Nel febbraio del 2022, ad una settimana dalla data prefissata per la consegna della proposta per KEEP LIFE (un oggetto di design a tema libero), ci siamo trovati privi di idee convincenti, probabilmente distratti anche da altre priorità del momento.
Proprio in quei giorni, il 24 febbraio, scoppia il conflitto tra Russia e Ucraina che ci ha tragicamente colto impreparati: immediatamente quel cubo, un campione di materiale compatto, che da settimane avevamo sotto gli occhi e dal quale dovevamo ricavare l’oggetto, è diventato lo strumento per dichiarare, con urgenza, il nostro sgomento e la nostra speranza.


A.C.
Per ultimo una domanda che mi piace fare spesso perché mi dà modo di soffermare, con sguardo diverso, l’attenzione su alcuni prodotti: quale oggetto “contemporaneo” di design ha destato ultimamente il vostro interesse e curiosità?
Duesette
In realtà ce ne sarebbero parecchi da elencare, ma ci limitiamo solo a tre.
Iniziamo con la lampada Mayday che Konstantin Grcic ha disegnato per Flos più di una ventina d’anni fa. Il polipropilene del diffusore è realizzato con lo scarto industriale ed è una lampada che si può usare in diverse situazioni (e qui ritorniamo sul discorso degli oggetti “nomadi” a noi caro), in appoggio oppure sospesa perché dotata di un gancio/maniglia con funzione anche di avvolgicavo. Pur essendo diventata ormai un’icona del design è ancora proposta ad un costo “democratico”.
Proseguiamo con la premiatissima OTO Chair una sedia in plastica riciclata disegnata da Alessandro Stabile e Martinelli Venezia per il marchio One To One. È una seduta molto interessante perché è prodotta in un unico stampo e i vari pezzi (seduta, gambe e schienale) sono imballati separatamente in una confezione realizzata in polpa di cellulosa (il materiale riciclabile con cui si realizzano le confezioni delle uova); il montaggio non richiede elementi metallici ed è facilmente smaltibile e riciclabile perché realizzata con un unico materiale.
Per ultimo vogliamo citare la maniglia BOOLE che Odo Fioravanti ha disegnato per DND e che nasce “semplicemente” dall’intersezione di due cilindri metallici. DND è un’azienda che apprezziamo non solo per i prodotti ma anche per la gestione della comunicazione. Da qualche anno, la direzione artistica è affidata a Giulio Iacchetti, il cui approccio al design apprezziamo molto, così come quello di Matteo Ragni.


A.C.
Girovagando per il web mi sono imbattuta in un aforisma che più o meno recita così: “Se i sogni che avete nel cassetto non vi spaventano significa che non sono abbastanza grandi”. Cosa c’è nel vostro cassetto?
Duesette
Ci sono taccuini ricchi di disegni, appunti, idee che vorremmo sviluppare. Ci piacerebbe, e contemporaneamente ci intimorisce, assumere la direzione artistica di alcune realtà aziendali che, pur possedendo un know-how interessante, non riescono ad esprimere pienamente il loro potenziale.
Ma, per questo, abbiamo bisogno ancora di un po’ di tempo.
A.C.
E noi vi aspetteremo, Elisa e Giorgio.

a cura di
Annamaria Cassani
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STUDIO DUESETTE
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