Architettura,  Recensioni

Affetti (effetti?) personali. L’architettura per aforismi

a cura di Riccardo E. Grassi

Un libro da leggere per restare svegli. La recensione

Che cosa sia passato per la mente ad Alessandro Mauro (Phd in “Progetto architettonico e analisi urbana” presso S.D.S. d’Architettura dell’Università di Catania e tanto altro come opportunamente ci informa il risvolto di copertina) di raccogliere detti, motti e confessioni su colleghi, architettura, arti ed aree limitrofe, ebbene mi piacerebbe proprio saperlo.

Soprattutto: come si fa a non invidiare tale decisione? Ci vuole un fisico bestiale, come dice la canzone, una pazienza certosina, una resistenza atletica e uno sguardo infallibile per piluccare in ogni dove (libri, giornali, interviste, ecc.) il materiale umano e intellettuale e poi disporre in fila indiana il migliaio di pensieri inseriti in queste pagine (“Tra virgolette” – 1500 aforismi sull’architettura – LetteraVentidue Edizioni).

Dopo aver passato in rassegna la prima ventina di pagine vien da attribuirgli lo stesso pensiero che, molti anni fa, Aldo Busi dedicò a un libro che aveva per le mani “si legge non per vedere come va a finire ma nella speranza che non finisca mai”.

La prima annotazione riguarda la composizione del testo, ordinato in 49 argomenti dove “Architetti e architettura” se ne prendono ben cinque (giustamente considerando il titolo). Cominciamo bene, con la prima stoccata: “Metti tre architetti in una stanza e otterrai cinque pareri” (Roy Lewis, scrittore e giornalista britannico).

Ѐ da notare che il “tarlo” che ha felicemente scavato nelle giornate del Curatore permettendogli di raccogliere tutti questi “fatti e misfatti” ha avuto un precedente: il testo infatti è il completamento di quanto pubblicato sedici anni prima sullo stesso tema.

Inizialmente ho pensato che vi fossero riferiti pensieri e parole di personaggi “del mestiere” che disquisivano su colleghi (nel bene o nel male). Al contrario, e questa è l’altra caratteristica del libro, Mauro chiama in causa figure “trasversali”, anche allargando di molto le maglie, che hanno avuto modo di manifestare opinioni sull’argomento. Quindi sentiamo le voci di filosofi (P. Feyerabend, L. Wittgenstein), letterati (E. Pound, O. Wilde, G. Apollinaire); stilisti (C. Chanel, G. Armani); comici (M. Marchesi, E. Flaiano); cineasti (O. Welles, F. Fellini) solo per dire alcuni.

Un cesto di prelibatezze frutto della prodigalità del Curatore: ben 322 pagine, un incrocio tra ontologia e cosmologia (ho esagerato?) che racconta la disciplina e i suoi protagonisti. 

Autori, però, che spesso si ha l’impressione che certe asserzioni le abbiano “buttate lì”: “Solo due categorie creano: Dio e i parrucchieri” (Adolf Loos, architetto). Massimo Bottura, cuoco: “Etica ed estetica sono una cosa sola: il Bello senza il Buono non è bello per niente. E il Buono senza il Bello ha bisogno del Bello per recapitare il suo messaggio”.

Inoltrandomi tra le pagine mi sono chiesto se l’aforisma contenga una vaga sfumatura terapeutica:

perché apre una voragine, sì, ma si incarica talvolta anche di risolverla, facendo cioè venire i dubbi e con ciò invitando altri a rispondere sul tema appena sollevato. O no?

Che dire dell’Urbanistica? Lasciamo la parola a Milan Bestic, scrittore serbo: “I fallimenti della pianificazione urbana sono stati corretti dall’artiglieria”. E del percorso di studi? Ugo Rosa, architetto, esprime la sua idea: “La prosa dei professori di architettura pullula di invisibili punti esclamativi, mentre difetta di punti interrogativi”.

Mi lasciano un po’ perplesso le citazioni di Rem Koolhaas (ben 10) forse più preoccupato di fare la star che l’archi: “I vagabondi sono i clienti ideali dell’architettura odierna: costantemente bisognosi di un riparo e di igiene, veri amanti del sole e degli spazi aperti, indifferenti alla dottrina architettonica e alla struttura formale”.

Non c’è dubbio che Alessandro Mauro sia ricercatore curioso, scrupoloso, uno che procede “boots on the ground”; ha qualcosa che si avvicina (per stare in tema di costruzioni) al carotaggio: la capacità di scavare (scovare?) nel mestiere per allietarci e interrogarci.

L’aforisma possiede il minuzioso rispetto dei dettagli che ne caratterizzano la vena narrativa (poetica?) fondata su un culto lenticolare della parola: precisa, allusiva, concreta, irriverente, talvolta ironica, più spesso caustica, mordace. E, mi chiedo, in qualche modo, sottotraccia, anche profetica?

Aleggia, su tutto, la lieve consapevolezza o forse il bizzarro piacere che, leggendoli, s’affacci la certezza che non vi siano più certezze: il capitolo “Bellezza-Bruttezza” lo certifica. Dice Antoni Regulski: “Come è facile trovare la felicità nel cattivo gusto”. E di sponda ecco F. Purini: “Il brutto non è altro che l’apparenza del bello futuro”. Si può continuare con la sezione “Varie” e con A. Campo Baeza, secondo il quale: “Un cattivo architetto con un buon fotografo è un ipocrita. Un buon architetto con un cattivo fotografo è un imbecille”. Mi trasmettono qualche perplessità le parole di F. Tàvora: “Quanto più locale, più universale”. Sembra di scorgere un po’ di attrito nelle righe di Ugo Rosa: “Non tutti gli architetti di successo sono pessimi architetti ma tutti hanno successo per pessime ragioni”. Sarà. Ma in questo rincorrersi del “tutto ed il contrario di tutto” forse una certezza ce la fornisce Voltaire con delicata ironia e modestia: “Chiedete al rospo che cosa sia la bellezza e vi risponderà che è la femmina del rospo”.

Il Curatore è preda di un gusto per il nomadismo intellettuale e critico che gli ha permesso in questi anni di muoversi come un capitano di Corvetta su una rotta che tocca 49 attracchi diversi, tante sono le destinazioni del testo: lo immagino ogni mattina pronto a partire, secondo un amato rituale, e poi impaziente di approdare.

Impareggiabile l’inserto “Burocrazia” che, se riferito all’Italia, ha qualcosa della betise flaubertiana, un intreccio tra luogo comune e stupidità. Eccone un esempio: “Se hai un problema che deve essere risolto da una burocrazia, ti conviene cambiare problema” (Arthur Bloch, scrittore statunitense). Richard L. Harkness, giornalista americano, un po’ caustico non ci conforta: “Dicesi Commissione un gruppo di svogliati, selezionati da un gruppo di incapaci, per il disbrigo di qualcosa d’inutile”. E chiudo con quello che mi piace considerare un mostro sacro dell’ironia: “Speculazione edilizia. Area jacta est” (Marcello Marchesi, scrittore umorista).

L’aforisma contiene (involontariamente?) un inno all’immortalità, sia per chi ne è bersaglio, sia per l’autore.

Per ragioni opposte l’uno e l’altro sopravvivranno a virus o disastri climatici, grazie alla nostra memoria. O a questo libro.

Rileggendo il frasario (perché un paio di volte non bastano) spuntano le illusioni (allusioni?) nascoste dietro le ideologie, le utopie, i grandi pensieri che qualcun altro, qualche pagina dopo, fa notare con altre sfaccettature sollevando una certa vacuità sulle certezze, o una tenera crudeltà con cui ciascun autore cerca di difendersi. In taluni casi, nell’esuberante profusione di giudizi e opinioni che inseguono (anche un po’ forzatamente) l’originalità, il rischio è che può capitare, senza alcuna colpa del Curatore è ovvio, che ci scappi l’effetto delle frasi tipo “Baci Perugina” che, vista la notorietà degli autori, possono assumere i contorni di una qualche forma di verità. Ma, che dire? Così è la vita.

L’aforisma, mi vien da pensare, è come il sogno o un film: percorre un tempo a lui proprio, profondamente diverso da quello della vita esteriore,

più lento o più veloce, e poi, terminato l’effetto “eclatante” dell’apparire e meravigliare, si deposita in noi e ci interroga. E’ giusto o sbagliato? E’ vero oppure no? Ognuno deciderà se dormirci su, girare pagina, replicare mentalmente, condividere quel fotogramma in attesa del prossimo.

In taluni casi queste frasi hanno il sapore della “resa dei conti”. Cosa pensare di questa, per esempio? F. Lloyd Wright su Le Corbusier: “Adesso che ha finito un edificio, andrà a scrivere quattro libri che lo riguardano”. Oppure Manfredo Tafuri su Carlo Scarpa: “Un maestro di età bizantina casualmente vissuto nel XX secolo”.  Ancora uno tra le decine proposte, è C. Norberg-Schulz a parlare: “Aldo Rossi definisce razionale la sua architettura, il termine è appropriato se vuoi indicare l’assenza completa di caratteri vitali”. L’aforisma, se avevamo dei dubbi il Curatore ci aiuta a comprendere meglio, rimane uno specchio deformante dei nostri vizi e, più raramente, delle nostre piccole virtù. Ha al suo interno una natura iconoclasta, trasgressiva, a volte spudorata che riaffiora come una palla che venga spinta giù nell’acqua.

Gli autori, inutile dirlo, hanno un curriculum che li ha abituati a stare sulla scena: tra loro si fanno reciprocamente notare i tic o le manie, le scempiaggini ma anche le benemerenze.

Alessandro Mauro, instancabile, si destreggia fra pensieri da massimi sistemi e lo fa attingendo ad una riserva di energia remota che non l’ha abbandonato per anni. Alla fine ti ritrovi tra le mani uno spicilegio che sembra suggerirci, ironicamente, l’elogio della parzialità, dove tutte (o quasi) le prospettive sono soggettive e ciascun autore porta se stesso nel compito che si è assunto: la frase che ha detto o scritto.

Rimane, questo, un libro che funziona da viatico per conoscere, porsi dei dubbi o, come un piatto gourmet, per abbandonarsi al godimento. Tra le pagine si possono trovare “affetti personali”, gli autori che ami, o il loro contrario. Talvolta osservi l’aforisma tra l’incuriosito ed il meravigliato come davanti ad un fiore raro che solo a fine lettura capisci se è un cactus o un profumato, delicato gelsomino.

I 49 argomenti, ciascuno più o meno denso di voci, sconfinano anche in territori limitrofi: Lusso, Ragione e sentimento, Bellezza-bruttezza, Insegnamento, Linguaggio, Nuovo e antico … solo per dirne alcuni. Sono il completamento, una sorta di chiusura del cerchio, dei propositi del Curatore che trova anche il contraltare di certe schegge, come con Ennio Flaiano che ci chiarisce “Quando la Scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà ai poeti mischiare daccapo le carte”. Oppure con un prosaico, ironico Nicola Piovani “Ragionare con la pancia è come cantare con il culo”. Pino Caruso, attore, è simpaticamente in ansia: “Il passato non mi preoccupa: i danni che doveva fare li ha fatti; mi preoccupa il futuro, che li deve ancora fare”.

Un libro così non si può divorare. Va consumato per briciole, distribuito nei giorni, perché l’aforisma è una frenata nell’accelerazione della vita, vibra di colore, calore o di gelo.

Lo sa bene Mauro che pesca fin nei secoli passati: l’aforisma non invecchia, non viene aggredito dalla muffa, se ne sta lì, nel tempo, rintanato, pronto a balzare da dietro la sua apparente quiete, disponibile come l’uovo fresco di giornata. È una sintesi di parole e senso, bella o brutta che sia, che mi ricorda il pensiero di Gaston Bachelard riguardo alle miniature: “Non rimpicciolisce il mondo, ma lo concentra”.

Una nota editoriale è doverosa; ho trovato la soluzione davvero intelligente e molto pratica per il risvolto di copertina: si può tagliare con le forbici e utilizzarlo come segnalibro senza procurare danni al volume. Ogni volta che lo apriamo dove ci eravamo fermati incontreremo F. Lloyd Wright con la sua parola impressa: “I medici possono nascondere i loro errori con la terra, gli avvocati con le carte e gli architetti possono consigliare di mettere piante”.

Mi rimane solo un timido punto interrogativo. Dalla costellazione di autori citati non ne ho scorti un paio che probabilmente potevano aver detto qualcosa riguardo al tema del libro: Matteo Thun, Gillo Dorfles e l’ultimamente onnipresente Carlo Ratti.

Ma per tutto questo c’è tempo: aspettiamo Alessandro Mauro con la prossima edizione. Chissà.


ospite
ALESSANDRO MAURO
architetto

LETTERAVENTIDUE EDIZIONI S.R.L.
Via Luigi Spagna, 50P 96100 Siracusa
tel/fax +39 0931.1851612 – press@letteraventidue.com

immagini courtesy
LETTERAVENTIDUE EDIZIONI


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