FABIO RIAUDO: quel bisogno ancestrale di contatto.
a cura di Annamaria Cassani
Una conversazione con l’artista che esplora le relazioni umane attraverso la grafica tradizionale.
Ho conosciuto Fabio una domenica del settembre scorso, in occasione di un faticoso, ma piacevole, tour de force attraverso vari paesi del Monferrato sedi di “GERMINALE – Monferrato Art Fest”, una rassegna annuale di arte contemporanea itinerante e diffusa.
L’incisore piemontese, classe 1993, era presente all’interno di un progetto di Residenza d’Artista nei locali dell’ex farmacia storica di Cocconato, un piccolo paese dell’astigiano arroccato sulle colline, incluso nell’elenco dei Borghi più Belli d’Italia.
Non nascondo – non me ne voglia l’artista! – che nonostante fosse già abbondantemente passata mezz’ora dall’orario indicato per l’apertura, sono rimasta serenamente in attesa di visitare i locali dell’ex farmacia, più per la curiosità di vedere i mobili e gli affreschi originari che vi si conservavano che per conoscere chi vi stesse lavorando in quei giorni.
Non immaginavo che gli antichi elementi d’arredo e i decori parietali sarebbero passati in secondo piano una volta viste le opere di Fabio Riaudo che “sono arrivate” là dove probabilmente l’artista si augurava che arrivassero: a toccare le corde più profonde del cuore.
E non è, forse, proprio questo il compito dell’arte?

Annamaria Cassani
Fabio, come è iniziato il tuo percorso di incisore? Cosa ti ha spinto verso questa forma d’arte?
Fabio Riaudo
Non ricordo un momento preciso cui far risalire la nascita del mio interesse per la grafica. Posso dire certamente di essere rimasto sempre affascinato da un’incisione presente nella casa della mia infanzia e che conservo tuttora: è uno di quei dettagli che, pur senza un motivo apparente, rimangono impressi nella mente e ti accompagnano nel tempo.
Durante gli anni del liceo artistico ho coltivato il mio interesse per il disegno, ma ciò che mi affascinava maggiormente non erano le “campiture”, bensì il “segno” grafico: la linea, il tratto. Questo interesse iniziale si è sviluppato lentamente, evolvendosi in una vera passione solo dopo il triennio all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, incentrato sull’acquisizione delle tecniche grafiche fondamentali.
Il mio percorso è proseguito con il biennio specialistico in grafica d’arte: è in questo periodo che ho avuto modo di consolidare ed applicare alla disciplina una visione più personale.
Nel 2021, ho completato la mia formazione accademica con un anno di specializzazione presso la Fondazione Il Bisonte di Firenze, una scuola d’eccellenza nel campo della grafica d’arte.

A.C.
Confesso che, nonostante i miei studi artistici, non riesco a memorizzare la differenza tra le diverse tecniche di incisione: puntasecca, bulino, acquaforte, acquatinta, xilografia, linoleografia, ecc. Ci descrivi quelle che utilizzi?
F.R.
Io utilizzo principalmente l’acquaforte, il bulino e la punta secca. L’acquaforte è la tecnica che impiego maggiormente: si tratta di un’incisione “indiretta” che prevede l’uso di un acido per “mordere” la superficie della lastra metallica nelle aree dove l’incisore ha rimosso la vernice protettiva che ha precedentemente applicato. La profondità dei solchi dipende dal tempo di immersione della lastra nell’acido. Dopo questa fase, si rimuove completamente la vernice protettiva e si procede con l’inchiostrazione e la stampa con la pressa.
Il bulino e la punta secca sono tecniche simili, poiché entrambe richiedono l’incisione diretta della lastra con strumenti dalla punta in metallo, che consentono incisioni molto precise: nel caso del bulino, il metallo viene rimosso in piccole porzioni, creando tratti netti e definiti, mentre nella tecnica della punta secca il metallo viene semplicemente spostato sui bordi, creando le cosiddette “barbe”, che conferiscono alla stampa un effetto fumoso, morbido.

A.C.
Ho la percezione che l’incisione sia vista come una forma artistica meno “preziosa” rispetto alla pittura o alla scultura, principalmente perché associata alla sua riproducibilità. Approfondiamo l’argomento?
F.R.
Le tecniche grafiche tradizionali sono nate proprio per rispondere all’esigenza di riproduzione delle opere, in un’epoca priva degli attuali strumenti tecnologici. Io apprezzo molto la possibilità di realizzare un’opera “in tiratura”, poiché mi permette di conservare almeno una copia del mio lavoro, un aspetto che per un artista è estremamente gratificante.
Va riconosciuto che, nel contesto del mercato dell’arte, la possibilità di produrre più copie di un’opera comporta inevitabilmente una riduzione del suo valore. Questo fenomeno è comprensibile, in quanto la riproducibilità rende l’opera più accessibile.
Purtroppo, in Italia, la grafica tradizionale, quella realizzata con lastra e carta, è spesso marginalizzata nel mercato dell’arte, a differenza di quanto accade in altre regioni geografiche, come il Nord Europa o l’Oriente, dove gode di maggiore considerazione. Nel nostro Paese, molti incisori di talento sono costretti a dedicarsi all’insegnamento, spesso come soluzione alternativa all’attività artistica. Detto ciò, non voglio essere frainteso: considero l’insegnamento una professione stimolante tanto che mi sto attivando per riuscire ad entrare anche in questo mondo.


A.C.
In che modo la grafica tradizionale potrebbe, secondo te, acquisire una posizione meno marginale nel panorama artistico generale?
F.R.
Penso che per rilanciare la grafica tradizionale nel mercato odierno sia necessario adottare un approccio più contemporaneo. Non parlo necessariamente di opere uniche, ma di un modo diverso di concepire e applicare la tecnica. Ci sono artisti di rilevanza internazionale come Anselm Kiefer, che nella sua recente mostra “Angeli Caduti” a Palazzo Strozzi di Firenze, ha esposto xilografie di grandissime dimensioni (di circa 6-7 metri). Un altro esempio è Nicola Samorì, un artista italiano che ha utilizzato il monotipo su grande formato: in questa tecnica si lavora su una lastra esclusivamente con inchiostro e si stampa una sola volta perché l’immagine riprodotta è destinata a svanire o a cambiare dopo la prima impressione, rendendo impossibile produrre una seconda copia identica.
Anche il progetto su tela che ho realizzato nella mia ultima residenza d’artista è stato un tentativo di lavorare in modo più contemporaneo, e ho ottenuto riscontri positivi.

A.C.
Che tipo di tecnica hai usato per questo lavoro?
F.R.
Si tratta di una tecnica che definisco semplicemente “mista”, per la quale mi sono ispirato a due artisti conosciuti presso la Fondazione Il Bisonte: con un rullo distribuisco un inchiostro tipografico a base di olio su matrici xilografiche, linoleografiche o realizzate con materiali misti. Successivamente, le imprimo sulla tela in modo molto libero, seguendo un’idea che ho in mente, ma senza alcuna pre-visione del risultato.
La sto sperimentando dal luglio scorso, con l’occasione di una residenza d’artista presso la Crag Gallery di Torino.
A.C.
A proposito di utilizzare le tecniche grafiche in modo molto libero, ho notato che, sia durante il nostro incontro sia nei contenuti che si trovano su di te nel web, precisi sempre che il tuo lavoro non prevede schizzi preparatori. Puoi parlarci del rischio e della libertà che questo metodo comporta? La necessità di chiarirlo nasconde forse la paura di essere meno compreso?
F.R.
Non considero rischioso questo approccio alla grafica, tutt’altro: per me è una scelta necessaria per preservare quella che definisco “freschezza” creativa.
L’improvvisazione è un aspetto fondamentale del mio lavoro, perché mi consente di restare aperto alle possibilità che emergono durante il processo.
Non sono interessato alla metodica realizzazione di numerosi bozzetti per arrivare ad un risultato ideale, che può comunque rivelarsi insoddisfacente.
Preferisco farmi guidare dall’intuizione, dall’energia del momento, proprio come accade nell’improvvisazione musicale o in alcune performance pittoriche. Sebbene i progetti prendano forma nella mia mente, non li definisco completamente in ogni dettaglio: lascio spazio all’evoluzione spontanea dell’opera mentre la realizzo.
Tengo molto a precisare questo mio approccio, perché per me rappresenta una modalità autentica e libera di esprimermi.
Non ho paura di essere frainteso, anzi, voglio che sia chiaro che il mio lavoro nasce da un dialogo diretto tra idea, mano e materia, senza passare attraverso il filtro di un progetto rigido o prestabilito.

A.C.
Non è raro vedere che ad un certo punto della loro carriera famosi personaggi appartenenti al mondo della musica o del cinema si dedichino, taluni anche con successo, ad altre forme artistiche, quali pittura e scultura. Ho letto che sei anche musicista. Quali delle due passioni è nata per prima? Esistono affinità tra i ritmi musicali e i segni che tracci nelle tue opere?
F.R.
Musica e grafica appartengono allo stesso nucleo creativo della mia personalità. Ho iniziato a suonare la chitarra a undici anni, orientandomi verso l’heavy metal, un genere che riconosco condividere almeno due aspetti con la mia pratica di incisore. Il primo è l’improvvisazione: sebbene più centrale in generi come il jazz, anche nell’heavy metal – soprattutto nei concerti dal vivo – c’è una componente spontanea che consente ai musicisti di interagire dinamicamente con il pubblico.
Il secondo aspetto in comune è la cupezza che permea le sonorità e l’estetica dell’heavy metal, e che si ritrova nelle mie opere grafiche, a seguito della mia propensione ad esprimermi attraverso forti contrasti chiaroscurali.
Da qualche anno non suono più: come ogni forma d’arte, anche la musica richiede tempo e dedizione per essere praticata a certi livelli, e ultimamente sono totalmente immerso nel lavoro grafico, soprattutto quello su tela.

A.C.
Recentemente ho letto l’opinione di un personaggio pubblico che sosteneva che i designer, più che cercare il consenso del pubblico, ovvero i fruitori finali dei loro progetti, siano interessati a ottenere l’approvazione dei colleghi. Secondo te, accade lo stesso anche nel mondo dell’arte? Come pensi – o come ti auguri – che il pubblico reagisca ai tuoi lavori, specialmente in relazione ai messaggi sulla fragilità delle relazioni umane?
F.R.
Nel mondo dell’arte, la ricerca dell’approvazione da parte dei colleghi o il desiderio di assecondare i gusti dei galleristi può portare a contaminazioni o snaturamenti del proprio linguaggio espressivo.
Questo rischio si manifesta quando un artista, nel tentativo di conformarsi alle aspettative altrui, sacrifica la propria autenticità, a scapito della valorizzazione del suo vero io creativo.
Ho ben presente il percorso di un mio compagno d’accademia, Arvin Golrokh : anche lui è autore di opere dall’atmosfera “cupa”, ma ha saputo rimanere fedele al proprio stile, con coerenza ed integrità e oggi è un artista affermato, capace di conquistare il pubblico senza tradire la propria visione.
Analogamente, anch’io scelgo di restare sordo ai suggerimenti che mi vorrebbero spingere a realizzare opere con contrasti meno marcati.
In realtà, ciò che desidero trasmettere attraverso il mio lavoro è un profondo messaggio d’ amore e fiducia nelle relazioni umane. Questi temi prendono forma nei miei paesaggi urbani notturni, nei quali sprazzi di luce rendono visibili torri o pilastri che immagino essere persone legate tra loro da fili sottili che si intrecciano:
sono simboli di vita, connessione, speranza.


A.C.
Mi aggancio all’ultima parte della tua risposta per citare testualmente la prima fase che compare nella home del tuo sito web: “Luoghi urbani scaturiscono dalla mia mente come architetture che sovvertono la tradizionale percezione dello spazio, ambienti bui in cui ritrovo la mia intimità”. Qual è il tuo rapporto con la città?
F.R.
Il mio rapporto con la città è ambivalente: non è solo un luogo fisico, ma anche uno spazio simbolico. Da un lato, rappresenta un contesto fondamentale per il mio lavoro, che si focalizza sulle dinamiche sociali. La città, infatti, è il teatro ideale per esplorare i rapporti umani, poiché è qui che le interazioni e le tensioni della società si intrecciano e si manifestano con maggiore intensità. Attraverso la mia ricerca, indago i legami, la necessità di contatto con l’altro, e il modo in cui le strutture sociali influenzano le relazioni interpersonali. In questo senso, la città diventa un potente simbolo per raccontare queste tematiche universali.
Dall’altro lato, la città incarna anche il valore dell’individuo. Le sue strutture architettoniche, che nei miei disegni assumono forme distorte, diventano una metafora delle persone che la abitano.
Raffiguro gli edifici come personaggi che interagiscono tra loro, cercando di rappresentare l’importanza e la complessità delle relazioni che si creano tra gli individui.
Anche nell’opera che ho realizzato durante la mia ultima residenza d’Artista – Legàmi-, pur non trattandosi di un contesto urbano, ho esplorato un tema analogo: ho rappresentato una vigna in cui i tipici pali, uniti da un filo – una citazione dell’artista sarda Maria Lai – simboleggiano persone e i legami che le uniscono.
A.C.
A partire dal 2017 ad oggi hai ricevuto per il tuo lavoro premi e borse di studio. Nell’ottobre scorso hai ottenuto il primo posto alla 38 esima edizione del Premio Fibrenus – Carnello Carte ad Arte.
Quali opportunità ti hanno offerto queste esperienze? Quanto sono importanti? Te lo chiede perché negli ultimi anni il mondo del design ha visto una proliferazione di nuovi premi che hanno alimentato un dibattito sul valore e sulla necessità di alcuni di essi.
F.R.
I concorsi dedicati esclusivamente agli incisori sono pochi, ed è per questo che considero fondamentale parteciparvi. Vincere, per me, è ancora più importante, non solo per il valore simbolico, ma perché mi permette di arricchire il mio curriculum e rafforzare la mia candidatura come insegnante presso le accademie.


A.C.
A distanza di qualche mese come giudichi l’esperienza della Residenza d’Artista del settembre scorso, a Cocconato? Pensi che questi programmi, diffusi a livello mondiale, rappresentino davvero occasioni preziose per sviluppare la propria pratica artistica? Te lo chiedo perché, probabilmente, non riuscirei a esprimere la mia creatività progettuale in condizioni che percepisco quasi di “cattività”.
F.R.
Poiché non ho ancora stabilito una sede fissa per il mio atelier non sono particolarmente legato al senso di familiarità che mi potrebbe derivare dal lavorare in uno spazio specifico. L’esperienza della Residenza d’Artista a Cocconato è stata molto positiva, complice se vuoi anche l’inserimento del progetto all’interno della rassegna “Germinale-Monferrato Art Fest”. È stata una buona occasione non solo di confronto con altri artisti in residenza, ma anche per farmi conoscere direttamente dal pubblico che visitava lo spazio adibito sia a laboratorio che ad esposizione delle mie opere.
A.C.
Fabio, ti riconosci più in uno stile figurativo o astratto?
F.R.
Mi muovo contemporaneamente in entrambi gli ambiti. Non sono soggetto ai cosiddetti “periodi” di unità stilistica che caratterizzano alcuni artisti. Piuttosto, scelgo di alternare approcci diversi, a seconda del tema o dell’idea che voglio esplorare in un determinato momento. La mia ricerca artistica non si limita a un solo linguaggio, ma si arricchisce della libertà di affrontare le due modalità espressive senza vincoli.


A.C.
Detto ciò, come dobbiamo interpretare i lavori in cui appare chiaramente un filo rosso, opere che ho avuto il piacere di ammirare dal vivo?
F.R.
Il filo rosso rappresenta l’estrema sintesi di ciò che in altre mie opere appare come una città: è una metafora visiva dell’essenza stessa della persona. La sua colorazione intensa, volutamente pensata per farlo emergere in un contesto di grigi e toni spenti, è una scelta mirata a evocare la forza vitale che distingue l’individuo da tutto ciò che lo circonda, inerte e privo di vita. È un simbolo di energia e di presenza ed è un tema su cui sto ancora lavorando.

A.C.
Chi sono gli artisti che destano o hanno destato la tua ammirazione?
F.R.
Inizio col citare Hans Ruedi Giger, un artista svizzero dall’attività poliedrica, noto anche per aver creato l’iconico aspetto dell’alieno protagonista della saga Alien.
Proseguo con l’austriaco Alfred Kubin, scomparso alla fine degli anni ‘50 e considerato uno dei più importanti illustratori moderni: sono sempre rimasto attratto dal suo immaginario visivo e dalla sua grafica suggestiva, caratterizzata da un’atmosfera cupa.
E ancora: Giovanni Battista Piranesi, Gianfranco Ferroni e Stanley William Hayter.
Quest’ultimo è stato per me il più grande riferimento dal punto di vista della grafica; è stato un grande innovatore da un punto di vista tecnico ed il suo approccio grafico ha influenzato molto il mio tratto.
In tempi più recenti ho apprezzato molto il lavoro Pavlo Makov, l’artista che nel 2022 ha rappresentato l’Ucraina alla Biennale d’Arte di Venezia: con il suo lavoro grafico, e anche quello di tipo installativo, affronta tematiche sociali, politiche ed ecologiche.


A.C.
Fabio, non hai citato Escher!
F.R.
Non è nell’elenco dei miei preferiti, ma è innegabile che abbia influenzato un po’ tutti noi!

A.C.
Qual è la tua visione del futuro? Se tu fossi costretto a sintetizzarlo in una tua opera, cosa rappresenteresti in questo momento?
F.R.
Lo rappresenterei con un’opera che in realtà ho già realizzato nel 2023, un’acquaforte dal titolo “UNO” nella quale, attraverso un turbinio di segni, ho voluto rappresentare un “tornado”, che immaginavo potersi placare solo con il soddisfacimento di quello che ritengo essere un bisogno umano ancestrale: la ricerca di un contatto e di un senso di appartenenza.
Poiché non mi sembra che l’umanità stia andando in questa direzione, la speranza che proietto sul futuro è quella di poter contribuire, attraverso il mio lavoro artistico, a rendere il mondo un posto migliore.

Annamaria Cassani
ospite
FABIO RIAUDO
friaudomail@gmail.com
immaginì
Fabio Riaudo
Annamaria Cassani
s f o g l i a l a g a l l e r i a


