Design

Se questo è un … portauovo.

a cura di Riccardo E. Grassi

Un volumetto illustrato riassume i lavori ed il pensiero sul design di Giovanni Innella, con un contributo di Marco Petroni.

Il libro ci racconta i lavori, gl’inconsueti percorsi e la concezione che Giovanni Innella ha del design. O, meglio, li fa raccontare, per interposta persona e con profondità di intenti, a venti “colleghi” che negli anni si sono frequentemente confrontati con lui su questa materia e sui lavori/oggetti che sono via via nati dalla sua matita e dalle idee che, per felice contaminazione, sono state realizzate. È un’operazione curiosa che richiama quel ch’è successo, negli ultimi anni, ai cantanti: il featuring, le collaborazioni di più mani per la realizzazione di un album. In questo senso un ulteriore e ben strutturato contributo viene anche da Marco Petroni, teorico e critico del design nonché docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Ecco quindi “Il design e il suo doppio” (Giovanni Innella e Marco Petroni – Postmedia Books), un testo che raccoglie e riassume il suo pensiero.

Il titolo non può che riportare alla mente quanto proclamato da Antonin Artaud, poeta e commediografo francese, nella sua raccolta di saggi “Le théatre et son Double” in cui si confrontava con le convenzioni teatrali allora vigenti tentando un approccio alternativo se non, talora, anche critico. E soprattutto con l’intendimento di far vivere un’esperienza “sensoriale” allo spettatore, più ancora che privilegiare gli aspetti strettamente “letterari” tipici della messa in scena dei copioni.

Il sistema progettuale di Innella sembra quindi preferire tale lettura del “doppio”:

una natura alternativa, la sua, che si fa testimone di zone meno frequentate dell’esistere come solo appartenenti al “contesto design”, una direzione situata alla frontiera di molte discipline. Lo dimostrano anche le “incursioni” dialettiche dei colleghi di cui accennavamo: qualche italiano, tra i quali Tommaso Bovo, e molti stranieri che dissodano e coltivano con Innella il terreno comune di un design “multidisciplinare”: Craig Bremner, Barbara Visser, Rim Albahrani, Vittorio Venezia, Domitilla Dardi, solo per dirne alcuni.

Le illustrazioni che completano il libro ci aiutano a “leggere tra le righe” dei lavori dell’Autore: Design Skins, ad esempio, è una serie “di superfici in silicone formate attorno ad oggetti. Questa tecnica rappresenta un’alternativa alla fotografia: l’opera è infatti una rappresentazione veritiera dell’oggetto cui si riferisce, in cui le tre dimensioni sono sviluppate in ampiezza, permettendo all’osservatore di vedere l’intero oggetto nello stesso momento” (p. 285).

Per l’Autore l’idea del “doppio” ha radici lontane, a partire dal 2008, e si organizza all’interno della Design Academy Eindhoven:

lo scopo è di esplorare la rappresentazione, la retorica e le dinamiche dell’industria del design.

Da lì in poi è stato tutto un evolvere, stratificare, allontanarsi (magari con ironia) ma poi riprendere il cammino.

Il titolo del libro, verrebbe da dire, esibisce un’ispirazione anti-cartesiana e gioca non solo con l’ortodossia della disciplina del design, spostandone gli indicatori su altri campi e altre modalità, ma anzi propone un’idea in tutto “religiosa”, nel senso più proficuo dell’etimologia: un design legato anche a stimoli provenienti da altri campi, da altre arti.

Prendiamo a prestito qualche riga della Postfazione: “la figura del designer critico non utilizza più un unico sistema comunicativo, ma è multimediale: la scrittura, i video, la tecnologia, la musica, la grafica, i dati scientifici, sono tutti strumenti legittimi per un tipo di design che non contempla più solo gli elementi formali degli oggetti come unico o principale medium comunicativo”.

Ecco, se vogliamo è proprio questo aspetto che un po’ ci disorienta: non più solo oggetti/prodotti per un pubblico alla ricerca di idee originali, creative, da poter fruire nel quotidiano ma

un design che vorrebbe “promuovere spunti di riflessione rispetto al mondo del consumo e della produzione”.

Girando le pagine scopriamo le fotografie. E sono anche queste (o soprattutto queste) ad informarci sulla trasversalità delle idee di Innella che forse è solo sfiorato ma certamente sollecitato da una vague surrealista. È un battitore libero, a sentire quanto ci raccontano i “colleghi” che imbastiscono i testi e coi quali ha molteplici intersezioni intellettuali e lavorative, che possiamo immaginare situato alla frontiera di più discipline ma con il potente sostrato del design.

È interessante lo scritto di Louise Schouwenberg in cui, tra le altre considerazioni, si sostiene che oltre “il 75% del catalogo annuale Ikea è composto da oggetti completamente generati al computer”. È un dato che in qualche modo fa riflettere sul ruolo che deve avere, d’ora in poi, il designer: cosa dobbiamo aspettarci, come sarà “rivista e corretta” la sua creatività (ci sarà?), come potrà differenziarsi da un’intelligenza artificiale ormai pervasiva.

Forse una strada è proprio quella intrapresa da Innella, dove gli oggetti, quando ci sono, fanno parte di uno scenario:

l’oggetto/prodotto più che servire per “fare qualcosa” vive in una performance che trascura la (consumata?) idea di forma e funzione.

Così si spiega, per esempio, la fig.16 (p.159): si tratta di un allestimento in cui nove stampanti digitali, poste di fianco una all’altra e anche incolonnate, si “animano, si scuotono, richiamano a volte lo tsunami di Fukushima, a volte la città di Tokyo che si sveglia, l’estrazione di gas nei pozzi in Quatar, il procedere delle metaniere nell’Oceano, il capitale che si sposta”. Ecco, di nuovo, lo spirito che struttura i suoi lavori: dobbiamo parlare di azione artistica, esibizione, arte performativa, una continua metafora che si avvale della messa in scena. Così è concepito il “Cambiavalute”, opera del 2014, che vede la figura di un uomo o una donna sovrapposta a cartemonete da 5 o 20 euro: il testo ci spiega che si tratta di “un’installazione interattiva, progettata con Tal Drori … per il Maxxi di Roma, in cui i visitatori possono inserire le proprie banconote in una stampante e riceverle restituite con illustrazioni sovrapposte” (p.287).

Nel libro talvolta ci si imbatte anche in oggetti: la sedia Burkina chair, il tavolo Rolling Stone oppure i vasi Corredo: interessanti realizzazioni che sembrano appartenere all’universo delle eccezioni per Innella, più orientato alla dimensione “artistica” delle sue proposte che non al più “logico” (e conosciuto) ambito della disciplina del design.


Sì, dobbiamo fare anche questo sforzo: immaginare.


Ci si può chiedere come queste sue opere potrebbero accedere alle nostre vite, stare nei nostri giorni, perché qui il design è opera (e storia) a parte. E poi considerare come un personaggio come Innella scelga di riempire le omissioni: entra nelle nostre giornate come un calendario a sé.

Questo libro riassume, dell’Autore, una visione in forma di intuizioni e anche di parole: si tratta di accettare la caduta d’ogni certezza di quanto s’immaginava essere il design (per come lo conosciamo o lo abbiamo conosciuto).

Il suo lavoro appare allora come una sorta di “miliario”: ti dice dove siamo arrivati, che siamo per strada, che dobbiamo o possiamo fermarci, che sull’orizzonte compare anche altro.

Seguendo le sue partiture progettuali ad un certo punto ti chiedi se oltre ad aderire alle sue performances, non si debba rivisitare persino il linguaggio; cioè, per esempio, prendendo a prestito e parafrasando anche il famoso titolo d’un nobile libro, sovvertendolo e proponendo il nome d’un nuovo oggetto: se questo è un portauovo. Ti chiedi se ti stia mettendo alla prova, vedere come reagisci, se puoi ammettere, come fa lui, che esista un’altra versione, un’anticipazione. Non sorprenderebbe.

Il suo lavoro sembra assomigliare alle scale “alla Escher”: non è un rapido, comodo ascensore, nemmeno ha i confortanti e concreti gradini degli edifici residenziali.

Mentre si percorrono le pagine ci si rende conto dell’uso diverso che l’Autore fa della “materia design”.

A tal proposito ci torna in mente un aneddoto che aveva coinvolto Braque: una volta una signora vide un suo quadro e gli disse: “Ma, Maestro, questa donna ha un braccio più lungo dell’altro!”. E il pittore: “Signora, questa non è una donna, questo è un quadro!”.

Potrebbe valere anche per Innella? Questo non è (semplice) design. È il suo doppio.


riccardo grassi

a cura di
Riccardo E. Grassi

 

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Giovanni Innella e Marco Petroni
Postmedia Books

immagini
courtesy 
Giovanni Innella e Marco Petroni
Postmedia Books

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