L’occasione dei parcheggi
a cura di Alessandra Corradini
Smaltire l’acqua e progettare l’ombra.
Scrivere un articolo sui parcheggi è talmente rischioso che ci vorrebbe un “rischiometro” per misurare l’appeal di un argomento così poco patinato, poco social e poco simpatico. Ho deciso, comunque vada, di parlarne qui e del gradimento francamente me ne sono infischiata, perché
penso che i parcheggi siano un uovo di Colombo del futuro.

Qualche giorno fa Parigi era sott’acqua per via di temporali violentissimi che hanno abbassato le temperature di dieci gradi in pochi minuti, alcuni alberi sono caduti, alcune auto galleggiano, la viabilità di qualunque tipo è ferma, a parte i pedoni che camminano con l’acqua alle ginocchia. E domani dove ci sarà il solito disastro?
Come è possibile che un disastro di questo genere ormai si possa definire “solito”?

Il cambiamento climatico e il rialzo delle temperature sono ciò che viviamo in questi anni, così ci dicono gli studi. Non parlerò qui né di negazionismo, né di allarmismo, perché non sono in grado. Io mi occupo di progettazione del verde e so fare solo questo, per cui il mio compito è informarmi, guardarmi intorno, pensare a soluzioni pratiche, possibilmente semplici e le domande che mi faccio sono banali.
Che cosa possiamo fare per drenare l’acqua, trattenerla e addirittura raccoglierla? Che cosa possiamo fare per diminuire le temperature?

Visto che a bacchette magiche stiamo a zero, a me sembra una buona idea iniziare dall’ovvio. Tiriamo via, dove si può, l’asfalto che non drena, scalda e sigilla il suolo sottostante e mettiamo al suo posto una pavimentazione che assorba l’acqua. No, non sulla A1 tra Barberino del Mugello e Roncobilaccio e nemmeno sulla A10 tra Genova Voltri e Savona; non stavo pensando alle autostrade (in cui l’asfalto drenante è tutt’altra questione), ma a luoghi in cui fare cambiamenti è molto più semplice e sostenibile.

Ecco perché sono qui a sfidare il “rischiometro” e a parlare di parcheggi.
Perché togliere l’asfalto e mettere una delle tante pavimentazioni drenanti in commercio non sarebbe un affare di stato (e forse proprio per questo non è un argomento di cui si parli molto, non è una di quelle notizie che si possono sparare a effetto).
Facciamo così: per rendere più accattivante l’argomento, diciamo che questo discorso dei parcheggi rientra nella pratica, di cui si parla molto oggi, del depaving. Cioè la generica rimozione delle superfici impermeabili, sostituibili con quelle permeabili. Stabilito che il depaving è trendy, procedo perplessa, perché mi domando che cosa stiamo aspettando a rendere i parcheggi luoghi di riscatto estetico e di applicazione di materiali e di tecniche costruttive coerenti con la situazione in cui ci troviamo.
Lo studio dello smaltimento delle piogge torrenziali, peraltro, non è una novità e non è sconosciuto, né recente.

Un classico è la pianificazione territoriale chiamata LID (Low Impact Developement) che nasce negli Stati Uniti negli anni Novanta. In poche parole, si decide di tornare a progettare imitando il ciclo dell’acqua piovana per ciò che era prima che il territorio venisse asfaltato e costruito. E infatti la tecnica LID favorisce l’infiltrazione, il filtraggio, lo stoccaggio, l’evaporazione e la raccolta dell’acqua nel punto più vicino possibile al luogo in cui ha origine (cosa che non avviene, ovviamente, se convogliamo tutta l’acqua possibile in pochi, lontani, enormi e costosi bacini di raccolta).
L’approccio LID, nel frattempo, si è diffuso in tutto il mondo e ha assunto nomi diversi, ma inequivocabili: Nature-based solutions, WSUD (Water-sensitive urban design), Sponge city, SUDS (Sustainable Urban Drainage Systems).
Questi acronimi creano confusione e sembra che chissà quali complicate strategie si debbano conoscere, invece è tutto piuttosto semplice: si tratta di fare un passo indietro (con gli strumenti contemporanei) per poter andare avanti.
Non sto evocando i bei tempi andati, dico solo che tutti questi acronimi complicati ci dimostrano che non possiamo dimenticare da dove siamo venuti, se vogliamo continuare a stare al mondo il meglio possibile.
Non possiamo, quindi, negare l’esistenza millenaria dell’acqua che scende dal cielo e non possiamo negare che sia disposta a sparire solo se c’è una superficie in grado di assorbirla.

Ovunque ci troviamo, infatti, l’approccio LID prevede che tutta la progettazione urbana tenga conto dello smaltimento delle acque in eccesso. E come si fa? Si costruisce la città con giardini in grado di accogliere la pioggia, con tetti verdi, con fasce-tampone in cui si sceglie una vegetazione adatta e con pavimentazioni drenanti.
Insomma, il problema dello smaltimento delle acque e delle piogge torrenziali si risolve, quantomeno si argina, con un concerto in cui suonano molti strumenti.
E tutti concorrono a riportare il suolo a uno stato il più simile possibile a ciò che era prima dello sviluppo urbano massiccio.

Per dire quanto si sia studiato questo argomento e quanto non giunga abbastanza alle nostre orecchie, sintetizzo qui un lavoro del 2016, nel New Jersey. L’Edison Environmental Center dell’EPA (Environmental Protection Agency) necessitava di un parcheggio per 110 auto e si è pensato di progettarlo secondo l’approccio LID, cioè con pavimentazioni permeabili e giardini pluviali.
Questa necessità dell’EPA è stata anche l’occasione per studiare alcuni materiali per le pavimentazioni: asfalto poroso, calcestruzzo permeabile, autobloccante permeabile e asfalto tradizionale impermeabile.
Il lavoro ha previsto la rimozione del calcestruzzo preesistente nell’area di parcheggio (circa 28.000mq di trendy depaving) e l’installazione di serbatoi sotterranei per la raccolta e l’analisi dell’acqua piovana.
Non è certo l’unico lavoro che si concentra sull’uso delle pavimentazioni drenanti e sulla tecnica LID, ma è proprio grazie a studi/realizzazioni come questo che oggi le pavimentazioni drenanti a nostra disposizione sul mercato sono molte e con prestazioni sempre più alte e specifiche.

Arrivati a questo punto, dopo trent’anni che ci pensiamo, togliere l’asfalto dai parcheggi non dovrebbe essere l’Apollo 13, no?
Immaginiamo come sarebbe lo smaltimento delle acque piovane di una qualsiasi città in cui tutte le superfici a parcheggio fossero drenanti. Si parla di “Sponge city”, perché suona trendy come “depaving”, ma ne capiamo poco. Proviamo a parlare come mangiamo: se le città togliessero l’asfalto da tutti i parcheggi, inizierebbero a fare davvero il lavoro di “spugne” in grado di tornare ad assorbire almeno un po’ di acqua piovana.
Se poi ci decidessimo a progettare l’ombra, metteremmo – pochi ma buoni – alberi adatti al contesto in cui servono e manterremmo in buona salute quelli che già ci sono.
Ecco, se la progettazione urbana andasse diretta verso l’approccio LID (e suoi derivati), l’uovo di Colombo avrebbe una cottura perfetta.

Io francamente non credo servirebbe una campagna di comunicazione diffusa e costosa, con cartelli in ogni dove: “Ci dispiace, ma in questo centro commerciale il parcheggio in costruzione non si allagherà, non avrà più l’asfalto a 80 gradi e l’abitacolo della tua vettura non arriverà più a 47 gradi. Ci dispiace che tu debba leggere questo cartello all’ombra. E scusaci anche se in inverno le foglie saranno cadute e tu vedrai solo intorno a te alberi spogli (di medie dimensioni, con una robusta forma espansa e non alti due metri, con un andamento colonnare tramortito) e siepi sempreverdi che ti indicheranno le uscite sul perimetro e il senso di marcia.
Abbi pazienza, la direzione si scusa per il disagio”.
No, non credo servirebbe.

a cura di
Alessandra Corradini
Fonte
Epa.Gov


