Alessandra Corradini: il paesaggio oltre la retorica.
a cura di Annamaria Cassani
Ripensare il verde pubblico e privato: progettazione, cura e consapevolezza.
Ci sono incontri che, senza clamore, cambiano il modo in cui guardiamo ciò che ci circonda. All’inizio il mutamento
è impercettibile; poi, un giorno, ciò che prima restava sullo sfondo diventa impossibile da ignorare.
Ci accorgiamo, per esempio, che gli alberi davanti a casa mostrano segni di sofferenza, che le chiome di quelli allineati lungo il viale principale della nostra città appaiono ridotte a sagome mutilate dopo le operazioni di potatura, e che il paesaggio quotidiano rivela ferite che avevamo imparato a non vedere.
Nel corso della pluriennale collaborazione con Alessandra Corradini, architetto paesaggista e firma di riferimento di Folderonline, ho maturato la consapevolezza che il verde non può essere considerato un semplice complemento del progetto, ma una sua componente strutturale, con una centralità pari a quella del costruito. Il suo modo di leggere i luoghi, di riconoscere gli errori stratificati nelle nostre città e di restituire dignità alle pratiche di gestione mi ha portata a mettere in discussione ogni visione superficiale del paesaggio.
Questa conversazione prova a restituire la profondità del pensiero di Alessandra e l’urgenza, oggi più che mai, di una cultura della cura.
Annamaria Cassani
Alessandra, da cittadina comune ho l’impressione che da un certo punto in poi della nostra storia alla locuzione “verde pubblico” si sia associata l’immagine che l’aggettivo “residuale” – eccezion fatta per i grandi progetti a livello metropolitano – evoca: spazi irregolari e frammentati, originale casuale e non progettata che li fa percepire come vuoti urbani o “non luoghi”. Siamo ancora vittime degli standard urbanistici di fine anni ’60 che stabiliscono che ogni nuovo insediamento urbano deve garantire per ciascun abitante 9 mq di verde pubblico?
Alessandra Corradini
La recente progettazione del verde su grande scala – parlo di Milano che conosco bene – non mi sembra faccia molto per integrarsi con l’intorno, per cui a me paiono residuali anche i grandi progetti metropolitani. Che siano 9 mq o 90000 cambia poco, se ciò che si sceglie di fare rimane decontestualizzato e ritagliato. Intorno si costruisce, inoltre, un’enfasi comunicativa che rende il nuovo verde progettato una grande opera elitaria in cui prevalgono il gesto e lo stile, come fossimo sempre alla ricerca della bella figura. E così ci siamo inventati un verde pubblico che non è realmente percepito come tale, perché lo identifichiamo con un privilegio esclusivo per chi può abitarci sopra. E chi non può sente il bisogno di stare in quello stesso verde per illudersi di assurgere allo status degli abitanti dei nuovi quartieri. Che attinenza ha tutto questo con il bisogno e il piacere di passeggiare in un parco pubblico urbano? E dove è l’idea di appartenenza alla natura e di benessere che si dovrebbe provare all’ombra delle chiome degli alberi, con i piedi su un prato? E come può questo tipo di verde insegnarci davvero qualcosa sugli elementi della natura, sulla sua reale utilità relativamente al cambiamento climatico e alla biodiversità, se ci fa sentire dei parvenue, dei cittadini di serie B a cui è concesso di giocare, per il tempo di uno struscio, in serie A?


Annamaria
Quali sono, secondo te, gli errori più frequenti che le Amministrazioni Comunali commettono nella gestione del verde pubblico?
Alessandra
In Italia, io non credo in una progettazione del verde pubblico molto complessa, perché è evidente che non siamo in grado di garantire a quel tipo di verde le cure complesse di cui ha bisogno. Quando vedo nuove progettazioni di verde pubblico, diciamo così, arzigogolato, so già dove andrà a parare crescendo e con me lo sa chiunque sia del settore. Nel tempo diventa evidente anche a tutti i cittadini che si ritrovano a passeggiare in un verde che se va bene è mal curato e se va male risulta agonizzante.
Come può un’Amministrazione Comunale pretendere che il verde pubblico venga rispettato, se quello stesso verde non comunica cura e attenzione da parte del Comune stesso?
Sì, perché il verde è un formidabile strumento di comunicazione, ma bisogna conoscerlo e saperlo gestire.


Annamaria
E adesso, per par condicio, ti chiedo: quali sono secondo te gli errori che i progettisti (architetti e non) commettono nel pensare al verde privato?
Alessandra
In Italia le Facoltà di Architettura non preparano alla progettazione del verde, ma poi su alcuni timbri degli Ordini è riportata la scritta “Paesaggista”. In Italia c’è stato, e ancora c’è, un fiorire di corsi privati di specializzazione (frequentabili anche senza laurea) che promettono di insegnare la progettazione del verde. Chi è laureato e chi non lo è può fare lo stesso mestiere, salvo qualche questione burocratica.
Un paesaggista (laureato) o un landscape designer/garden designer/giardiniere ecc. possono progettare e realizzare un terrazzo, un giardino e il verde interno allo stesso modo.
In questa situazione, come posso io parlare di errori commessi da chi progetta il verde? Nella mia esperienza, nei molti curriculum che ricevo, vedo una notevole differenza tra i laureati in architettura e tutti gli altri, perché gli architetti conoscono la progettazione, la storia della progettazione e la composizione, per cui spicca una qualità decisamente più alta.
Restano, però, fuori dalla preparazione degli architetti la botanica, la storia del giardino, la capacità di scegliere il verde in prima persona, il dialogo diretto con il giardiniere e con il vivaista, il cantiere del giardino/terrazzo non delegato al giardiniere e, quindi, il non fermarsi a fare un buon progetto, ma seguire la realizzazione in cantiere.
Per cui mi limito a dire agli architetti laureati di studiare ciò che manca loro per essere dei paesaggisti, attraverso una formazione che ciascuno sceglie per sé.
A tutti gli altri, dico lo stesso: bisogna colmare le proprie lacune, tutto ciò che ciascuno sa di non sapere e che serve per fare la progettazione e la realizzazione del verde.



Annamaria
Ricordo che, qualche anno fa, visitando la casa-studio museo madrilena del pittore spagnolo Joaquín Sorolla — celebre per la sua passione per la luce e la natura —, ho percepito, attraversando il giardino, quanto fosse forte la sua intenzione di concepirlo come un luogo di ispirazione, riflessione e bellezza. Un obiettivo pienamente raggiunto grazie all’armoniosa integrazione di elementi architettonici e botanici, trattati con grande sensibilità. Il giardino, ispirato ai modelli andalusi, si presenta come un’estensione artistica e spirituale della sua abitazione. Secondo te, è ancora possibile oggi trarre ispirazione da questo approccio nella progettazione del verde, oppure si tratta di una visione inadatta alla vita contemporanea in cui la componente puramente “contemplativa” sembrerebbe essere stata abolita a favore di altri passatempi?
Alessandra
Penso che questo sia un momento molto favorevole per ricercare una vita contemplativa, anzi, direi che è ciò che quasi tutti mi chiedono, descrivendomi il bisogno di trovare un luogo tutto per sé. Molti mi parlano di “oasi verde personale” da cui vedere il mondo senza essere visti dal mondo, dunque, un’estensione della propria abitazione. Per questo penso sempre che un architetto d’interni, se imparasse un po’ di botanica e la storia del giardino, potrebbe diventare un ottimo progettista di terrazzi e di balconi.


Annamaria
Parlando di verde condominiale, scrivi: “[…] ogni parte della costruzione e dell’accudimento di un giardino richiede specializzazione e professionalità, tanto quanto la costruzione di un edificio”. Affermazione certamente più che condivisibile! Allora perché ho l’impressione che questo concetto faccia ancora fatica ad essere recepito?
Alessandra
Perché non c’è una buona preparazione scolastica e professionale ed è un settore nel quale chiunque può riciclarsi. E dove va bene chiunque, non va bene nessuno.
È un gatto che si morde la coda: il cliente non sa nulla di verde, perché il verde pubblico non ha nulla da insegnargli.
Infatti il cliente vive in un luogo in cui il livello della manutenzione del verde pubblico è molto basso, ma non ne è consapevole, anzi, gli pare una consuetudine del tutto normale, per cui ha paradossalmente pretese controproducenti anche per stesso.
Per fare un esempio classico, la potatura delle siepi e degli alberi pubblici è quasi sempre una somma di errori così gravi che provocano la mutilazione delle piante.
Questi risultati tremendi sono immagini così radicate nella testa delle persone che li pretendono anche a casa propria.
Mi è capitato che un amministratore di condominio mi facesse notare l’incuria dei giardinieri, perché avevano tagliato correttamente prato, siepe e piante.
Minacciava di non pagare il nostro lavoro, se non avessimo tagliato come si doveva il verde del giardino, perché solo una tremenda mutilazione senza rimedio è spesso percepita come un lavoro ben fatto. E di questi aneddoti ne avrei mille.
Perché le nostre Amministrazioni Comunali consentono lo scempio delle alberature pubbliche? Perché – l’ho vissuto sulla mia pelle – alcune affidano la cura del verde a persone senza diploma, senza arte né parte. Perché il verde pubblico resta una faccenda fastidiosa, a cui devono badare tecnici comunali che spesso non hanno alcuna preparazione sull’argomento. A dirla tutta, il verde è percepito solo come un costo, ma politicamente non si può dire, per cui si fa un po’ di retorica e si difende la natura sulla carta, ma i risultati sono lì da vedere, da nord a sud.


Annamaria
Quali sono gli ostacoli che incontri più frequentemente nell’esercizio della tua professione, che si basa sempre su un lavoro di equipe?
Alessandra
In Italia pochi sanno che lavoro svolge il paesaggista. Negli ultimi anni ho deciso di presentarmi con un PDF in cui spiego che cosa posso fare per il cliente che mi ha contattata e che lavoro svolgono le persone che collaborano con me.
Da questa situazione fumosa nascono tutte le altre difficoltà: chi vuole pagare un paesaggista, se basta pagare il giardiniere? Chi dovrebbe mai pensare che il paesaggista possa avere un ruolo centrale nella realizzazione del proprio terrazzo/giardino? Molte volte mi è capitato di venire chiamata a porre rimedio a lavori di non-giardinieri, di non-posatori e di non-potatori. E sono i lavori più complicati e con minore risultato, perché il verde maltrattato per anni non diventa magicamente bello e sano.
È anche molto difficile spiegare al cliente che può ottenere da me molto più di ciò che pensa e che esiste uno standard di verde del tutto normale molto più alto di quello che il cliente stesso considera la normalità, come già dicevo prima.
Annamaria
Mi è sembrato di capire che in seguito all’innalzamento delle temperature stagionali, resosi molto più evidente negli ulti anni, hai dovuto rivedere le tue modalità/regole di progettazione del verde. Approfondiamo?
Alessandra
La situazione è molto cambiata, basta guardare le piante e le loro sofferenze.
Ho lavorato moltissimo nei giardini condominiali del centro storico di Milano: ambienti per lo più angusti e in ombra, dato il tessuto urbano. Le piante che si usano in questi casi sono da ombra e da fresco, ma ora bisogna fare attenzione. Un’Ortensia in un contesto di questo genere poteva stare benissimo esposta al sole estivo, mentre adesso fa molta più fatica, perché il soleggiamento e il calore non lasciano scampo. Dove c’è una forte esposizione solare diretta, ci orientiamo verso piante più da caldo, succulente, graminacee che reggono il calore e abbassano drasticamente la manutenzione e in generale piante più adatte a quelli che oggi si chiamano dry garden, cioè giardini pensati per contenere o eliminare addirittura l’irrigazione.


Annamaria
Quali sono le nazioni o le regioni italiane cui dobbiamo guardare come esempi virtuosi nella progettazione e gestione del verde?
Alessandra
Mi costa molto dirlo, ma dobbiamo volgere lo sguardo all’estero, perché il buon verde in Italia si riduce a casi sporadici e di solito molto complessi (una su tutti l’Isola Bella sul Lago Maggiore).
Noi, infatti, siamo abituati a questo verde italiano “da visitare” in quanto eccezionale e non conosciamo, come già dicevo, la normalità del verde ben accudito.
Adesso vorrei aggiungere una considerazione che mi fa sempre ridere amaramente: noi definiamo “giardini all’italiana” i nostri stupendi giardini storici. In realtà i nostri giardini storici sono “giardini italiani”, perché “all’italiana” saranno casomai i giardini che imitano i nostri giardini rinascimentali e barocchi, quelli a cui tutto il mondo ha attinto a piene mani e continua a farlo.
Sul menù di quale pizzeria presente sul nostro territorio nazionale c’è scritto “pizza all’italiana”?
Insomma, siamo così inconsapevoli rispetto a ciò che siamo stati capaci di fare, rispetto a quello che è il nostro patrimonio storico e culturale relativo ai giardini, che utilizziamo una definizione che ne sminuisce e confonde l’identità, che mistifica una realtà di cui andare orgogliosi e che prende la via della mediocrità in cui sguazziamo per ignoranza. Quanti professionisti che fanno i giardini – dai giardinieri ai paesaggisti – conoscono la storia del giardino?
Dobbiamo iniziare a trattare il nostro verde storico con consapevolezza, solo così potremmo provare a fare un buon verde pubblico sostenibile e con una sua forte identità
Parafrasando, direi che non conosciamo la banalità del verde, perché o è il frutto di scarsa capacità professionale, di scarsi investimenti pubblici, di scarsi progetti e di modeste realizzazioni, oppure è una settima meraviglia per la quale è logico pagare un biglietto d’ingresso.
Ecco, all’estero possiamo vedere un banale buon verde nelle piccole cittadine svizzere, nella campagna inglese e nelle rotonde francesi. E non solo, ovviamente: senza allontanarsi troppo, il nord e l’est d’Europa hanno molto da insegnarci, basta andarci in vacanza e passeggiare.
In Italia abbiamo bisogno di professionisti che siano disposti a progettare e a realizzare un verde normale, informale, ben piantato e ben accudito.
Che non costi molto, che non sia un fuoco d’artificio pomposo e che poi si trasformi in un verde mal gestito, mutilato, agonizzante. Noi abbiamo un verde meraviglioso che i turisti vengono a visitare e di solito lo conosciamo poco, tendiamo a visitarlo da turisti pure noi.
Ma abbiamo anche bisogno di percepire il nostro verde come un orgoglio e un privilegio che vogliamo proteggere, che sia storico, contemporaneo o siano i nostri boschi e i nostri litorali.
Vorrei salvare da questo discorso che, ripeto, ho fatto mio malgrado, il Trentino e, soprattutto, l’Alto Adige che progetta il verde pubblico e cura la natura ad un livello decisamente più alto della media nazionale.


Annamaria
Scorrendo il tuo sito web e il tuo profilo Instagram emerge chiaramente il tuo messaggio che riguarda balconi e terrazzi che, a prescindere dalle dimensioni, proponi come microcosmi personali da valorizzare, all’interno di una visione più generale del verde come strumento di benessere quotidiano, accessibile e autentico. Approfondiamo?
Alessandra
Credo che qualsiasi agente immobiliare potrebbe testimoniare la grandissima richiesta di spazi esterni negli appartamenti; il Covid ci ha resi molto consapevoli dell’importanza di respirare e di sentire il sole sulla pelle, ma il prezzo delle case sale vertiginosamente, se si cerca un terrazzo.
Ecco perché io non credo sia il caso di badare troppo alle dimensioni del proprio balcone, ma di rendersi consapevoli della sua esistenza, perché fino a pochi anni fa il piccolo balcone era usato come ricovero per le scope e per la raccolta differenziata.
Oggi molti sentono la necessità di uno spazio esterno in cui fare giardinaggio, oppure anche solo leggere e pensare. Nei mei corsi racconto come fare ad allestire uno spazio per stare a contatto con la propria natura e questo discorso si può estremizzare, perché anche un davanzale fiorito può essere un conforto e un piacevole passatempo. Posso dire che mi è capitato non solo di progettare terrazzi, ma anche davanzali che davvero sono diventati rifugi a fine giornata di lavoro e pensieri positivi in momenti difficili.


Annamaria
Alessandra, avrei tantissime altre domande da farti, ma concludo chiedendoti: quali sono i primi step che ciascuno di noi, professionista e non, potrebbe fare per cambiare sguardo e atteggiamento nei confronti del verde e del paesaggio, a vantaggio proprio e di tutta la collettività?
Alessandra
Ti ringrazio per tutte le tue domande e per questa in modo particolare, perché mi dà modo di dire che per cominciare bastano gesti semplici.
Osservare il verde lussureggiante di un bosco o di un litorale ci dà un conforto immediato e ci riempie gli occhi di bellezza.
Chiediamoci se ritroviamo tracce della stessa bellezza e dello stesso conforto nel verde pubblico sotto casa:
se così non è, stiamo imparando a distinguere un verde che sta bene da un verde che ha problemi di salute. Partirei da qui, dal chiedermi se è in salute quell’albero pieno di moncherini o se sta meglio quello che, anche senza foglie, conserva la sua forma armoniosa.
Dentro di noi, anche se ci occupiamo d’altro, c’è un sapere istintivo che ci permette di cogliere il benessere di una pianta, perché sarà anche il nostro, mentre la osserviamo.
Per vivere al meglio la natura ha mille risorse che attua perfettamente senza il nostro intervento, per cui già cominciare a pensare che non ci serve esercitare un controllo continuo, ci lascia una sensazione di leggerezza, di convivenza libera, di rispetto che definirei reciproco.
Se non mutiliamo gli alberi, ci cadranno molto meno facilmente in testa; se non tagliamo troppo il prato, si ammalerà meno e resterà più verde; se non costringiamo siepi troppo grandi in luoghi troppo piccoli, lavoreremo meno e le piante saranno belle e fiorite.
Se non è rispetto reciproco questo, in che altro modo potremmo chiamarlo?

a cura di
Annamaria Cassani
ospite
Alessandra Corradini
Paesaggiostudio
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info@paesaggiostudio.it
immagini
Alessandra Corradini
Annamaria Cassani
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