F:L Architetti: un’architettura sincera
a cura di Annamaria Cassani
Un ritratto dello Studio torinese attraverso due opere emblematiche, Casa Y e Amilu Farm, dove la materia incontra il paesaggio
30 luglio 2026, ore 15: il corpo davanti allo schermo del PC e la mente già in vacanza. Aspettavo di avviare il collegamento per l’intervista online e pensavo alla valigia che non avevo ancora preparato: due giorni dopo sarei partita per i Paesi Baltici, in cerca di temperature umanamente sopportabili.
Fabrizio, il mio contatto, mi aveva “rimbalzato” – lo scrivo con molta simpatia – per un intero mese: c’erano progetti da portare a termine ma, soprattutto, bisognava attendere anche la disponibilità di Luca e Alberto, i suoi compagni di lavoro.
Molto ingenuamente, pensavo che per l’intervista sarebbe stato sufficiente confrontarmi con un solo portavoce ma, a questo punto, speravo in un ulteriore rinvio a settembre.
Ho capito quanto mi stessi sbagliando già pochi minuti dopo l’inizio dell’incontro: la forza di F: L Architetti è corale.
Non emerge un leader, non c’è una voce che sovrasta le altre: sono tutti coprotagonisti, uniti da una stessa visione, da una stessa idea di architettura. L’assenza di uno solo di loro avrebbe inevitabilmente modificato l’equilibrio e la chiarezza di un dialogo che, fin dall’inizio, si è trasformato in uno straordinario confronto sui temi del progetto d’architettura.
Gli interventi di Fabrizio Caudana (founder), Luca Maria Gandini (founder) e Alberto Minero (partner) si sono susseguiti con una precisione quasi da sceneggiatura cinematografica: solo per comodità di trascrizione, li ho riuniti sotto il nome dello Studio.
Solo un “piccolo” (!) dettaglio prima di entrare nel merito dell’intervista: Casa Y, progettata da Luca Maria Gandini per sé e la sua famiglia, è stata indicata dal Wall Street Journal come una delle case più belle e smart al mondo.
Annamaria Cassani
Un elemento comune a Casa Y e Amilu Farm è il contesto in cui sono inserite: le colline che circondano Torino. Come intendete il rapporto tra architettura e paesaggio naturale? Quanto il luogo orienta e determina il progetto? Il vostro è un processo di tipo euristico, in cui l’architettura prende forma progressivamente attraverso l’osservazione e la conoscenza del sito, oppure partite da un’idea architettonica precisa, da un sistema di forme e riferimenti che viene poi messo in relazione con il contesto?
F:L Architetti
Il progetto nasce sempre da un contatto diretto con il luogo, dalla volontà di ascoltare ciò che il contesto comunica e di comprenderne le tradizioni architettoniche e la storia. In questo senso, il riferimento al genius loci è per noi fondamentale: riconoscere le caratteristiche di un territorio significa anche confrontarsi con la sua identità e con i caratteri che nel tempo ne hanno definito il paesaggio.
Allo stesso tempo, il lavoro non nasce esclusivamente dall’osservazione e dall’adattamento al contesto perché il nostro background culturale orienta inevitabilmente le scelte: è dall’incontro tra i riferimenti artistici e architettonici e le caratteristiche del luogo che prende forma l’architettura.
Più che di adattamento al contesto, quindi, preferiamo parlare di dialogo.
L’’archetipo della cascina piemontese -riconoscibile in Amilu Farm e, in forma differente, anche in Casa Y – rappresenta un riferimento fortemente legato alla tradizione locale che non abbiamo riproposto in maniera “letterale”, ma “riletto” attraverso il nostro linguaggio, mettendolo in relazione con le condizioni specifiche del sito che impone vincoli e orienta alcune scelte progettuali: l’orografia, la conformazione del terreno e l’orientamento condizionano la composizione e il rapporto tra volumi.
In Amilu Farm, per esempio, questo si traduce nella contrapposizione tra una parte formalmente più rigorosa, il fronte dell’ingresso, e una parte più “plastica”, sul lato opposto. Anche il rapporto con la luce diventa parte integrante di questo processo: forme e volumi vengono definiti anche in relazione al modo in cui la luce li attraversa e li modifica nel corso della giornata.
È quindi un processo di reciproca relazione tra luogo e progetto: il contesto non viene semplicemente rispettato o assecondato, ma diventa materia attraverso cui costruire una nuova architettura.


A.C.
Per questi due progetti possiamo parlare di quel “regionalismo critico” teorizzato da Alexander Tzonis, Liane Lefaivre e Kenneth Frampton? La definizione secondo cui «il regionalismo critico ha carattere locale nella misura in cui accentua i fattori specifici di un sito — dalla topografia, intesa come matrice tridimensionale in cui si inserisce la struttura, al gioco mutevole della luce locale attraverso l’architettura» sembra aderire con precisione al vostro lavoro. Vi ritrovate in questa lettura?
F:L
Si, possiamo dire che la nostra architettura si inserisce in questa corrente: lo studio del contesto, sia dal punto di vista fisico che culturale, rappresenta per noi un passaggio essenziale, una fase di “avanprogetto” e di scoperta.
Quando le condizioni lo consentono, prima di iniziare un lavoro trascorriamo diverse ore sul posto, in momenti differenti della giornata, per osservare l’esposizione ai venti, l’orientamento, l’irraggiamento e il modo in cui la luce si muove sul terreno.
La luce, come abbiamo già accennato, è un elemento centrale nel nostro approccio progettuale. È qualcosa che viene verificato durante il processo e che poi trova una precisa traduzione nell’architettura, come avviene, per esempio, nel corridoio di Casa Y.
Questo approccio fa sì che ogni progetto abbia una propria specificità, pur mantenendo una riconoscibilità legata al nostro modo di progettare. Ogni progetto è differente perché differente è il luogo in cui nasce: anche una variazione minima nell’inclinazione del terreno o una diversa condizione dell’orientamento possono generare un’idea progettuale completamente diversa.
Nel libro dell’architetto svizzero Valerio Olgiati, Architettura non referenziale, viene sviluppata l’idea che la forma debba generare un senso. Ecco, per noi
il senso consiste nella capacità dell’architettura di stimolare l’immaginazione e la conoscenza di chi la abita.
Per questo non siamo interessati ad un’architettura ripetitiva, con la riproposizione sistematica degli stessi elementi: cerchiamo, invece, di offrire ogni volta spazi nuovi, pensati specificamente per chi li abiterà.
In questo approccio il nostro riferimento culturale è importante, ma altrettanto importante è il dialogo con il Cliente: comprendere le sue esigenze e ciò che immagina per il proprio spazio e trasformare queste necessità in architettura.
È un processo che ha anche una forte componente emozionale ed espressiva: l’architettura costruisce una sorta di sceneggiatura, un racconto fatto di spazi, sequenze e contrasti ed il confronto, in Casa Y e Amilu Farm, tra il linguaggio rurale e il brutalismo deve essere letto in questa dimensione narrativa.


A.C.
In questi due progetti, e in particolare in Casa Y, si può riconoscere un riferimento all’architettura di Álvaro Siza o, più in generale, alla scuola portoghese, da Souto de Moura ad Aires Mateus, passando lo svizzero Zumthor?
F:L.
Certamente i Maestri che hai citato sono riferimenti importanti per noi e a questi aggiungiamo lo spagnolo Rafael Moneo, architetto a cui siamo particolarmente affezionati: sono figure che hanno accompagnato la nostra formazione, universitaria e professionale, e che inevitabilmente ritornano nel nostro modo di progettare.
La poetica di Zumthor, per esempio, è per noi imprescindibile: la lettura degli spazi, il rapporto con la luce e l’uso dei materiali, come nelle Terme di Vals, sono stati riferimenti importanti. Allo stesso modo, il progetto di Santa Maria do Bouro di Souto de Moura ci ha influenzato per la semplicità dei dettagli e per il modo di lavorare con la materia.
Per Casa Y, invece, il riferimento a Moneo è stato particolarmente significativo: senza la lettura del Kursaal, probabilmente il prospetto non sarebbe stato lo stesso.
Amilu Farm è forse più vicino a Souto de Moura, soprattutto per il modo in cui lavora sul contrasto tra una materia arcaica, come la pietra o la muratura, e materiali come il cemento.
Anche in questo progetto abbiamo cercato una semplicità del dettaglio e una riduzione dei materiali,
lasciando che fossero i materiali stessi a costruire il carattere dell’architettura.
Del lavoro di questi architetti amiamo soprattutto la semplicità del linguaggio, la chiarezza dell’espressione architettonica e la possibilità di una lettura immediata del progetto.
È un approccio che cerchiamo di trasferire anche nei nostri lavori. Anche il brutalismo a cui facciamo riferimento è di tipo minimalista: non guarda direttamente al movimento degli anni Cinquanta, ma dialoga spesso con l’architettura vernacolare.
In Amilu Farm convivono questi due riferimenti, ma non vogliamo che venga letto come un progetto “citazionista”. Non partiamo mai dalla volontà di riprendere esplicitamente il linguaggio di un Maestro:
è il progetto stesso a portarci verso la selezione di pochi materiali e verso la ricerca di una loro espressione autentica, capace di valorizzarne le caratteristiche.
Ci interessa, in questo senso, la sincerità del materiale: utilizzarlo per quello che è e lasciare che sia la sua stessa fisicità a esprimersi. Il cemento, per esempio, è struttura e materia; per questo ci interessa lasciarlo a vista, senza nasconderne la natura.


A.C.
Quindi possiamo affermare che, nei vostri progetti, la materia ha un ruolo più che attivo nella definizione dell’architettura e viene utilizzata in senso costruttivo, mai semplicemente decorativo? Cemento, acciaio, mattone e legno vengono valorizzati per tutte le loro potenzialità, fino ad arrivare a nobilitare materiali propri del cantiere, come il legno dei casseri, trasformandoli in veri e propri elementi di interior design. È corretto?
F:L
Sì! In Amilu Farm abbiamo lavorato sul mattone con un disegno a “corsi sfalsati” e configurazioni più articolate, sfruttando la natura modulare dell’elemento che ci ha consentito di restituire un’immagine maggiormente plastica del materiale. Lo parete così realizzata assume ruoli diversi a seconda che la si guardi dall’esterno – una sorta di “lanterna” che lascia passare la luce artificiale degli ambienti – o la si percepisca dall’interno dove, viceversa, contribuisce ad articolare lo spazio attraverso il passaggio della luce naturale.
In realtà i nostri progetti non nascono necessariamente in una forma definitiva già nella fase di disegno, ma vengono progressivamente rielaborati anche durante il cantiere, attraverso il rapporto diretto con i materiali. Vedere e toccare concretamente la materia può infatti far emergere possibilità che in fase progettuale non erano ancora state considerate.
Per i prospetti in cemento armato di Casa Y, ad esempio, avevamo inizialmente pensato di utilizzare i casseri in legno per costruire un disegno superficiale, studiando diverse configurazioni per esaltare le aperture o segnare i volumi.
Nel corso del processo, invece, abbiamo progressivamente eliminato le soluzioni più complesse, fino a scegliere un impiego semplice del cassero: l’idea di base era di fare del cemento l’elemento principale dell’architettura e, quindi, il disegno dei casseri non doveva diventare protagonista, ma lasciare riconoscibile la materia, con la sua traccia tattile e la capacità di evidenziare il volume.
Lo stesso principio vale per gli elementi portanti a cuspide che disegnano parte dei prospetti di Amilu Farm: non sono stati rivestiti con intonaco o altro, ma sono stati realizzati in cemento bianco;
è lo stesso materiale usato per la funzione strutturale che comunica, senza nascondersi.
Anche il recupero dei casseri utilizzati per Casa Y nasce da questa attenzione. Sono stati riutilizzati per alcuni elementi dell’arredo interno, per il rivestimento della terrazza esterna e per alcune porte. In questo caso la sostenibilità deve essere letta come una conseguenza di questa scelta, che nasce principalmente da un’idea di rispetto e di memoria: quei casseri parlano del lavoro delle persone che hanno partecipato alla realizzazione, raccontano di un percorso progettuale lungo e complesso.
Averli riutilizzati, anziché considerarli “scarto” ha significato, quindi, mantenere la memoria del processo costruttivo all’interno dell’architettura che è risultato finale del processo stesso.


A.C.
«L’architettura è stabilire rapporti emozionali con materiali grezzi (matières brutes)». Questa frase di Le Corbusier, tratta da Verso una Architettura del 1923, è considerata uno dei riferimenti teorici alla base della successiva cultura brutalista. Quanto vi riconoscete in questa idea?
F:L
Il punto di contatto che sentiamo più forte è l’idea della matière brute come generatrice di emozione, e non di decoro. In questo senso siamo vicini alla lettura di Le Corbusier, non tanto per un’estetica brutalista in senso stretto, quanto per il principio che la materia stessa possa trasmettere un’esperienza emotiva dell’architettura.
Il mattone, il cemento, il legno e la pietra contribuiscono materialmente all’articolazione dello spazio e in questo rapporto assume un ruolo fondamentale anche il tatto, un senso meno considerato in architettura rispetto alla vista: la possibilità di camminare, sfiorare una parete, toccare una superficie fa parte dell’esperienza dello spazio e la sensazione prodotta dal cemento, dalla pietra o dal legno diventa quindi parte integrante dell’architettura.
Per questo, quando possibile, cerchiamo di mantenere i materiali nel loro stato naturale, senza vernici o altri elementi che ne alterino la percezione.
Ci interessa che la materia rimanga riconoscibile e conservi la propria fisicità, così da poter essere percepita direttamente.


A.C.
Non avete mai pensato che l’utilizzo del cemento armato a vista, sia per l’interno che per l’esterno, possa essere percepito come una sorta di citazionismo, un revival degli anni d’oro del cemento a vista (anni ‘50 e ‘60) poi rifiutato a partire dagli anni ‘80 per la difficoltà di manutenzione?
F:L
Negli anni Cinquanta la fisica tecnica era molto meno sviluppata nel campo delle costruzioni: ponti termici, infiltrazioni e altre criticità erano frequenti e anche grandi architetti sono incorsi, allora, in questi problemi costruttivi. Oggi tutto questo può essere evitato perché nel frattempo sono state sviluppate tecnologie che consentono di utilizzare correttamente il cemento armato lasciato a vista: ricadere nelle medesime ingenuità sarebbe veramente un gravissimo errore!
Casa Y, realizzata in cemento sia all’interno sia all’esterno, è classificata in classe A++, dimostrando come il cemento a vista possa essere utilizzato anche in un’architettura residenziale di alto livello senza rinunciare alle prestazioni tecnologiche.
Lo stesso approccio è stato adottato, in parte, in Amilu Farm. Inizialmente la Proprietaria non era favorevole a lasciare il cemento a vista negli spazi interni privati; poi, anche in relazione all’aumento dei costi, si è scelto di non rivestirlo, lasciando aperta la possibilità di intonacarlo successivamente. Alla fine non ce n’è stata più la necessità: la Proprietaria ha riconosciuto come la materia a vista si integrasse perfettamente nel progetto complessivo della casa.
Non abbiamo mai pensato di utilizzare Il cemento a vista come “citazione”, ma unicamente come materia dotata di una propria storia, durata e capacità di trasformarsi.
Quindi ci teniamo a sottolineare ancora che è proprio la materia, più che il materiale già trattato dall’uomo e trasformato in elemento architettonico, a interessarci: la materia primaria, grezza, che ha una propria vita e può invecchiare insieme a chi abita la casa.
Anche il cemento si modifica nel tempo, si macchia, presenta colature, assorbe polvere e umidità: ciò che per alcuni può essere percepito come un difetto, per noi fa parte della vita del materiale e può rendere l’architettura più interessante nel tempo.
La scelta del cemento risponde anche a esigenze di durabilità e manutenzione, aspetti che devono essere considerati fin dalle prime fasi del progetto.
In Casa Y l’intenzione era utilizzare materiali che non richiedessero interventi continui nel tempo: corten, cemento armato e mattone, se correttamente utilizzati e trattati, possono avere una durata molto lunga.
Al contrario, materiali come gli intonaci possono richiedere una manutenzione più frequente.
La materia grezza diventa così una scelta non soltanto estetica, ma anche tecnica, legata alla durata dell’architettura.




A.C.
In Casa Y e in Amilu Farm si ha la netta percezione che l’interior nasca insieme alla forma esterna e cresca contemporaneamente con essa. Approfondiamo?
F:L
Architettura e interior non sono per noi due momenti distinti della progettazione: fin dall’inizio pensiamo agli spazi anche in funzione di come potranno essere abitati e arredati. Questo non significa progettare ogni elemento fino al dettaglio, ma fare in modo che la configurazione dello spazio, i materiali e le finiture suggeriscano già determinate possibilità.
Quando il Cliente entra in possesso degli spazi, li interpreta naturalmente secondo le proprie esigenze e sensibilità. Il nostro obiettivo è che queste scelte possano confrontarsi con l’architettura; per questo, quando possibile, integriamo direttamente alcuni elementi fissi, come mobili a tutta parete, incassati o su misura.
In Amilu Farm, per esempio, la zona del soggiorno è organizzata intorno a un piccolo anfiteatro che costituisce già uno spazio per sedersi. Il Cliente può aggiungere un divano, dei cuscini o altro, ma l’ambiente è già progettato per funzionare
Quando progettiamo elementi come la cucina, cerchiamo di farli diventare parte dell’architettura. In Amilu Farm il grande piano è realizzato in Blu del Belgio, lo stesso materiale del pavimento; l’immagine che ne deriva è quella di una sorta di lingua di pietra che si solleva dal terreno: non propriamente un monolite, ma un elemento percepito come parte della casa più che come arredo.
È un approccio che deriva dal nostro modo di progettare, impostato fin dall’inizio sulla tridimensionalità. Pensiamo contemporaneamente a ciò che accade fuori e dentro: l’architettura esterna deve essere riconoscibile anche all’interno e quella interna deve mantenere una relazione con l’esterno. Per questo utilizziamo spesso gli stessi materiali, dentro e fuori, modificandone eventualmente texture e modalità di applicazione, ma mantenendo una continuità materica.
Lo stesso vale per i volumi, che possono diventare elementi concretamente fruibili: una scala può diventare una panca, un gradone una seduta, ecc.: l’architettura non si limita quindi a definire lo spazio, ma partecipa alla sua fruizione.
Anche la luce, come abbiamo già detto, entra in questo sistema e contribuisce a caratterizzare gli ambienti, definendo e distinguendo i diversi spazi.


A.C.
Concludiamo restando sull’interior e, in particolar modo su un elemento che nei due progetti mi ha colpito particolarmente: il corridoio. Il modernismo ha considerato il corridoio uno spazio “improduttivo”, uno spreco di superficie e, a quasi un secolo di distanza, questa concezione sembra avere ancora un’eco nelle abitazioni contemporanee. In Casa Y, invece, avete trasformato un corridoio, necessariamente molto lungo, in un percorso di luce. Io lo leggo anche come una sorta di percorso “immaginativo”, lungo il quale si passa attraverso ambienti estremamente funzionali (i locali di servizio) ed ambienti dalla dimensione più intima (le camere da letto). Mi ha richiamato l’idea di una sequenza di soglie, simile a quella di un hotel, che lascia presagire le vite che scorrono negli ambienti privati, oltre ciascuna porta. È un’interpretazione che riconoscete?
F:L
Sì, anche se, detto così, l’immagine potrebbe richiamare l’indimenticabile sequenza cinematografica del corridoio dell’Overlook Hotel, in Shining [osserva Fabrizio ridendo, n.d.r.].
In realtà in alcuni nostri progetti lo spazio di disimpegno ha rappresentato necessariamente una superficie da ridurre al minimo, ma in Casa Y e in Amilu Farm la conformazione dei volumi, legata all’esposizione e alla volontà di reinterpretare la struttura della cascina piemontese, ha portato alla sua valorizzazione.
In Casa Y il corridoio è lungo circa 30 metri ed è attraversato da un unico taglio verticale nel solaio del tetto, che porta all’interno una luce zenitale.
In Amilu Farm, invece, il passaggio è ritmato da una serie di tagli verticali che introducono la luce, che naturalmente cambia durante il giorno e con le stagioni, mettendo in evidenza anche la matericità del cemento faccia a vista.
In entrambi i progetti questo passaggio non è stato pensato per essere percorso rapidamente: la luce, le aperture e ciò che affiora alla vista invitano a rallentare, permettendo agli ambienti di svelarsi uno dopo l’altro. Ne deriva una dimensione narrativa, legata alla possibilità di percepire simultaneamente la vita interna e quella esterna della casa.
Lo stesso principio vale per altri elementi normalmente considerati secondari, come la scala e il terrazzo. La scala, spesso nascosta nelle abitazioni degli anni Ottanta e Novanta, viene invece valorizzata e posta al centro del progetto. Anche il terrazzo non viene considerato un elemento semplicemente aggiunto perché richiesto dal programma residenziale, ma come un vero e proprio elemento volumetrico che si relaziona con il paesaggio.
In Casa Y e in Amilu Farm i terrazzi inquadrano porzioni di paesaggio che cambiano con le ore del giorno e con le stagioni, trasformandosi in veri e propri spazi scenografici.
È un approccio legato anche al nostro rapporto con il cinema e, in particolare, con il movimento della macchina da presa, con la narrazione costruita attraverso il tempo:
un racconto capace di trasformare l’architettura in una sequenza di inquadrature che si svelano mentre la si attraversa.


ospiti
F:L Architetti
corso Re Umberto 10, Torino, Italia, 10121
e-mail: am@flarchitetti.com T: +39 0114119977
Team di progetto
AMILU FARM: arch. Fabrizio Caudana, arch. Luca Maria Gandini,
arch. Alberto Minero, arch.Carlotta Gerenich, ing. Giovanni Vercelli
CASA Y (design team)
arch. Luca Maria Gandini
Immagini
Architettura Urbana
Fabrizio Bergamo
Davide Bianconi
Fabrizio Caudana
Daniele Domenicali
Beppe Giardino
F:L Architetti
s f o g l i a l a g a l l e r i a


