Architettura,  Paesaggistica

La pioggia non sa dove andare

a cura di Alessandra Corradini

Depavimentare, il suolo liberato

Eh lo so, scrivere “depavimentare” è come scrivere “resilienza”, ci vuole coraggio. Da queste parole ormai scappiamo, perché le abbiamo sentite e lette troppe volte.

Non ho alternative, però, perché qui parleremo proprio di depavimentare e di che cosa succede subito dopo.

In realtà, stiamo un po’ scoprendo l’acqua calda, perché il depaving è nato a Portland, nel Nord-Ovest degli Stati Uniti, quasi una ventina di anni fa (2008). È un movimento spontaneo che sorge da un bisogno dei cittadini i quali decidono di fondare un’associazione non-profit, dal nome più programmatico possibile: Depave.

Gli attivisti del movimento hanno iniziato a smantellare l’asfalto di aree abbandonate presenti nella loro quotidianità. Nel tempo sono stati rimossi migliaia di metri quadrati di asfalto e questa esperienza ha consentito di studiarne le conseguenze: abbassamento delle temperature e drenaggio dell’acqua che finalmente viene assorbita dal suolo.

Per non parlare del benessere psicofisico che la popolazione trae dai giardini realizzati in queste aree.

Il tanto faticoso quanto semplice depaving ha poi subito un’evoluzione sorprendente. Da movimento di protesta e guerriglia urbana, si è trasformato in programma istituzionale messo in atto da molte città, complice l’urgenza climatica.

Ci si interroga sulla sigillatura del suolo (soil sealing) e di quanto, enormi distese di asfalto e cemento, quando piove, provochino lo spostamento di grandi masse di acqua. Le piogge abbondanti – che incontrano per lo più superfici impermeabili – non sanno dove andare e provocano allagamenti e pericoli per la natura e per gli abitanti delle città “sigillate”.

Detto questo, il mondo sigillato ci impone una certa cautela, perché noi dell’asfalto abbiamo bisogno, illusorio credere, fino a prova contraria, che l’umanità possa farne a meno.

Per cui il depaving non è la panacea universale e, al contempo, non può diventare la foglia di fico delle amministrazioni comunali: ho depavimentato due aiuole, per cui non puoi recriminare, se elimino viali di Tigli nei centri storici e viali di Cipressi nei cimiteri.

No, il depaving non è moneta di scambio, ma è solo uno dei tanti gesti urgenti che dobbiamo compiere con precauzione.

Per cui pensiamo alla quantità di asfalto che dobbiamo togliere, ma anche alla qualità di quello che dobbiamo stendere.

Ci sono molti studi e realizzazioni che testano asfalti innovativi. Ne cito due per tutti, perché sono italiani: l’asfalto al grafene che rallenta l’usura e l’asfalto rigenerato, grazie ad additivi specifici.

Mi viene da dire, quindi, che depavimentare ha senso se, dove devo sigillare il suolo, lo faccio con i migliori materiali.

Ha senso, se so come riciclare il materiale rimosso e se si supportano i costi dello smaltimento.

Ha senso, se progetto e realizzo senza creare zone che in futuro saranno da depavimentare.

Quanti parcheggi di centri commerciali si stanno costruendo in questo preciso momento?

Ma soprattutto, come si stanno costruendo?

Insomma, la copertina resta stretta: no depaving di qui e paving di là, no forestiamo il suolo reso permeabile e poi ci affidiamo al volere del cielo per le bagnature degli alberi.

Anzi, una volta rimossa l’impermeabilizzazione, dobbiamo considerare che il suolo è rimasto per anni compresso sotto l’asfalto. Quel suolo, quindi, va recuperato, perché il suo stato è compromesso da decenni di impermeabilizzazione in cui si sono persi gli scambi e i meccanismi naturali che dobbiamo riattivare, prima di piantare.

Dal gesto spontaneo dei cittadini di Portland sono passati vent’anni e il mondo è cambiato moltissimo, per cui dobbiamo porci parecchie domande prima di imbracciare un piccone, anche in senso metaforico.

“Che cosa c’è sotto?”, dobbiamo domandarci, perché in effetti la città è composta anche da una rete di sottoservizi, come i tubi del gas, la fibra ottica e i cavi elettrici. Non possiamo picconare a sentimento.

E poi, dopo aver depavimentato, come ci comportiamo? Creiamo un drain garden, cioè un’area verde di drenaggio? Certo, sarebbe l’ideale, ma tutto questo richiede la pulizia del sistema di drenaggio e la cura delle piante.

Le amministrazioni cittadine hanno il denaro e il personale per mantenere questo cambiamento utile e strategico?

L’alternativa alla gestione corretta di queste aree è il fango e il degrado.

Sto rimpiangendo i soliti discorsi sul depaving, quelli alla moda che si fanno bevendo un aperitivo, perché in effetti stiamo iniziando a capire che non bastano un piccone e la buona volontà. 

L’Associazione Svizzera dei Professionisti della Protezione delle Acque promuove e studia la creazione di città-spugna, cioè la progettazione o la riprogettazione di contesti urbani in grado di assorbire le acque meteoriche.

Gli strumenti con cui agiscono oggi sono le pavimentazioni drenanti e il suolo non sigillato, trattato a giardino fruibile o a porzione di verde più naturale nell’aspetto e non necessariamente calpestabile.

Ma non è solo questo, perché si coinvolgono anche i cittadini elvetici, ai quali si propone la depavimentazione di parti del proprio verde privato, secondo un’idea di micro-depavimentazione che non saprei dire quanto potrebbe funzionare in Italia.

È indubbio, infatti, che per attuare questi interventi diffusi sul territorio siano necessarie una sensibilità verso la natura e una cultura civica per le quali il nostro Paese non brilla.

Credo che in Italia sia più fattibile destinare grandi superfici dismesse ad aree di drenaggio.

E qui si pone un’altra questione di cui non si parla mai. Prima di togliere l’asfalto in una di quelle micidiali isole di calore (ad esempio una parte dismessa di un’area industriale), la zona è aperta, luminosa e totalmente visibile con un solo sguardo.

Quando tolgo l’asfalto e aggiungo alberi, arbusti e masse di vegetazione creo una condizione percettiva completamente diversa. Senza dubbio molto più gradevole, ma, fuori da ogni retorica, questa stessa situazione può restituirci anche un senso di insicurezza.

Zone d’ombra e barriere visive, in effetti, sono le stesse condizioni che non ci fanno frequentare volentieri i parchi urbani di sera.

Insomma, senza entrare troppo nel dettaglio di una progettazione che va tutta ragionata, mi verrebbe da dire che sarebbe meglio mettere alberi alti con grandi chiome ombreggianti, ma che non impediscano la vista e a terra piante tappezzanti, coprisuolo (quelle stesse che stiamo adesso sperimentando, al posto dei prati che non resistono al caldo).

Forse queste zone andrebbero chiuse di notte? Forse dovremmo illuminarle a giorno? Quanto ci costerebbe?

Forse dovremmo rendere inaccessibili al pubblico le grandi aree depavimentate che ci servirebbero esclusivamente per garantire un corretto deflusso delle acque meteoriche e un abbassamento delle temperature?

Credo che l’unica strada sia quella della sperimentazione raccontata ai cittadini, ma non troppo strombazzata, perché non stiamo ripristinando un equilibrio precedente, ma stiamo creando nuovi equilibri e nuove dinamiche, per cui siamo senza certezze.

Il 2026 sembra essere l’anno decisivo, nel quale le amministrazioni di più città italiane annunciano che il depaving entra ufficialmente a far parte degli strumenti urbanistici. 

Genova è la prima città italiana che introduce ufficialmente la depavimentazione e il ripristino della natura nel suo Piano Urbanistico Comunale, coinvolgendo anche i privati con incentivi.

A Parma, il Comune e il Consorzio Forestale KilometroVerdeParma proseguono i lavori di depavimentazione/deimpermeabilizzazione di un’area urbana centrale della città. I lavori si concluderanno entro fine anno.

A Trento, il Comune avvia uno studio per individuare zone adatte alla depavimentazione. Torino discute un piano di depavimentazione del suolo urbano.

 Magenta, cittadina all’interno del Parco del Ticino, in provincia di Milano, ha avviato da qualche mese una riqualificazione di piazza Liberazione

Lo studio vigevanese Buscaglia Associati si è occupato della progettazione, avvalendosi della consulenza dello studio Land per quanto riguarda la progettazione del verde. I progettisti pensano a un grande prato che sia, di nome e di fatto, una “Liberazione” dal cemento e dalle pavimentazioni precedenti, peraltro ammalorate. Una piazza-giardino, un bosco libero dalla pietra in favore della natura; leggere nella relazione di progetto queste intenzioni ci permette finalmente di respirare e di immaginare una sosta e un piacevole attraversamento della piazza, anche nelle stagioni più calde.

Il progetto, durante il suo naturale iter burocratico, ha subito un ridimensionamento, confermato dalle testuali parole dell’architetto Davide Buscaglia: “Sul progetto che abbiamo sviluppato avremmo voluto “incidere” maggiormente rispetto allo stato di fatto […]”.

La Soprintendenza ha in effetti richiesto alcune modifiche, ma il progetto definitivo resta, nel rispetto per il verde e per chi ne farà uso, una soluzione che mi permetto di definire comunque incisiva, interessante e su cui riflettere.

Chiudo questo discorso sulla depavimentazione con le parole del progetto MIRFICUS,  coordinato dal CNR in collaborazione con ISPRA e sostenuto dall’Agenzia Spaziale Italiana. In questo studio si dimostra che “[…] il calore urbano può essere ridotto significativamente attraverso soluzioni basate sulla natura.

Le simulazioni effettuate a Roma e a Firenze mostrano che l’incremento delle aree verdi, la piantagione di alberi e la sostituzione di pavimentazioni che trattengono il calore con superfici più fresche possono abbassare le temperature diurne di oltre 4°C, mantenendo al contempo una riduzione media giornaliera di circa 2-2,2°C. Il progetto ha inoltre analizzato i dati satellitari raccolti tra il 2013 e il 2023, rivelando che la maggior parte delle città italiane registra temperature superficiali estive superiori a 40°C a causa della diffusa presenza di asfalto e cemento e della scarsa vegetazione.

Al contrario, le aree rurali circostanti risultano decisamente più fresche. […] Ad esempio, le aree industriali di Roma possono raggiungere 57,2°C, mentre le foreste urbane di Firenze risultano più fresche di quasi 9°C, rispetto ai quartieri densamente edificati”.

Per supportare la pianificazione urbana, MIRFICUS ha sviluppato una piattaforma gratuita e un’applicazione web che consentono alle amministrazioni comunali di analizzare l’andamento delle temperature locali, per una migliore valutazione e gestione del futuro uso dei suoli pubblici e privati. 


immagini courtesy

Depave

Comune di Parma 

Studio Buscaglia Associati

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