Ismaele Nones: l’arte influenza l’arte.
a cura di Annamaria Cassani
Il pittore trentino umanizza il linguaggio visivo del sacro per restituirgli una dimensione quotidiana, capace di parlare al presente e creare una risonanza collettiva.
Abbiamo già avuto occasione di conoscere Ismaele Nones, classe 1992, nella primavera scorsa, in occasione della visita, da lui stesso guidata, alla mostra personale “A chi parlo quando parlo” presso il MAC di Lissone: un progetto che ha messo in luce il suo approccio riflessivo, la forza simbolica della sua pittura e l’attenzione a un pubblico ampio e diversificato.
In questa conversazione, Nones racconta con generosità un percorso che intreccia influenze familiari, formazione accademica e passaggi decisivi verso una piena consapevolezza del proprio ruolo d’artista. Ne emerge la figura di un autore meditativo, lucido, capace di fondere ricerca pittorica, pensiero progettuale e riferimenti colti, dalla poesia al design, passando per la tradizione iconografica sacra.
Attraverso le sue parole si delineano visioni nitide: l’opera come spazio di ascolto, la pittura come esercizio di sintesi e il tempo — lento — come unico alleato possibile per creare un dialogo autentico tra artista, immagine e spettatore.
Annamaria Cassani
Ismaele, esporre per la prima volta in un’importante istituzione pubblica come il MAC di Lissone, nella scorsa primavera, ha rappresentato per te un momento significativo.Che valore ha avuto questa esperienza, soprattutto se paragonata alla dimensione più raccolta della galleria privata, luogo in cui finora hai mostrato al pubblico le tue opere?
Ismaele Nones
È stato un grande riconoscimento: ho provato stupore per l’invito ricevuto da Stefano Raimondi, direttore del Museo. Non perché dubitassi della stima che ha sempre mostrato nei confronti del mio lavoro, ma perché — diciamolo — in Italia non è semplice, alla mia età, ottenere una mostra personale in un’istituzione pubblica. Entrare in certi meccanismi richiede coraggio, e Stefano ha avuto la lungimiranza e l’audacia di sostenere questa visione curatoriale al MAC di Lissone.
Esporre in un museo con degli spazi che danno ampio respiro alle opere mi ha dato l’occasione di vedere il mio lavoro degli ultimi quattro anni in un sol luogo. Questo è stato molto importante perché ho avuto l’opportunità di avere una panoramica dall’alto del mio lavoro e della mia ricerca.
Inoltre, ho avuto la possibilità di far dei dialoghi interessanti con opere provenienti dalla collezione del MAC, ed è stata un’occasione per riflettere più a fondo su ciò che si sta facendo e su dove si sta andando in termini di percorso artistico.


A.C.
In che modo hai vissuto questo evento in termini di relazione con il pubblico?
I.N.
Non nascondo che ho avuto piacevoli sorprese. In galleria, solitamente il pubblico è piuttosto mirato: spesso si tratta di persone che già conoscono il mio lavoro, o comunque addetti ai lavori, appassionati e molto informati. In questo contesto il “filtro” ha maglie più strette e l’ingresso risulta più “selettivo”.
Al Museo, invece, ho trovato un pubblico molto più eterogeneo, “variopinto”: ci sono stati i curiosi, c’è chi è passato per caso e chi è stato attratto da qualcosa e ha deciso di entrare e visitare la mostra. Per me è stato estremamente stimolante.
A.C.
Durante la visita guidata hai descritto la storia dell’arte come una sorta di “cassetta degli attrezzi” da cui attingi liberamente, scegliendo di volta in volta gli strumenti più adatti alle esigenze del momento, rendendo in questo modo sempre attuale tutta la produzione artistica del passato. In che modo la storia dell’arte entra concretamente nel tuo processo creativo e come decidi quali riferimenti attivare?
I.N.
Il mio rapporto con la storia dell’arte non è affatto lineare, non lo vivo come un percorso a senso unico, dove il passato scorre verso il presente in modo ordinato e progressivo. Al contrario, la immagino come una piazza in cui le persone si incontrano, si confrontano e, magari, si scontrano. È in questo spazio aperto che mi piace collocare il mio lavoro che è sempre in dialogo con chi mi ha preceduto ed ha già affrontato – anche in forme diverse – argomenti simili a quelle che sto esplorando.
La mia pittura non si concentra tanto sulla cronaca o sull’attualità, quanto su temi più ampi, legati alla condizione umana che, per quanto il contesto storico e sociale possa cambiare, resta e uguale nel tempo: è il motivo per cui, ad esempio, leggendo i Promessi Sposi -il mio libro preferito – riesco ancora a riconoscermi in certe dinamiche.
Ecco perché considero la storia dell’arte come una vera e propria cassetta degli attrezzi!
La prima cosa che faccio quando nasce un’idea è chiedermi come il tema sia stato affrontato in passato: il confronto è sempre il punto di partenza.


A.C.
Nelle tue opere ci sono citazioni di oggetti di design, soprattutto sedute di Giò Ponti e del designer portoghese Joaquim Tenreiro. C’è qualcosa in particolare che ti ha attratto nella loro produzione? Che rapporto hai con il design?
I.N.
L’interesse per la produzione di Giò Ponti e Joaquim Tenreiro nasce da un’attrazione estetica che deriva unicamente dai miei gusti personali. In realtà il mio rapporto con il design nasce da più lontano, da una vera e propria ammirazione per la saggistica di Bruno Munari che mi ha fatto capire come il design possa essere considerato alla stregua di un “compagno di pensiero”, un amico.
Nell’ambito della disciplina mi colpisce il continuo tentativo di mettere in dialogo la funzione con l’estetica. Mi interessa moltissimo questa tensione: l’idea che non ci accontentiamo di oggetti semplicemente funzionali, ma desideriamo anche che siano belli, che ci emozionino.
Questo dice molto su di noi, esseri umani: viviamo di emozioni, anche nelle cose più quotidiane.


A.C.
Le tue opere sembrano costruire ambienti senza tempo, in cui suggerisci una profondità spaziale senza aderire rigidamente alle regole della prospettiva classica. Durante la visita guidata, a chi ti chiedeva chiarimenti sul tuo sistema di rappresentazione, hai risposto: “Per rappresentare la realtà occorre allontanarsi dalla realtà: è più importante avere pochi punti per rappresentarne l’essenza”. Approfondiamo anche questo aspetto?
I.N.
Anche se a prima vista non sembrerebbe, i miei dipinti nascono sempre da situazioni reali. Tuttavia, credo che per un artista sia fondamentale sapersi allontanare dalla realtà, per evitare di cadere nell’autoreferenzialità.
Certamente parto da una soggettività, ma è proprio attraverso la distanza – che per me coincide con un lavoro di sintesi – che riesco a trasformare l’esperienza personale in qualcosa di universale.
Questo processo di sintesi non è una banale semplificazione, ma è un modo per distillare l’essenza del soggetto e restituirlo in forma simbolica.
È in questo spazio simbolico che si apre la possibilità di una risonanza collettiva: l’opera non parla più solo di me, ma diventa un luogo in cui altri possono riconoscersi.
Se rappresentassi la realtà così com’è, con tutti i suoi dettagli, resterei chiuso nella mia visione individuale erigendo barriere. Al contrario, cercando l’essenza, creo una sorta di “abito” che può adattarsi a chiunque guardi.

A.C.
Il titolo della tua mostra personale presso il MAC di Lissone, A CHI PARLO QUANDO PARLO, richiama la poesia di Patrizia Cavalli “A chi parlo quando parlo da sola”. Cosa ti ha portato a scegliere questo titolo per la tua esposizione? In che modo la poesia influenza il tuo lavoro?
I.N.
La poesia è stata per me una scoperta relativamente recente ma ha avuto un impatto immediato e profondo sul mio lavoro: ho subito compreso che l’approccio di questa forma d’arte si accordava perfettamente con il mio modo di pensare e di creare.
La poesia richiede una lettura lenta perché ogni parola ha un peso specifico, una musicalità, un ritmo: più leggevo, più mi rendevo conto che questi testi erano dei veri e propri generatori di immagini.
Ho iniziato a vedere molte analogie tra la poesia e la pittura: entrambe richiedono tempo, attenzione, silenzio; davanti a un quadro, così come davanti a una poesia, ci si deve fermare, non si può “scorrere !
Per Patrizia Cavalli, poi, è nata una vera passione. Amo il modo in cui, a partire da situazioni ordinarie, ha fatto emergere significati profondi.
Il titolo della mostra, A chi parlo quando parlo, è stato un omaggio alla sua poesia ma voglio specificare che non è stata una mostra “dedicata” a lei in senso stretto. È piuttosto un riconoscimento del fatto che l’arte influenza l’arte, che una suggestione poetica può diventare il seme di un’opera pittorica, e magari aprire la strada a qualcos’altro ancora.
A.C.
La tua pittura appare fortemente meditata, lontana da qualsiasi approccio impulsivo — e tu stesso, durante la visita, hai detto: “non riesco proprio a dipingere d’istinto!”.
Nel modo in cui descrivevi la nascita delle tue opere, ho percepito una forte affinità con il lavoro dell’architetto e il suo metodo progettuale. Hai raccontato che a un gallerista che ti chiedeva a che punto fosse una tua opera tu hai risposto “Adesso che ho finito di progettare, devo solo colorare!”
Ci puoi raccontare meglio questo processo? Come si struttura per te la fase progettuale e quanto spazio lasci, eventualmente, all’imprevisto?
I.N.
Ammetto che provo una certa ammirazione — e forse persino una punta d’invidia — per gli artisti che riescono a lavorare d’istinto. Io non ce la faccio, il mio approccio è completamente diverso: ogni opera nasce da un’idea di composizione, che può derivare da una poesia, da una situazione vissuta o semplicemente dal desiderio di affrontare un tema ricorrente o concetti universali che sento il bisogno di esplorare.
Stabilito il tema, inizia la fase progettuale che, per me, parte dalla scrittura. I miei primi appunti non sono schizzi grafici ma vere e proprie mappe concettuali dell’opera.
Successivamente, passo alla progettazione visiva al computer con l’ausilio di una tavoletta grafica: questo mi permette di provare con facilità soluzioni cromatiche diverse e visualizzare l’equilibrio compositivo generale.
Ho imparato che più tempo dedico alla progettazione, più la fase di esecuzione si accorcia: è un investimento che semplifica tutto il processo successivo.
Certamente può capitare qualche ripensamento perché nel mio lavoro la sfida più complessa è scegliere il formato giusto. Ogni soggetto ha il suo formato ideale, e passare da una progettazione su, ad esempio, un formato A4 con l’ausilio di uno schermo a 16 pollici a un’opera di due metri per tre comporta, talvolta, degli aggiustamenti, soprattutto cromatici.
In quei casi può intervenire una quota di improvvisazione, ma sempre all’interno di una visione progettuale molto precisa.
A.C.
Hai lavorato come assistente di tuo padre, Fabio Nones, famoso decoratore e iconografo che ha lavorato in moltissimi luoghi sacri sia in Italia che all’estero. Quanto del tuo sistema di rappresentazione è stato influenzato dalle opere del passato?
I.N.
Innanzitutto ci tengo a chiarire che non si è trattato di un’influenza deliberata, né pianificata: da bambino andavo nella bottega di mio padre e lo aiutavo nel suo lavoro. È stato un apprendistato naturale: se avesse fatto il fornaio, probabilmente oggi saprei fare il pane.
Il linguaggio delle icone è stato il primo che ho imparato: sapevo disegnare bene e lo facevo utilizzando quell’alfabeto visivo.
Col tempo, ho sentito il bisogno di esplorare altri percorsi ed è per questo che ho studiato scultura in Accademia, ma alla fine mi sono reso conto le competenze iniziali erano più in sintonia con il mio modo di pensare ed è così che è iniziata la mia ricerca nel campo della pittura.
L’influenza del passato è presente e ben visibile nelle mie opere, che non aderiscono alle regole ortodosse dell’iconografia, ma ciò che per me conta è che il linguaggio visivo sia efficace e coerente con ciò che voglio esprimere.


A.C.
Sempre nel corso della visita guidata hai detto che l’opera “HORSEPOWER” (2020) ha rappresentato uno spartiacque per la tua attività: con quest’opera hai avuto la conferma che l’arte, sarebbe stata la tua professione. Cosa aveva di diverso questo dipinto dai precedenti, quali dubbi o paure ti avvolgevano prima di questo?
I.N.
“HORSEPOWER” è un dipinto che ha funzionato sin dall’inizio: dalla progettazione alla realizzazione il dipinto ha conservato una coerenza interna, priva di correzioni e ripensamenti, che spesso appesantiscono le opere facendole apparire subito “stanche”.
Durante il primo incontro con la galleria Lunetta 11 portai tutte le mie opere, nella speranza che potesse nascere una collaborazione. Mi acquistarono subito due quadri, tra cui proprio “HORSEPOWER”.
Fu in quel momento che ebbi la chiara percezione di aver superato l’approccio accademico: stavo cominciando a lavorare da artista. Vedere poi quel dipinto esposto vicino a un artista concettuale come Giulio Paolini, segnò la fine di una fase e l’inizio di una nuova.
A.C.
Qual è stata la seconda opera che la galleria Lunetta 11 ha acquistato?
I.N.
Il dipinto dal titolo “Mamma vado a fare l’operaio”. È un’opera legata alle insicurezze che si hanno all’inizio di carriera e che, almeno per me, non scompaiono mai del tutto: si tratta di normali paure che ho sempre cercato di affrontare con lucidità.
Essere sinceri con sé stessi è fondamentale nel mondo dell’arte, perché non è sufficiente la passione ma occorre “sapersi leggere” con onestà. Anche se si ha un forte desiderio di esprimersi in una direzione specifica occorre valutare bene se quel percorso è realmente efficace, se genera riscontri, se comunica davvero.
Come ho già detto, io mi sono dedicato a lungo alla scultura, ma poi ho capito che non era il mio mezzo ideale: non riuscivo a far passare il messaggio con la stessa chiarezza che ho trovato praticando la pittura:
quando si scopre che i linguaggi utilizzati non funzionano occorre avere il coraggio di cambiare rotta.
Su questo aspetto io sono stato molto pragmatico e mi sono dato un tempo limite per vedere i risultati, pronto a reindirizzare la mia creatività verso altri ambiti più funzionali se non avessi ottenuto i riscontri aspettati.
Qualcuno mi potrà dire che questo è un atteggiamento poco “romantico”, tuttavia io non ho mai concepito l’arte come una vocazione da assecondare a tutti i costi.


A.C.
Ismaele, cosa intendeva Gabriele Salvaterra, curatore della tua mostra personale “Forme ibride” del 2022 quando ha scritto, riferendosi al tuo lavoro, che “…davanti ai suoi quadri sente uno spostamento di baricentro, si sente preda di una diversione, di un depistaggio del reale, di un détournement, come erano soliti fare i situazionisti al fine di destabilizzare gli osservatori, integrando elementi che sembravano essere in contrasto o cambiando le relazioni tra loro…”?
I.N.
Quello che intendeva Salvaterra è che il mio linguaggio visivo prende forma da un universo molto specifico: quello dell’iconografia sacra. Quando un osservatore guarda le mie opere, tende istintivamente ad associare ciò che vede a contesti religiosi, a narrazioni evangeliche, a figure come santi o madonne. Ma osservando con più attenzione, si accorge che i soggetti non sono sacri ma sono persone comuni.
Questo genera uno scarto percettivo e il pubblico si ritrova disorientato, non capisce bene a cosa si trova di fronte.
Salvaterra chiama tutto questo “depistaggio del reale”: il quadro sembra parlare un linguaggio sacro, ma comunica altro.
Ed è proprio questo che mi interessava fare: umanizzare il mondo visivo che di solito è confinato dentro le basiliche, renderlo accessibile e attuale.
All’inizio ero più esplicito: inserivo nei dipinti dettagli contemporanei quali tralicci, aerei, scarpe sportive.
Poi ho capito che non era necessario essere così palesi perché anche senza quegli elementi, il pubblico riusciva comunque a leggere le opere come contemporanee.
A.C.
A chi si rivolge la tua pittura? Come dovrebbe essere il tuo pubblico ideale?
I.N.
Credo che il mio pubblico ideale sia composto da persone capaci di prendersi del tempo. La mia arte non chiede uno sguardo rapido, ma una osservazione lenta, perché, pur non essendo una pittura chiassosa, ha un rumore di fondo che si rivela solo a chi sa soffermarsi.
Ho notato che le conversazioni più profonde sulle mie opere sono nate in contesti privati, domestici, non perché l’ambiente condizionasse il quadro, ma perché la sosta prolungata favoriva la relazione con l’immagine dando luogo a un dialogo autentico.
I musei non sono percorsi da completare a tutti i costi: le opere vanno viste senza fretta.
Penso che una delle cose più belle che si possano fare sia visitare un museo con l’intento preciso di vedere anche solo un’unica opera per trascorrere del tempo in sua compagnia.


a cura di
Annamaria Cassani
ospite
ISMAELE NONES
ritratto Ismaele Nones ph.Aaron Giordani
s f o g l i a l a g a l l e r i a


