E se fosse stato il glicine?
a cura della Redazione
Il restyling di un appartamento nel centro storico di Faenza offre l’occasione per una rilettura interpretativa dell’opera di un maestro dell’architettura.
Nel cuore di Faenza, al secondo piano di un palazzo storico, un appartamento di 190 mq è stato oggetto di un restyling, pensato per coniugare la vita domestica con un ambiente dedicato al lavoro.
L’abitazione conserva intatti gli elementi del precedente intervento di ristrutturazione ad opera dell’architetto Filippo Monti, figura di riferimento dell’architettura moderna faentina e non solo; a più di 70 anni di distanza, l’architetto Gian Luca Zoli, profondo estimatore di Monti, ha scelto di intervenire sull’impianto esistente con un approccio calibrato e rispettoso dell’impostazione originaria.
«La mano di Monti era chiaramente riconoscibile» — dice Zoli — «Sapevo che l’appartamento era stato ristrutturato da lui: la conferma è arrivata da una recente biografia, [C. Piersanti “Filippo Monti. L’opera nel tempo e nei luoghi”, Rubbettino Editore, 2026 -n.d.r.] mentre non compariva nei precedenti testi dedicati all’architetto. Del resto si tratta di un intervento di interni realizzato nel 1954, nello stesso anno in cui si è laureato, e Monti è noto soprattutto per gli edifici realizzati nel periodo successivo”.

C’è una domanda che nasce spontanea davanti a uno spazio su cui ha lavorato un maestro dell’architettura: come ci si confronta con un progetto così autorevole?
Zoli lo racconta con chiarezza: “Per un architetto faentino Monti rappresenta una figura imprescindibile. Ha portato a Faenza la ricerca moderna e per me è sempre stato un riferimento assoluto, un maestro che non ho mai avuto il coraggio di avvicinare, anche quando lo vedevo camminare con il suo fare severo per le vie della città.
Quando sono intervenuto sull’appartamento, però, non ho avuto la sensazione di essere schiacciato dalla sua presenza. Ho semplicemente lavorato a partire da ciò che aveva fatto, riconoscendo alcuni elementi e sviluppandoli. Ho quindi proposto di intervenire il meno possibile sulla distribuzione.
Le modifiche si sono concentrate soprattutto sulla cucina, sul bagno e su un grande ambiente di circa 40 metri quadrati, che è stato diviso ricavando due camere simmetriche e illuminate naturalmente grazie alla presenza di due finestre. Un grande armadio esistente, che la proprietà non voleva rimuovere, è diventato parte del nuovo sistema distributivo”.
È però sul piano cromatico che il progetto trova il principale strumento di trasformazione.


«La libertà che mi sono concesso rispetto all’impostazione di Monti – prosegue l’architetto – riguarda il colore.
Lui era rigoroso: ogni materiale doveva esprimere il proprio colore e, quando era necessario tinteggiare, utilizzava solo il bianco. Era una posizione coerente con la sua formazione razionalista, maturata con Adalberto Libera che è stato il relatore della sua tesi di laurea.
Persino il ferro veniva trattato con il solo minio, lasciando quell’arancione dell’antiruggine come parte dell’architettura. Io ho scelto di fare il contrario, introducendo il colore come elemento capace di modificare la percezione dello spazio. In tutta la casa ci sono quattro tinte che attraversano gli ambienti. Non volevo che si fermassero ai limiti delle stanze, ma che le oltrepassassero, accompagnando il passaggio verso quella successiva. Il colore diventa così un elemento continuo: attraversa gli ambienti, supera le volumetrie e contribuisce a una percezione più articolata dello spazio.»
L’appartamento si sviluppa prevalentemente su un unico livello. Una scala in legno conduce a un ballatoio dal quale, da un lato, si accede a un terrazzo ricavato nella falda del tetto e, dall’altro, al disimpegno che ospita la lavanderia, una cabina armadio e l’accesso al sottotetto.
L’ampio ingresso è stato adibito a studio, concepito come spazio di lavoro ma anche di accoglienza. Da questo ambiente si aprono tre percorsi: verso il locale archivio, verso il soggiorno e verso il disimpegno della cucina.
La posizione dello studio consente di mantenere autonomia rispetto alla vita domestica: per raggiungere la cucina non è infatti necessario attraversare l’ingresso, essendo dotata di un doppio accesso.




Il soggiorno, impostato su una doppia altezza, è separato dall’ingresso/studio da una parete vetrata caratterizzata da un marcato telaio in legno, che ne sottolinea il ruolo architettonico.
La zona giorno si organizza attorno a questo grande volume centrale: soggiorno e cucina restano due ambienti distinti che trovano nella zona pranzo l’elemento funzionale di raccordo.
Un ruolo centrale nella percezione dell’ambiente è affidato alla scala in legno, un piccolo gioiello tecnico: le alzate fuoriescono a sbalzo dalla muratura e diventano appoggio per gli elementi orizzontali. Il percorso che conduce al ballatoio si sviluppa con un disegno inizialmente rettilineo, per poi chiudersi, al livello inferiore, in una curva morbida, una sinuosità ripresa anche nel parapetto in ferro, soluzione rara nei lavori successivi di Monti.
La scala diventa così il principale elemento di orientamento visivo del soggiorno, accompagnando lo sguardo verso il terrazzo.
Un altro elemento caratterizzante questo ambiente è il controsoffitto, anch’esso ad andamento curvilineo, il cui disegno si modifica seguendo la geometria dello spazio, assecondando gli accessi al deposito e al terrazzo. Una finestratura a nastro lascia filtrare la luce dall’alto, accentuando la percezione della doppia altezza e il rapporto visivo con il terrazzo.




È proprio nella relazione tra questi elementi che Zoli ha individuato una possibile chiave di lettura del progetto originario. L’andamento della scala, la ricchezza del disegno del parapetto e lo sviluppo del controsoffitto hanno suggerito l’ipotesi che Monti potesse essersi ispirato al glicine secolare che dal piano terra del palazzo risale fino al terrazzo e, alla stregua di una volta vegetale, ne ricopre parzialmente la parte superiore:
non una certezza documentata, ma un’interpretazione nata dall’osservazione dell’architettura e della sua particolare esuberanza formale.
Da questa lettura sono derivate le scelte cromatiche del nuovo intervento. I quattro colori utilizzati nell’appartamento — verde chiaro, azzurro avio, terracotta purpureo e un bianco crema — introducono riferimenti a una dimensione “naturale”, completata dalla vista del cielo offerta dalle finestre a nastro.
Nel progetto di restyling il bagno è stato completamente ripensato. Pur essendo l’unico servizio dell’abitazione, la nuova configurazione consente di utilizzare le diverse funzioni in modo indipendente. Il grande box doccia in vetro retrolaccato garantisce privacy anche a distanza ravvicinata, mentre un pannello scorrevole in vetro separa la zona dei sanitari da quella del lavabo. L’impiego di rivestimenti ceramici bicromi ha introdotto un riferimento diretto e un omaggio all’opera di Monti.


In generale, la configurazione dell’arredo è nata dalla necessità di mettere in relazione elementi di diversa provenienza. Nell’appartamento sono stati mantenuti, su richiesta della proprietà, elementi originali degli anni Cinquanta, alcuni dei quali disegnati dallo stesso Filippo Monti, tra cui una libreria; a questi si sono aggiunti arredi provenienti da altri contesti domestici, dando vita a una composizione necessariamente stratificata.
La sfida per il Progettista, quindi – ma anche l’aspetto interessante dell’intervento – è stata quella di far convivere l’impianto originario con i nuovi elementi senza trasformare l’appartamento in una sorta di “revival anni Cinquanta”. Per questo motivo, in alcuni casi si è intervenuti sugli stessi mobili: del tavolo, per esempio, è stato conservato il piano originale, sostituendo le gambe con quelle di un tavolo di nuova progettazione; piccoli interventi che hanno permesso di attenuare la connotazione d’epoca e inserire i pezzi all’interno di un insieme più articolato.


ospite
Gian Luca Zoli
architetto
Corso Giuseppe Garibaldi 3 48018 Faenza RA
+39 338.7999130 glz@gianlucazoli.it
immagini
Guido Garotti
Gian Luca Zoli
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