Collage su plexiglas - 70x40 cm - 2016
Arte

Emanuel Bullita: Io sono (in) Trasformazione

a cura di Annamaria Cassani

In dialogo con Emanuel Bullita, l’artista milanese creatore di MOØ-N, un progetto che trasforma osservazione ed esperienza in un linguaggio visivo in costante evoluzione

“Creo per un pubblico curioso, attento, capace di andare oltre l’apparenza. Persone che si lasciano attrarre da linguaggi espressivi differenti, che osservano un’opera e cercano in essa qualcosa di più. Il mio desiderio è che in ogni lavoro si possa cogliere una parte di me non solo nel soggetto rappresentato ma anche nell’energia, nelle scelte, nei dettagli che rivelano la mia personalità”.

Emanuel Bullita 

Annamaria Cassani

Emanuel, classe 1982, una formazione come grafico pubblicitario, art director e graphic designer presso un’agenzia di comunicazione di Milano, artista: anche la definizione più articolata e profonda di ciò che siamo finisce sempre per risultare parziale e, pertanto, insufficiente. Ti chiedo allora uno sforzo di sintesi: come ti definiresti in questo preciso momento della tua vita? Qual è il modo in cui sceglieresti di presentarti, al di là delle etichette e dei ruoli

Emanuel Bullita

Emanuele Bullita è molte cose, un insieme di sfumature, sentimenti, emozioni e faccio sinceramente fatica a definirmi con un’unica parola. “Artista” è un termine che oggi percepisco come inflazionato: poche persone possono davvero rivendicarlo, e io stesso non mi ci riconosco del tutto ma, poiché abbiamo sempre bisogno di dare un nome alle cose, finiamo inevitabilmente per usarlo.

In realtà non mi sono mai presentato attraverso un ruolo preciso e ho sempre vissuto il mio lavoro come un percorso di ricerca, non come un’identità professionale: da quando ho esordito nel mondo dell’arte, una decina di anni fa, il mio modo di creare e di pensare ciò che realizzo è cambiato molte volte.

Oggi mi definirei soprattutto un osservatore: raccolgo idee e sensazioni e cerco di trasformarle in forme visibili. Mi interessa costruire immagini e linguaggi capaci di generare una relazione con chi guarda, più che affermare un ruolo.

Per questo preferisco presentarmi come un essere umano “in trasformazione”, qualcuno che usa il proprio lavoro per comprendere meglio ciò che lo circonda e, inevitabilmente, anche se stesso. Nel corso della vita ci sono momenti luminosi e momenti difficili, e tutto questo incide sullo sguardo che si getta sul mondo e sul modo in cui lavori. I traumi piccoli o grandi sono spesso una delle fonti più potenti di trasformazione interiore e creativa.

Nel mio caso, MOØ‑N è nato dopo un lutto importante: avevo già lavorato e sperimentato molto prima, ma quello è stato il momento in cui ho sentito il bisogno di dare una direzione precisa al mio progetto.

Il percorso creativo non è lineare: ci sono fasi più fertili e altre in cui la testa è altrove, assorbita dalla vita quotidiana. Quando la creatività rallenta, mi capita di avvertire una sorta di attrazione verso zone di “sofferenza”, perché so che da lì nascono idee e intuizioni forti che possono trasformarsi in materia creativa. Non significa cercare “il negativo”, ma riconoscere che alcune emozioni hanno un’energia particolare, capace di smuovere qualcosa.

A.C.

Nel sito web di HYSTERIA ART, la secret Gallery di Spazio TID,  il tuo lavoro viene presentato nella categoria “new pop”. Riconosci una tua appartenenza a questa corrente artistica postmoderna? 

E.B.

Come ho già detto, il mio lavoro nasce da un percorso di ricerca personale e non si presta ad essere incasellato in una categoria o corrente artistica.

Alcune opere possono rientrare nel New Pop per esempio la serie dei cuori, HRT, o altri lavori che si muovono su quella superficie estetica. Altre, come i Micromondi, appartengono a un immaginario completamente diverso, più vicino a un surrealismo contemporaneo.

Nella mia ricerca convivono molti elementi che esulano dal New Pop: l’architettura, la psicologia, la pratica quasi meditativa del segno e nelle opere più recenti, come la serie Broken Hearts, entrano in gioco anche l’arte concettuale, il minimalismo e la matericità.

Il mio lavoro si muove su più piani e preferisco che rimanga aperto, non etichettabile.

A.C.

Nella tua biografia scrivi: “La creatività nasce dall’ispirazione, che a sua volta nasce dalla curiosità. La curiosità permette di osservare, attraverso l’osservazione si arriva alla comprensione profonda”. Vorrei approfondire due passaggi: il legame diretto tra curiosità e ispirazione, e l’idea che l’osservazione conduca automaticamente alla comprensione profonda. Come si articolano, per te, questi passaggi?

E.B.

Ogni opera è per me il risultato di un viaggio. Dico sempre che quando osserviamo non vediamo davvero, perché “osservare” e “vedere” sono due processi completamente diversi. Il percorso inizia dall’osservazione: forme, colori, gli sguardi delle persone, il modo in cui si muovono o si vestono, i rumori che possono trasformarsi in immagini. Ma il “vedere” è uno step successivo: nasce quando inizi a porti domande, ad approfondire, ed è da lì che arrivano la comprensione e lo sviluppo delle idee.

Ho un taccuino pieno di spunti: alcuni non li ho mai sviluppati, perché spesso serve tempo per capire che direzione far prendere a un pensiero, e non è detto che si evolva e diventi un’opera.

Il processo creativo non segue mai il medesimo percorso che non è lineare ma è composto da un’alternanza di dubbi e di momenti euforici in cui all’improvviso vedi con chiarezza la direzione da seguire.

La realtà che ci circonda offre una quantità inesauribile di stimoli da osservare, ma è il “vedere”, quello vero, che indica la direzione e fa capire perché quella cosa attrae ed inizia ad appassionare. È in questo passaggio che risiede la complessità del processo.

A.C.

Come nasce MOØ-N, che definisci come un contenitore di idee, un archivio vivo che raccoglie tutto ciò che ti ispira e ti spinge a creare? Il nome mi incuriosisce molto, soprattutto per quella “Ø” che diventa anche un segno grafico, un logo.

E.B.

MOØ‑N nasce nel 2012: cercavo un nome originale che rappresentasse la mia ricerca in campo artistico, qualcosa di intimo, misterioso, inesplorato. Era una vera sfida trovare qualcosa di unico, considerando l’enorme quantità di materiale presente sul web!

Una sera mi trovavo sul balcone di casa, immerso nei miei pensieri, e continuavo a interrogarmi su quella ricerca che ormai mi accompagnava da giorni. È una sensazione che chiunque svolga un lavoro creativo conosce bene: quando un’idea prende forma dentro di te, non smette di chiedere attenzione finché non trova la sua espressione definitiva.

Alzando gli occhi al cielo ho visto la luna, che ha sempre esercitato su di me un fascino particolare: presenza costante e da sempre oggetto di venerazione, mi è sembrata capace di esprimere perfettamente le suggestioni che volevo portare nel mio progetto.

Da lì è nata la prima intuizione verso la parola Moon, ma volevo che il nome avesse qualcosa in più, un segno che lo rendesse unico e che portasse con sé un significato più profondo.

Così ho iniziato a esplorare vari modi per trasformare quella parola, e mi sono imbattuto nella “Ø”. È un simbolo usato nelle lingue scandinave per indicare un suono vocalico, ma ha significati molto diversi a seconda dei contesti: in matematica rappresenta l’insieme vuoto, quindi uno spazio da riempire; in ambito tecnico indica il diametro; in musica definisce un particolare accordo. È un segno che attraversa discipline diverse, assumendo ogni volta un valore nuovo.

Questa molteplicità mi ha colpito subito, perché rispecchia perfettamente il mio lavoro: MOØ‑N è diventato così un contenitore di elementi eterogenei, un archivio di ispirazioni che provengono da mondi diversi.

A.C.

Nei tuoi primi post su Instagram, che risalgono a circa dieci anni fa, mostri gli strumenti del tuo lavoro: pennarelli, cartoncini, carta, timbri…, materiali semplici, alla portata di tutti. Mi interessa capire questa scelta: è un modo per dichiarare la centralità del processo? Non c’è il rischio che questa esposizione degli strumenti venga letta come qualcosa di didattico o “artigianale”

E.B.

Mostrare gli strumenti è sempre stato, per me, un modo per rendere visibile il pensiero mentre prende forma e quindi per raccontare un percorso. Mi piace far capire che un’idea non nasce all’improvviso come qualcosa di perfetto, ma attraversa una serie di passaggi, di errori, prove e sperimentazioni.

Materiali come la carta, i marker e i cartoncini non sono mai stati, per me, elementi da nascondere: al contrario, permettono al gesto e all’idea di rimanere vicini e aiutano l’osservatore a comprendere il percorso che ha portato al risultato finale.

Mi è capitato più volte di fare delle live performance, durante degli eventi e anche direttamente in vetrina; mi sono divertito e ho trovato un pubblico curioso, interessato e più consapevole del processo di lavoro che c’è dietro un quadro.

Credo che oggi mostrare il processo rappresenti un valore aggiunto: significa mantenere il lavoro “aperto”, senza separarlo dalla sua storia e dalla sua evoluzione.

A.C.

Emanuel, nei tuoi lavori utilizzi spesso il collage, una tecnica fondata sul prelievo, sulla scelta e sulla trasformazione: si parte da qualcosa che esiste già e lo si ricolloca in un nuovo contesto, attribuendogli un nuovo significato. Per il modo in cui si svolge questo processo, per la concentrazione e la presenza che richiede, lo consideri una forma di meditazione?

E.B.

Ho iniziato con il disegno a matita, poi sono approdato al collage. La carta è sempre stata un materiale che sentivo vicino, immediato, interessante da interpretare, e questo mi ha spinto a sperimentare sempre di più con ritagli, incastri, sovrapposizioni. È un lavoro minuzioso, fatto di dettagli e di combinazioni che si costruiscono e si scompongono, di colori e forme che entrano in dialogo. C’è una parte tecnica, certo, ma anche una componente molto intuitiva: non tutti i giorni mi sento allo stesso modo, e questo influisce profondamente sul risultato.

Nella serie dedicata ai “cuori”, la HRT, presto un’attenzione particolare a ogni opera: all’interno delle opere c’è sempre un frammento della mia vita e delle mie emozioni. Per questo ritengo che il collage, nella sua costruzione, non sia una pratica puramente formale ma anche un percorso psicologico ed emotivo, un modo per mettere ordine in ciò che sento, per dare forma a qualcosa che altrimenti resterebbe sospeso.

A.C.

Nella serie “Forms” le fotografie di architetture note e contemporanee realizzate da Gianmarco Grimaldi diventano il supporto sul quale inizia il tuo percorso creativo di trasformazione. Che rapporto hai con l’architettura contemporanea?

E.B.

Sono sempre stato attratto dalle linee e dalle forme della realtà che ci circonda e, in questo senso, l’architettura contemporanea è per me una fonte inesauribile di ispirazione:

un territorio ricchissimo, pieno di soluzioni curiose, sorprendenti, a volte persino meravigliose.

Nella serie Forms questo rapporto diventa evidente: parto dalle fotografie di Gianmarco Grimaldi e lascio che l’immaginazione trasformi ciò che vedo. Mi interessa creare forme che non esistono, far vivere nello spazio elementi assenti nello scatto originale, permettere che le linee dell’edificio diventino la base per una nuova architettura mentale.

E qui voglio tornare sui concetti di guardare e vedere cui accennavo poco fa: un edificio curvo, ad esempio, non si esaurisce nella sua forma sinuosa, ma vive nella relazione che crea con il cielo, con le nuvole, con il contesto che lo accoglie. Se ci limitiamo a “guardare”, perdiamo la complessità; se invece ci impegniamo a “vedere”, cogliamo il rapporto tra l’architettura e tutto ciò che la circonda.

A.C.

Restiamo sul tema delle architetture: sono rimasta particolarmente colpita dalla serie “Micromondi”: disegni realizzati con il marker in assenza di una traccia di base. La descrizione che ne fai “Un percorso onirico verso città apparentemente deserte ma piene di simboli e percorsi emotivi” mi porta a pensare che anche qui utilizzi il processo come una sorta di meditazione perché l’opera non è pre-pensata ma accade mentre viene realizzata.

E.B.

Quando lavoro ai Micromondi è come se mi immergessi completamente in ciò che sto facendo: la mente è concentrata, la mano è ferma, il segno è preciso, ma allo stesso tempo mi lascio trascinare dal processo che mi assorbe a tal punto da non percepire null’altro attorno a me.

È un progetto che sento profondamente mio, perché mi rappresenta e mi racconta.

Dentro quei segni si muovono parti della mia storia: le mie parole, la mia forza, il mio passato, i miei sogni, i miei desideri. Anche gli elementi che possono sembrare semplici come le scale, che ricorrono spesso nei Micromondi per me hanno un significato preciso: rappresentano un percorso di fatica e di impegno, un movimento verso un obiettivo che immagino sempre collocato in cima. Sono un simbolo positivo: l’idea di avanzare, di crescere, di raggiungere qualcosa.

La serie dei Micromondi è un viaggio interiore che prende forma sulla carta, un modo per trasformare emozioni e pensieri in architetture immaginate, in città che sembrano deserte ma che, in realtà, sono piene di vita emotiva.

A.C.

Riporto testualmente dal catalogo delle tue opere: “La serie HRT raccoglie oltre cinquanta opere uniche realizzate con la tecnica del collage. In queste composizioni, il cuore anatomico simbolo universale di vita, emozione e identità prende forma attraverso l’incontro di texture e colori in costante equilibrio.” Proprio perché ogni collage è un pezzo unico, non si può parlare di “tiratura” come nella stampa. Ma la serialità resta: come eviti che la ripetizione del processo si trasformi in una formula, in una forma di manierismo? Ti sei mai confrontato con questo rischio?

E.B.

Per la serie HRT non esiste come accennavi una “tiratura”, ma, aggiungo, neppure un’intenzione di ripetibilità. Quando qualcuno mi chiede di rifare un cuore identico a uno che ha visto e apprezzato, io mi rifiuto perché sarebbe contro la natura stessa del mio lavoro: ogni opera è un pezzo unico perché nasce da un momento unico.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, ti dico no, per la serie HRT non ravviso il rischio di cadere nel manierismo. Se c’è ripetizione, è solo nel gesto iniziale: la forma del cuore è il contenitore e ciò che accade dentro di esso cambia ogni volta.

A.C.

L’opera “Astratto non astratto” mi sembra un esempio chiarissimo di come l’immagine, il titolo e lo sguardo dello spettatore non funzionino mai separatamente: l’opera non è solo ciò che si vede, il titolo non è un accessorio e chi guarda non è mai passivo. Come nasce questo lavoro?

E.B.

Astratto non Astratto, Collage su cartoncino - 47x55 cmInnanzitutto, per me il titolo è una parte fondamentale dell’opera: è uno strumento capace di orientare lo sguardo e suggerire una chiave di lettura. “Astratto non astratto” è un lavoro piuttosto

lontano nel tempo, una delle mie prime opere. Può essere osservata da prospettive differenti e generare interpretazioni diverse. Pur rappresentando forme “immobili”, si avverte una tensione tra equilibrio e caduta, tra stabilità e movimento; alcuni vi scorgono una figura, altri un volto, altri ancora qualcosa di completamente diverso. Ed è proprio questo aspetto che mi interessa.

Il titolo nasce come un invito rivolto all’osservatore: “Ciò che stai guardando è ciò che vedi, ma non solo”. C’è sempre qualcosa che va oltre l’immagine immediata e “Astratto non astratto” suggerisce di cercare, interpretare, immaginare, senza fermarsi alla prima impressione.

Credo che un’opera non si possa considerare conclusa nel momento in cui l’artista la realizza, perché continua a vivere attraverso lo sguardo di chi la osserva. Ogni persona la completa con la propria sensibilità, la propria esperienza e il proprio immaginario, e il titolo contribuisce a creare questa relazione.

A.C.

Nella scorsa primavera ho visitato una mostra in cui l’artista ha combinato fotografia, intelligenza artificiale, pittura digitale e ritocco per creare una serie di piccoli ritratti femminili coronati da fiori. Osservandoli, mi sono accorta di quanto cambi la percezione emotiva quando un soggetto simile nasce da un processo ibrido e tecnologico invece che da una tecnica manuale, come l’olio o l’acquerello. Mi interessa capire come leggi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in campo artistico: quali condizioni devono esserci, secondo te, perché un’immagine generata o manipolata digitalmente possa essere considerata davvero un’opera d’arte?

E.B.

È molto difficile stabilire criteri oggettivi per definire che cosa sia arte e che cosa non lo sia. Oggi convivono linguaggi e tecniche estremamente diverse e il mondo dell’arte si muove in varie direzioni, più o meno convincenti.

Penso che la differenza la faccia sempre il pubblico: è lo sguardo di chi osserva a determinare se un’immagine riesce a suscitare un’emozione, una riflessione o un coinvolgimento profondo. Tuttavia, questo criterio da solo non basta a trasformare qualsiasi esperienza estetica in un’opera d’arte perché altrimenti dovremmo considerare arte anche un profumo che fa riaffiorare immagini piacevoli del nostro passato o una canzone che ci commuove perché legata al ricordo di una persona lontana.

Quindi il tema rimane aperto e complesso; tuttavia se guardiamo alla storia dell’arte la distanza rispetto alla produzione di immagini attraverso l’intelligenza artificiale appare evidente. Nella pratica artistica tradizionale esiste una componente umana che si manifesta attraverso il gesto: che si tratti di un dipinto, di un disegno, di un’incisione o di un collage, è la mano dell’artista a tradurre un’emozione, un’intenzione o una visione in un segno concreto.

Con l’intelligenza artificiale il processo è differente. L’autore descrive un’idea, fornisce indicazioni e parametri, ma la realizzazione dell’immagine viene affidata a un sistema matematico che elabora e genera il risultato. Non è quindi la persona a compiere direttamente il gesto creativo e a trasferire nel risultato le proprie emozioni. Ed è proprio in questa distanza tra intenzione e realizzazione che, per me, risiede una delle differenze fondamentali.

Questo non significa rifiutare l’intelligenza artificiale, che, invece, considero uno strumento estremamente utile che utilizzo anch’io quotidianamente nel mio lavoro perché accelera molti processi, riduce i tempi di lavoro e permette di ottenere in pochi minuti risultati che, diversamente, richiederebbero molto più tempo.

Tuttavia il dubbio resta: l’intelligenza artificiale può certamente produrre immagini capaci di emozionare, ma resta da capire se l’emozione generata dal risultato finale sia sufficiente, da sola, a definire quell’immagine un’opera d’arte.

A.C.

Domanda finale di rito: a cosa stai lavorando adesso?

E.B.

In questo periodo sto lavorando su disegni a inchiostro per il settore della moda e, parallelamente, su una serie che ho chiamato “Memorie”, basata sui concetti di tempo e stratificazione dell’esperienza. Contemporaneamente mi sto dedicando a un altro progetto importante, ma preferisco non anticipare nulla: è ancora in una fase di costruzione e voglio che maturi con i suoi tempi che, a questo punto del percorso, non saranno comunque lunghi.

A.C.

Almeno un accenno Emanuel su quest’ultimo progetto? Mi hai incuriosito.

E.B.

Si chiama EMPTY MARKET. Le opere si collocano nel solco della riflessione aperta dalla Pop Art, ma con una lettura in chiave contemporanea. Se negli anni Sessanta l’arte interrogava la nascente società dei consumi, oggi si confronta con un capitalismo avanzato che mercifica persino l’intangibile.

In un mondo in cui tutto sembra acquistabile, emozioni, identità, esperienze, perfino relazioni, il progetto lancia una provocazione.

A.C.

Grazie Emanuel.


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EMANUEL BULLITA
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courtesy Emanuel Bullita

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